Barbara Beneforti.
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Il tempo dell'incanto.
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2023. Andrea Giannasi Editore. LUCCA.
Tralerighe libri. Libri come pietre d'angolo.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Di tutte le cose perdute quella che pi mi manca  proprio quella leggerezza, quell'aspettativa, la sensazione che presto sarebbe accaduto qualcosa e che subito dopo saremmo stati tutti pi felici e pi liberi.
Una vecchia borraccia di alluminio viene affidata da Cesare, partigiano deluso, a Luc, un giovane e appassionato militante di estrema sinistra: lo aspetta una scomoda notte di appostamento, avr bisogno di qualcosa da bere e di tanto coraggio. Diana ha imparato a tuffare i piedi nell'acqua della Lustrala per scacciare via i brutti pensieri: glielo ha insegnato nonna Fiammetta, che un tempo percorreva quei monti con messaggi e pallottole nascosti dentro ai rami di sambuco. C' un filo rosso che unisce la lotta partigiana con le istanze di eguaglianza e giustizia sociale del lungo Sessantotto italiano. In questo romanzo i vecchi racconti e le battaglie di tanti giovani per un mondo pi libero e lieto si parlano nel tempo:  l che si intrecciano le vite di Luc, dei vecchi di Poggio Lustro, di Diana e delle altre compagne, impegnate a costruire con rabbia e fatica il proprio destino di donne libere e consapevoli. Sullo sfondo le vestigia della Linea Gotica, fra i cui castagni e torrenti si nascondono ancora antichi segreti.
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L'AUTRICE.
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Barbara Beneforti (1968) vive e lavora a Pistoia. Ha pubblicato articoli e saggi su tradizioni popolari, immigrazione in Italia, storia dell'emigrazione italiana all'estero e altri temi sociali. Ha esordito nella narrativa nel 2011 con Uultima stagione, seguita dai romanzi La disertora (2016) e La strana storia della murata di via degli Armeni (2020).
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Il tempo dell'incanto.
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...les gestes de nos enfantes de mai
restent - ineffaables -dans l'air le temps l'espace de ce quartier, sur la rive gauche.
Alba de Cespdes, 30 Mai 1968 (Chansons des filles de mai).
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1. 
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Le vidi dal finestrino appannato del pullman, dopo il tornante del Brocco. Eccole l: ballavano la tarantella, frullavano in mezzo al piazzale dove finiva l'asfalto e la fermata era segnata da un vecchio palo arrugginito. La danza delle foglie alzate dal vento m'aveva sempre incantata, come sempre mi persi per un momento a guardarle.
Il pullman rallent, scal la marcia, fren cigolando. L'autista si volt verso di me con una certa espressione impaziente - ero rimasta l'unica passeggera dell'ultima corsa - e sotto quello sguardo che mi parve severo mi alzai a fatica, ancora intontita dal viaggio. Misi un piede sulla scaletta, il vento mi prese a schiaffi e dovetti tirare su il bavero del cappotto. Non era ancora inverno ma quass era gi freddo. Le foglie morte assecondavano le folate, ora volteggiavano rasoterra, di fronte alla fontana, mentre lass dietro al poggio una striscia di nuvolacci grigi e gonfi prometteva temporale. Mi voltai al tonfo della valigia sul selciato, l'autista aveva gi scaricato le mie cose e il bagagliaio era vuoto. Avevo viaggiato per mezza giornata e finalmente ero al capolinea. Il treno del mattino s'era infilato nella pianura come un coltello, affettando una nebbia bassa e rada che sfocava i contorni dei cipressi e quelli dei rododendri e
delle magnolie nei vivai e i rami gi spogli dei pioppi lungo i fossi, dove riposavano gli aironi. Ne avevo visto uno in lontananza, appollaiato proprio in vetta a un ramo, e avevo alzato una mano come una scema per salutarlo.
Con che razza di tempo mi tocca emigrare pensai, mentre l'autista ripartiva in tutta fretta, gli premeva scendere a valle prima che si scatenasse la bufera. La luce stava gi lasciando il passo alla sera, se non ricordo male, eppure non era tardi: il campanile sopra la mia testa aveva finito in quel momento di suonare le quattro, un rintocco lento che l per l mi parve lugubre e lasci nell'aria una specie di vibrio triste. L, oltre il Chiassetto, il casone della Fernanda e la vecchia rimessa, oltre casa della Miranda, quella di mia cugina Nora e la stamberga mezza crollata del Trogo, vidi il tetto di lastre scure del Toccio, casa di nonna Fiammetta. In giro non si vedeva nessuno. Acchiappai la valigia senza ruote con la sinistra, e quella pi pesante, che aveva le rotelle, me la trascinai dietro con la destra. Mi venne da ridere al pensiero di quella vecchia valigia mezza rotta che si spalancava giusto a met strada, calzini e mutande a ruzzoloni gi per la discesa.
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2.
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Poggio Lustro, ottobre 2003.
Diana ricordava molto bene che la porta non si apr subito: ci volle una bella dose di spintoni e spallate e poi finalmente cedette d'un colpo sull'andito umido e buio, si spalanc come una frustata. Guarda come ti sei ridotta ridacchiavano gli spiriti buffoni, ma lei fin da bambina lo sapeva, la nonna glielo aveva insegnato: gli spiriti saltano fuori dal profondo del bosco quando soffia la tramontana, poi, cos come sono arrivati, all'improvviso filano via fra le frasche appena cala la folata. Li scacci con un gesto stizzito della mano e si affrett a chiudersi l'uscio alle spalle. Anche con la lampadina accesa era quasi buio, fortuna che aveva sempre continuato a pagare le bollette, con Valter che diceva che sciocchezza, son soldi buttati via. Eccolo l il Toccio: una vecchia casa di paese, una stanza grande a piano terra che faceva lei sola da andito, da salotto e da cucina, con due finestre piccole che davano sulla strada; una camera da letto al piano di sopra, ancora con l'impiantito di tavoloni; un ripostiglio ricavato da un vecchio vano di scala. Dalla porticciola di dietro per, superata la porta di un bagno minuscolo, si usciva su di una corte fatata d'erba e di pietre piatte, dove un tempo la nonna coltivava un orto rubato alla boscaglia,
e subito a ridosso, sei o sette metri pi l, i primi castagni radi e le querce e i lecci centenari sui quali Diana si arrampicava da bambina per leggere Piccole donne e Il romanzo della piccola Jane. Poi il bosco, fitto e scuro come una cerchia di mura: cominciava proprio l e arrivava chiss dove, lass sul poggio Lustro che dava il nome al paese, o ancora pi lontano, al confine con l'Emilia Romagna o perfino con la fine del mondo. La corte d'erba e di pietre piatte non era niente male dopotutto.
In casa c'era odore di chiuso e di muffa, Diana spalanc le finestre rabbrividendo, il vento fece ondeggiare un velo di ragnatela: da pi di un anno non veniva in paese e da quella volta la casa non era stata pulita. Si strinse ancora un po' nel cappotto, si cal il berretto sulla fronte e chiuse subito le finestre. Accese una sigaretta. Che stupida, che pensava? Di trovare nonna Fiammetta a rattizzare i ciocchi nel camino, ad aspettarla in cucina con la tazza di caffellatte? La vecchia cucina economica, il focolare, l'attaccarame con le pentole appese, la grande poltrona a fiori che Valter aveva regalato alla nonna un Natale di mille anni prima. Valter: con una coltellata di senso di colpa Diana si accorse che non aveva pi pensato a Valter, non ci aveva pensato neppure un minuto. Doveva essere stata la rabbia. Durante tutto il viaggio non aveva sentito altro che la voce di nonna Fiammetta che la chiamava per cena. Aveva sorriso ripensando alla gioia del babbo quando arriv la lettera dell'assunzione in ferrovia e alla frenesia del trasloco sul camioncino di zio Carlo, con tutti i mobili sopra e il batticuore per
il gatto prigioniero nella scatola di cartone. Aveva pensato al viaggio che stava facendo un'altra volta alla rovescia e a come  strana la vita con tutti i suoi nostoi e a tutte quelle cose che si pensano quando si torna a casa dopo tanto tempo. E invece non aveva pensato neppure un minuto a Valter, all'infarto, al funerale e tutto il resto. Eppure accanto alla poltrona c'erano due valigie, Diana le guard un po' meravigliata: le sue valigie, le stesse tirate gi dall'armadio dove le aveva riposte da appena due mesi, di ritorno da un breve viaggio insieme a Valter a Berlino. La valigia pi grande si era rotta alla stazione, non chiudeva pi bene. Si guard attorno, trov il posacenere l dov'era sempre stato: sulla trave del camino dove nonno Cesare lo riponeva sempre dopo la fumata della sera. C' qualcosa che per fortuna non ti delude, si disse: i posti dove ogni cosa sta dove deve stare. Spense la cicca, apr la valigia con le ruote e per prima cosa sfil una cornice grande quasi come la valigia stessa: la ragazza del maggio francese che lancia il pav (negli occhi il ricordo di quel vecchio periodo trascorso a Marsiglia). La beaut est dans la rue lesse ad alta voce nei caratteri stampatelli dipinti di rosso e il suo timbro roco sembr strano anche a lei. Erano ore che non pronunciava una parola ad alta voce. Soppes il quadro: vetro e cornice, per forza che la valigia pesava un quintale. Non si era rotto per. Lo piazz su un lato del focolare, accanto alle molle del fuoco e al trespolo dei necci, dietro alla vecchia lanterna. Avrebbe attaccato un chiodo appena ci sarebbe stato il tempo, pens. Ma poi
alla fine il suo quadro preferito rimase appoggiato l sul focolare per tutti i lunghi anni in cui Diana fu padrona del Toccio e a un certo punto avrebbe giurato lei stessa che quello era esattamente il posto che era stato scelto per lui. Avrebbe attaccato un chiodo se avesse trovato un martello, pens, ma non si era portata nessun attrezzo, sarebbe dovuta salire sul balco della capanna accanto casa, dove nonno Cesare teneva tutto il suo armamentario. Non si era portata nulla di utile per la verit, nella fretta di riempire le valigie col fiato sul collo di quel maledetto poliziotto.
Che bisogno c'era di farsi accompagnare dal poliziotto? Sarei andata via lo stesso pens, e consider che non aveva preso neppure un detersivo per pulire, solo una saponetta e un dentifricio mezzo vuoto. Invece avrebbe dovuto portarsi l'aspirapolvere anzich quello stupido quadro, povera sciocca, e chiss mai che avrebbe fatto in paese con tutti quei vestiti e con gli stivali nuovi col tacco alto. Non aveva portato neppure un biscotto e per non rischiare di perdere l'unico pullman che saliva fin lass non aveva neppure pranzato, cos sarebbe dovuta scendere quella sera stessa alla bottega, avrebbe dovuto dare spiegazioni e le spiegazioni sarebbero passate di bocca in bocca, Stella l'avrebbe raccontato come un lampo a Siria e lei alla Clara del Moro, in un battibaleno l'avrebbe saputo la vecchia Luciana, in un battibaleno l'avrebbero saputo tutti. L'avrebbero saputo tutti che era tornata.
Ne accese un'altra e si butt sulla poltrona, sfinita. E poi con sua grande meraviglia si mise a piangere, proprio lei
che non piangeva mai. Pianse come una disperata fino verso le sei e un quarto, poi si soffi il naso e si lav il viso con l'acqua gelata. Ebbe la sensazione che le facesse bene. Si guard allo specchio: aveva poco pi di cinquantanni e cos ancora bagnata, con le gocce fredde che scorrevano lungo il collo e i capelli arruffati, ne dimostrava pressappoco settanta. Si rinfil il berretto e usc nel vento, ancora non si decideva a piovere anche se il cielo era nero come il carbone.
Quando smette il vento piove ripeteva nella sua testa nonna Fiammetta, mentre Diana s'ingegnava per tirarsi dietro l'uscio. Il tonfo secco le cost una fitta proprio sulla fronte, dove si mette la mano per sentire se c' febbre; scese a passo svelto verso l'alone giallo della luce della bottega, gi in piazza. Stella in quel momento si trovava di certo dietro al bancone del bar, come sempre, e soprattutto ci voleva un caff. Si disse che sarebbe andata bene anche una madeleine, per ripescare nella memoria i ricordi pi belli. Ma avrebbe dovuto accontentarsi di un caff, di sicuro Stella non teneva nella sua riserva n dolci francesi n bevande profumate. Per il resto era nelle mani dei suoi fantasmi. Gi in piazza tutto era come allora, come quando la percorreva avanti e indietro le mille volte in un minuto, giocando ad acchiapparsi con Nora e con la piccola Chira, l'amica pi cara: quanto tempo che non la sentiva. Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra..., e tutte gi al fosso! gridava Chira all'improvviso, staccando le mani. In piedi nel vento rivide tre bambine in un volo di gonnelle fiorite, correre fino al punto laggi
dove la Lustrala fa una curva e l'acqua si allarga in un pozzo non fondo, il bozzo del Tasso, dove le ragazzine d'estate facevano il bagno, tuffandosi dal muro della cascatella, e durante tutto l'anno correvano a bagnarsi i piedi scalzi e a schizzarsi di spruzzi, morte dalle risate, i tempi fatati dei giochi di bimba. E ora eccola, la bella piazzetta tranquilla di pietre grigie col castagno da un lato, il grande castagno centenario sotto la cui ombra le vecchie, sedute sul muretto scrostato, si scambiano ancora i malanni e la ricetta delle marmellate o contano le formiche in fila, con accanto il fiasco dell'acqua presa ora ora alla fontana. Con un moto di angoscia si vide l anche lei, sul muretto scrostato, fra dieci o vent'anni, all'ombra di quello stesso castagno immortale, raccontare della sua sciatica o del suo mal di reni, e consider che quello era stato uno dei giorni pi agghiaccianti della sua vita. Meno male che era sera e fra un po' sarebbe finito. Si avvicin incerta, il vento era calato di colpo e ora poche gocce rade e pungenti di pioggia ghiaccia la facevano rabbrividire, stretta nel suo cappottino di citt; tergiversava, mentre con la mano in tasca rigirava fra le dita la grossa chiave fredda dell'uscio del Toccio, come se quella vecchia chiave fredda avesse la magia di farle tornare il coraggio. Cerc di sbirciare dalla porta a vetri della bottega ma era appannata, non vedeva nient'altro che qualche sagoma scura appoggiata al bancone. Sospir, spinse la porta.
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3.
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Ripensare a queste vecchie cose mi sfinisce, caro Arthur, dev'essere l'et. Stamattina per la prima volta mi sono guardata allo specchio con una certa compassione perch ho visto la mia faccia devastata dal tempo, ci credi? Ho passato la mano nei miei capelli grigi. Per la prima volta mi sono guardata allo specchio e mi sono vista come sono davvero,  questo il fatto: fino a un po' di tempo fa mi guardavo e mi vedevo vecchia per scaramanzia, ma in realt mi trovavo sempre pi o meno bella. Ora invece da un po' di tempo mi vedo come sono, una donna sulla via del tramonto, c' poco da fare. Il problema di invecchiare sta nel fatto che il corpo cammina a un ritmo diverso dal cervello, dunque dev'essere per quello che ogni volta mi meraviglio quando vedo nello specchio il riflesso di una vecchia. Vecchia quasi come nonna Fiammetta, vecchia come erano vecchie Luciana o Siria, o perfino Clara, che fino alla fine ebbe guance lisce e rosa come quelle di una bambina. Vecchia come loro, con l'unica differenza che anzich coprirmi dalla testa fino ai piedi di gonnelle, scialli e grembiuli neri, io cerco di ingannare la morte con jeans e camicette di tutti i colori. Ma per il resto stamattina mi vedo proprio cos, e in fondo son passati quasi vent'anni. Sei senza piet, brutta Grimilde ho sibilato al vecchio
specchio del bagno, perch mi sono convinta che quello specchio sia posseduto dalle streghe. Va un po' meglio con lo specchio del corridoio, dev'essere la luce che arriva dalla cucina a farmi sembrare meno incartapecorita. Abito ancora qui, non mi sono pi mossa di un centimetro, roba da non crederci. Fra poco ne avr settanta, la fine della vita  in fondo alla strada. Poche curve ancora, pochi acciacchi, qualche nuova tristezza ed ecco che sar finita, bella soddisfazione: ho inclinato il piatto e sto raccogliendo le ultime cucchiaiate di minestra. Gli anni belli son passati da un pezzo. Ma quali anni belli, Diana? mi canzona Elio dal sellino della bicicletta, erano belli perch eri giovane, dai retta. Per noi son belli questi. Chiss se ha ragione Elio, che irrompe in piazzetta come il vento, con quella sua bicicletta da fuoristrada. Corre come un matto, fa certi salti su quegli sciacqui e gi per le discese che mi sembra un mezzo miracolo rivederlo ogni volta tutto intero.  allegro perch  innamorato, buon per lui, e viene ogni volta che pu a trovare la piccola Luminita, la bionda Luminita che Stella ha assunto fresca fresca quest'anno per dare una mano gi al bar e in bottega. Ormai io sono un po' stanca. Per pi di quindici anni non ho perso un colpo ma da un po' non riesco pi a scendere gi dal Toccio svelta e fresca come un grillo alle sei del mattino, gi col grembiule alla cintura. Prima c' stata la schiena, poi quelle fitte fastidiose alla pancia. La schiena, le fitte, un po' di gastrite. Poi le vene un po' gonfie, del resto sono stata tutta la vita in piedi, quasi tutta la vita in piedi, prima davanti alla lavagna e poi dietro al
bancone. E poi c' quel fastidioso problema di non ricordarsi i nomi, oppure ricordarsi all'improvviso nomi di gente che torna fuori chiss come dal passato, e invece faticare per farsi tornare alla mente i nomi familiari. E doversi alzare almeno un paio di volte ogni notte a fare pip, questo s che  uno strazio, specialmente col freddo delle notti di febbraio, e tornare sotto le coperte quando la borsa dell'acqua calda non basta pi a scaldare un'altra volta i piedi gelati.
Per fortuna il cervello funziona ancora abbastanza bene, a parte quei problemini di memoria. Ci pensavo prima, ed  come una beffa: un cervello di giovinetta in un corpo antico, e quel cervello non fa altro che pensare, tutto il santo giorno pensa. Oggi per esempio pensavo che, a rifletterci un po' con calma, credo davvero che non abbia ragione Elio: i nostri anni erano belli davvero. Erano belli perch non erano l soltanto per me. Erano l per tutti noi, quegli anni. Proprio quelli. Vaglielo a spiegare, ai ragazzi.
Ci penso ormai da qualche giorno, a Luc. Mentre cammino, improvvisamente mi torna in mente Luc, insopportabile adorabile Luc. Penso a cosa avrebbe detto proprio in questo momento, se fosse qui vicino a me ora, proprio in questa fresca mattina di giugno a camminare verso la bottega.
Si tratta di un pensiero che non  mai scomparso del tutto, ho sempre trovato un angolo appartato nel mio cuore dove dargli appuntamento. Soprattutto la mattina, al suono della sveglia, anche prima, quando c'era ancora Valter e la sveglia del mattino era davvero una
sveglia militare perch c'era da correre gi ad alzare il bandone prima che arrivasse il furgoncino con le paste delle colazioni. Soprattutto la mattina, con gli occhi ancora semichiusi, l'ombra di Luc mi passava di fronte per un istante, giusto un attimo fra il chiudere e l'aprire, come un lampo, un breve tepore di bacio sulle labbra. Ma era un'apparizione fugace, gi sparita e dimenticata al contatto con l'acqua fresca del lavandino. A volte pensavo a Luc se per caso entrava nel bar qualche ragazzo con i capelli un po' arruffati, incerto su cosa chiedere o su quanto zucchero mettere nel caff, la mente impegnata in pensieri pi importanti. Come quelli di Luc, che improvvisamente si ricordava di qualcosa che aveva letto e allora doveva per forza trovare quel libro o quel giornale, anche se stavamo a met della cena, anche se gli stavo parlando di una cosa importante. Mi guardava con una certa aria di superiorit, quell'espressione tutta sua che mi faceva sentire un po' stupida, e si metteva a cercare, a volte perfino per tutta la notte, e verso le quattro del mattino mi svegliava e mi diceva ma petite, l'ho trovato, e si metteva a leggere ad alta voce quella pagina cos importante che forse ci avrebbe cambiato la vita. C'era qualcosa nella sua voce profonda, nel suo modo di parlare un po' grave, con quella pronuncia inconfondibile della erre e della esse, nella sua abitudine di indugiare sui verbi, di lasciare la conclusione del periodo in sospeso, qualcosa che seduceva, come l'incantatore indiano seduce il serpente con il pungi e lo fa uscire dalla sua cesta danzando. Nessuno resisteva a quel suono stregato. Tanto meno io: mi
lasciavo possedere da quella voce che si tuffava dentro di me come il gabbiano nell'acqua del mare. In questi giorni per dev'essere successo qualcosa, un impercettibile e indecifrabile cambiamento proprio nel profondo della mia mente, se dopo tutti questi anni mi metto a pensare cos spesso a Luc. Non  per nulla simpatica questa storia. Trattengo il respiro, sento una contrazione proprio sotto la bocca dello stomaco e un accenno di pianto, quel brivido che sfiora le palpebre immediatamente prima delle lacrime. Ma non piango. Luc  gi andato via, un'altra volta. Guardo i giovani al tavolino, le biciclette appoggiate al castagno l accanto, che ridono alle battute degli amici e bevono una birra fresca, sporchi di terra e sudore, dopo la fatica della salita in piedi sui pedali. Luminita, tutta contenta che i ragazzi sono venuti anche oggi a trovarla, si affaccenda fuori e dentro portando bottiglie e pacchi di patatine, un posacenere, qualche gelato. Sembrano felici davvero, anche se poi il mondo non l'abbiamo cambiato e glielo abbiamo consegnato peggio di prima, anche se i loro lavori sono incerti, se ancora c' guerra e miseria e sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Ma loro non ci fanno caso, al futuro non ci
pensano, non hanno lo sguardo fisso sul domani, non sono pieni di aspettative come noi. Per noi il futuro era infinito. Ma non sei stanca di pensare? mi avrebbe detto Chira tirandomi una gomitata nelle costole. Ecco, appunto, Chira. Ma che combina la mia amica, che
non  ancora arrivata per il nostro solito t?
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4.
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Poggio Lustro, ottobre 2003.
Diana spinse la porta ed entr in bottega. La bottega era una stanza stretta e lunga, la prima parte della quale, vicino alla porta, era occupata per circa due metri dal bancone del bar e la seconda, pi lunga, dalla vetrina della bottega, con il prosciutto, il salame e la mortadella di Bologna in bella vista davanti all'affettatrice, e un po' pi in l i barattoli dei sottaceti, del sugo nero per i crostini, dei capperi e dell'arista sottolio. Alla fine del bancone erano esposti pecorini e ricotta del pastore e in fondo alla stanza, sugli scaffali di legno grezzo, i generi alimentari pi in voga al Poggio Lustro: fette biscottate e minestrina per i vecchi, biscotti da inzuppare nel caffellatte e tortine allo yogurt per i ragazzi. Poi tonno in scatola, sardine, passata di pomodori. Tutto era uguale a come Diana ricordava, perfino la panchetta di legno lucido davanti alla finestra, dove la mattina Anselmo del Chiassetto, che era sempre il primo ad arrivare, si sedeva con calma a leggere La Nazione del giorno prima e a prendere il suo caff.
Quella sera era una sera gelata di brina, gli alberi si alzavano grigi e dolenti come fantasmi nel vento freddo, dunque il paese non si presentava tanto bene, faceva quasi paura. Ma d'estate si vestiva a
festa. La primavera arrivava all'improvviso, in una sola notte le gemme si schiudevano e le primule spuntavano dal nulla. La linfa prendeva vita sotto le cortecce dei castagni e delle querce, tanto che il suo scorrere si percepiva all'orecchio, se si stava attenti, confuso con lo scroscio della Lustrala gonfia per l'acqua dell'inverno. Erano alberi dai tronchi massicci, rugosi come il viso delle vecchie contadine, che per tutti i mesi passati avevano osservato indifferenti le pi impetuose burrasche e poi si riposavano alla brezza fresca di aprile. A poco a poco il Poggio Lustro si popolava: prima tornavano i vecchi che erano andati a passare i mesi invernali nelle famiglie dei figli, gi in citt; poi arrivavano i bambini, che appena finita la scuola venivano spediti a sbucciarsi i ginocchi nei campi terrazzati sotto la chiesa e a rincorrersi nel labirinto ombroso delle rughe, fra i muri delle case addossate le une sulle altre fino a lass in cima, dove cominciava il bosco. Le case chiuse si aprivano, tutto prendeva aria. In certi sassi d'angolo nei tempi antichi erano stati scolpiti dei simboli, da una parte una stella a sei punte, da un'altra una mammella, augurio di fertilit per la casa. Ce n'era una bella grossa proprio accanto alla porta di casa Pecunia, e difatti proprio l dentro, sul materasso cucito da lei e imbottito con la lana delle sue pecore, la vecchia Maria ne aveva messi al mondo una dozzina, e una di questi era la Siria del Romito, che abitava ancora in paese e che da ragazza, ai tempi della linea Gotica, aveva caricato la carabina del nonno e aveva sparato in testa al tedesco che stava per violentare la mamma, poi fra tutte e due -a forza di bestemmie e di strattoni - l'avevano sotterrato
nel castagneto e a quest'ora non ci saranno rimasti neppure gli ossi. Su al Toccio, accanto allo stipite della porta, c'era una testa di sasso con gli occhi senza pupilla e nonna Fiammetta diceva sempre che i vecchi l'avevano messa l per impaurire gli spiriti buffoni e rimandarli nel bosco con la coda fra le gambe, e si poteva star certi che la testa di sasso non aveva mai fatto cilecca e che gli spiriti in casa non c'erano mai entrati. Verso la fine di maggio arrivava alla villa anche la contessa. Non era una vera e propria nobile, anche se un po' se ne dava le arie, ma i paesani la chiamavano cos perch chiamavano allo stesso modo anche la sua povera mamma, che era stata la figlia della famiglia di possidenti pi in vista del Poggio Lustro. Un tempo avevano castagneti fino in cima al monte, dalla parte di San Fatucchio, e tre o quattro fattorie gi in pianura che producevano grano per fare pane bianco e focacce e polli e tacchini grassi per Natale, e olio e uva da vino e agnelli teneri per il pranzo di Pasqua. Al Poggio Lustro c'era ancora la villa - detta "il villino" per quel pudore un po' rustico che hanno i montanari di fronte alle cose di lusso - quasi in buono stato, e la contessa era sempre andata a passare due o tre mesi al fresco della montagna, diceva che l'aria di lass era curativa e lei era cagionevole di polmoni perch da giovane aveva avuto la tubercolosi. Si portava dietro la serva, con tanto di divisa celeste e grembiulino, e poi il marito, un industriale pratese che negli Anni Sessanta aveva fatto dei gran soldi con i telai. E finch non fu abbastanza grande per poter fare come gli pareva si portava dietro anche l'unico figlio,
Riccardo, che da un paio d'anni era spuntato di nuovo a fare le vacanze in montagna perch aveva sposato una cubana chiamata Marisol e i due - con grande dispiacere della contessa che non finiva pi di vergognarsene -avevano anche messo al mondo una mulattina con due occhi neri come la pece che era la gioia del nonno ormai anziano.
Ma d'inverno al Poggio Lustro restavano soltanto una decina di vecchi, oltre a due fratelli albanesi che avevano rilevato un vivaio di abeti di Natale e per fortuna tre o quattro famiglie di giovani, amanti della vita nei boschi, che ogni giorno avevano il coraggio di fare trenta chilometri avanti e indietro per scendere a lavorare in citt, perch in paese ormai di lavori veri non ce n'erano pi, se non si contava appunto il vivaio, una fabbrichetta di acqua minerale alla sorgente un po' pi in basso e la bottega di Stella, che faceva anche da bar, da tabacchino e da osteria, oltre che da presidio sociale per tutta la vallata, perch l c'era il quotidiano da leggere - anche se spesso e volentieri il postino lo portava a mezzogiorno - e la televisione sempre accesa, finanche la cabina per telefonare.
Anche al Poggio Lustro erano arrivati da poco i telefoni cellulari, ma il guaio era che parecchie volte lass non prendevano e cos molti paesani ancora correvano da Stella e si servivano della vecchia cabina a scatti, che ancora era nella stanza dopo la bottega, accanto al tavolino di servizio dove si apparecchiava alla vol per i lavoranti quando la trattoria era piena e il pranzo si faceva a pezzi e bocconi verso le undici del mattino, prima che
cominciasse il servizio.
Diana era cresciuta proprio l, insieme a sua cugina Nora e naturalmente a Chira, l'amica che per tanti anni non l'aveva mai abbandonata, e quella sera Diana si chiedeva proprio questo: per quale diavolo di motivo lei e Chira si erano perse di vista, prese dal tran tran dei giorni che si lasciano passare, ed era andata a finire che ormai da anni non si vedevano pi. E poi un giorno avevano smesso anche di telefonarsi, perch in fin dei conti erano cambiate tante cose e non sapevano pi nemmeno cosa dirsi. Invece ora Diana avrebbe avuto tanto bisogno di sua cugina Nora, che infatti non aveva nemmeno chiamato per gli auguri del compleanno, se n'era dimenticata. E avrebbe avuto ancora pi bisogno della sua amica Chira, della sua allegria, del suo modo leggero di prendere le cose della vita, del suo cinismo che sapeva mettere in fila le cose davvero importanti. E invece era rimasta sola come un povero cane patetico bagnato dalla tempesta, e se l'era anche meritata questa solitudine perch non aveva fatto nessuna attenzione a conservarsi gli affetti pi cari.
Nora e Diana erano cugine di primo grado, la mamma di Nora era sorella del babbo di Diana. Nate a tre giorni di distanza, erano cresciute come gemelle l in paese. Le separavano tre porte e due scalini di sasso, sui quali passarono l'infanzia a giocare con le pappe di terra e le collane di minestra. Diana, Nora e Chira erano nella stessa pluriclasse della piccola scuola che poi chiuse alla fine degli anni Settanta: non c'erano pi bambini perch la gran parte delle famiglie era emigrata in citt. In paese
erano rimasti soltanto i vecchi. Diana e Chira erano scese anche loro in citt con le famiglie: il padre di Diana era stato assunto in ferrovia, quello di Chira in una fabbrica che faceva i materassi. Nora era rimasta in paese invece, a prezzo di grandi pianti e grande disperazione, anche se per le vacanze di Natale veniva invitata a trascorrere una settimana in citt e anche se ritrovava la cugina e l'amica ogni estate, appena iniziavano le vacanze e le ragazzine venivano spedite a respirare aria buona dai nonni. Vacanze indimenticabili di bagni gi al fiume e di primi amori, di scorribande in motorino gi per i tornanti fino a Torretta, la cittadina pi vicina - quasi un paese anche quella - dove c'erano addirittura un cinema e una balera. E un chiosco di gelati. Che volete fare voi da grandi? chiese un giorno Chira, mentre si asciugavano al sole e ciondolavano i piedi, spruzzando su e gi l'acqua del fosso. Andavano al bozzo del Tasso fin da quando erano bambine, salivano sul muretto dove iniziava la cascatella d'acqua gelata, si prendevano per mano e saltavano tutte insieme l dove l'acqua era pi alta, ed era come restare per un secondo senza fiato. Tutte bagnate e tremanti risalivano fra i ciottoli fino al muretto e si mettevano a prendere il sole con le chiappe a mollo nell'acqua della cascata. C'era una fotografia che ogni tanto Diana tirava fuori dalla scatola delle fotografie: le ragazze erano in piedi l'una accanto all'altra, nei loro vestiti troppo stretti, proprio lungo l'argine del torrente, davanti al muretto da dove si tuffavano tenendosi per mano. In quel periodo Chira e Diana avevano appena finito con ottimi risultati il
primo anno all'istituto magistrale.
Io far la sarta disse senza esitazioni Nora, che invece gi da due anni era apprendista da una signora che aveva una piccolissima sartoria nella piccola citt dove c'erano il cinema e la balera e il chiosco dei gelati. La Sandra - ve ne ricordate della Sandra che veniva in classe con noi? -  stata presa a Prato in fabbrica,  una grande fabbrica dove fanno pantaloni da uomo e corredi per i cacciatori. Si alza tutte le mattine alle quattro e mezzo per andare al lavoro in treno, sapete?, ma alla fine del mese guadagna gi il doppio di quel che prendeva dalla sarta, e hanno promesso che se tutto va bene alla fine dell'anno la mettono in regola. Vorresti lavorare in fabbrica? domand Diana. Non lo so, magari vorrei provare, perch no? Dopo tutto sarebbe un lavoro sicuro, e poi io voglio lavorare, mica come le nostre mamme che se hanno voglia di comprarsi un rossetto son costrette a domandare gli spiccioli ai mariti.
Io far la segretaria disse Chira, magari di un bell'avvocato famoso o di un industriale, in uno di questi uffici moderni pieni di finestre. Altro che rossetto: mi comprer tutti i trucchi della Standa, vestiti, scarpe col tacco e tutto quel che mi garba. Quando entrer in una bottega mi diranno: in cosa possiamo servirla signora? e nel dirlo fece un inchino rivolta verso il basso, dove il bozzo si stringeva fra due rive ombrose e prendeva di nuovo il suo corso di torrente.
Brava furba scoppi a ridere Diana allora hai fatto bene a iscriverti alle magistrali. Io penso che far la maestra invece, senn perch fare le magistrali, scema che non sei altro?
Come perch? Ma perch m'ha obbligato il babbo, lo sai bene. Dice che le segretarie d'azienda non sono signorine come si deve, che gli vuoi dire? Ma aspetta che arrivi a ventun'anno e vedrai e con un colpo di reni Chira si tuff di nuovo nel fosso, in tre bracciate arriv sull'altra riva e si gir ridendo verso le amiche che gi si alzavano dal muretto per seguire l'esempio. I profili di tutti questi fantasmi passarono davanti agli occhi di Diana tutto a un tratto, come se avesse aperto all'improvviso uno di quei vecchi album di pelle, dalla copertina istoriata, dove le nonne attaccavano certe piccole fotografie in bianco e nero con scritto sul didietro il nome dei parenti. All'interno della bottega l'aria era tiepida e sapeva di caff appena fatto, la stufa era accesa e si sentiva la legna secca scoppiettare accogliente. Diana si affrett a chiudersi l'uscio alle spalle mentre tutti si voltavano curiosi a guardarla, di certo non si aspettavano avventori a quell'ora gi tarda e con quel tempaccio da lupi.
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5.
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C' chi  mare e chi  montagna. Noi siamo torrente diceva nonna Fiammetta infilando i piedi nell'acqua. Mi portava gi al bozzo del Tasso e mi insegnava a pescare certi brutti pesci dalla testa grossa infilzandoli con la forchetta e ad acchiappare i girini dei rospi con il piede nudo, mezzo intirizzito dall'acqua ghiacciata. Il mare ti porta tutto addosso mi diceva, onda dopo onda, si porta dietro ogni porcheria e la scarica sulla spiaggia, ci puoi trovare di tutto dopo la mareggiata. Invece il torrente spazza via e manda a valle. La mattina dopo lo vedi che scorre un'altra volta forte e pulito. Entrai nella bottega con questo pensiero nel cuore. Considerando fra me e me che faceva troppo freddo per correre al bozzo del Tasso a infilare i piedi nell'acqua e consegnare alla corrente tutta quella tristezza, misi insieme il miglior sorriso che mi restava e dissi buonasera a tutti.
Al bancone del bar come avevo previsto c'era Stella, con le maniche arricciate e le gote rosse, nonostante quel freddo. Tre o quattro operai che erano venuti a farsi un bicchiere per benedire la fine della giornata mi guardarono meravigliati, ma non mi risposero: i montanari sono sospettosi, prima di dar confidenza a un forestiero bisogna che qualcuno gli faccia l'entratura.
Ci pens Stella, col modo chiassoso e gioviale che aveva ereditato dal babbo bottegaio: sgran tanto d'occhi e mi venne incontro gridando: Oddio, la Diana! Ma questo  un miracolo della Madonna! Quanto tempo, vieni, fatti abbracciare, e mi strinse fra quelle braccia grassocce e calde, come in un nido pieno di piume. Mi resi conto che Stella era la prima persona che mi toccava dopo diversi giorni, a parte i saluti rigidi di chi era stato al funerale, ma quello non lo ricordavo neppure perch la giornata m'era passata davanti come un film. Stella era pi giovane di me di una decina d'anni, era cresciuta dentro quelle quattro stanze di trattoria perch aveva ereditato l'attivit dal babbo, che era morto giovane. Gi a diciott'anni, sempre allegra e sorridente, era in grado di organizzare la cucina e il bar, trattare con i fornitori, tenere a bada i clienti con le mani lunghe. Non aveva mai viaggiato ma sapeva tutto di tutto il mondo per le notizie carpite nelle chiacchiere della gente. Si impara di pi dietro al bancone di un bar che all'universit diceva sempre, e forse per certi versi era anche un po' vero. Infatti lei non aveva portato a termine neppure le scuole medie ma sapeva fare a memoria il conto di un pranzo per dodici persone, con antipasto, primi, secondi, dolci e bevute, tutto ci mentre preparava caff e ammazzacaff o mentre affettava un vassoio di prosciutto, e potevi star certa che non avrebbe sbagliato di una lira.
Mi guard in faccia e cap subito che c'era qualcosa che non andava bene. Dissi che Valter era morto e che ero venuta per stare un po' di
tempo tranquilla in casa di nonna Fiammetta. Non mi chiese i dettagli, c'era gente in bottega e ci sarebbe stato tempo per quello. Mi fece preparare dalla suocera che le dava una mano in cucina un brodo caldo con i passatelli - quanto tempo era che non ne mangiavo - e mi apparecchi in un angolo, accanto alla stufa che andava a tutta birra. Tanto per cominciare una bella scodella di passatelli, che ti rimette in sesto il corpo. Per lo spirito ci penser l'angelo custode, ma intanto il corpo  gi qualcosa mi disse mentre si asciugava le mani col grembiule. Per distrarmi mi chiese notizie su come avevo trovato la casa, se avevo legna per la stufa e detersivi per pulire, se le coperte erano umide e se mi ero portata biancheria, si raccomand che non mi peritassi a chiedere e mi mand via con una borsa piena di latte, biscotti, spugne e detergenti per la cucina e per il bagno, oltre a sei grossi rotoli di carta igienica.
Tornai a casa sazia e calda, grata a quella donna saggia che mi aveva raddrizzato la serata. Chiss la faccia che avrai fatto, povero Arthur, a vedermi rientrare contenta e indaffarata dopo tutti quei pianti... Mi coricai con mille buoni propositi: avrei pulito la casa, mi sarei organizzata cibi e bevande, avrei chiamato qualcuno a pulire il camino e mi sarei goduta almeno un mese di riposo per rimettermi in piedi, dopodich avrei iniziato a cercare un monolocale in affitto gi in citt, o a Firenze addirittura, dopotutto avevo qualche risparmio, e nell'arco di tre o quattro mesi avrei trovato un ottimo impiego, che ci voleva? Potevo far tutto. Mi raggomitolai nelle coperte imbacuccata nella mia tuta da ginnastica, con i pantaloni rimboccati nei calzini di lana, e presi sonno quasi subito, cullata dal temporale che finalmente scrosciava sul tetto scuro del Toccio.
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6.
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Versilia, estate 1968.
Ancora ubriache per l'euforia dell'esame di maturit, Diana e le sue amiche decisero di fare l'esperienza della colonia. Era stata tutta colpa di suor Teresa, che aiutava don Andrea in canonica. Era stata lei a parlare alle ragazze della colonia di Monacara, a dire che - ora che erano diventate maestre - un po' di tirocinio con i bambini non gli avrebbe fatto altro che bene, che laggi c'era da lavorare parecchio ma si potevano fare i bagni di mare e cos via. Le colonie erano andate per la maggiore soprattutto nel periodo fascista, quando erano pi che altro dei sanatori per i bambini malati, ma anche nel dopoguerra e poi negli anni Sessanta le famiglie dei bambini poveri, che non potevano permettersi la villeggiatura, mandavano i figli in vacanza al mare nelle colonie gestite da enti pubblici o religiosi. Diana, Chira e la Baldi vennero assunte come vigilatrici, partirono baldanzose e piene di entusiasmo insieme a un'altra decina di ragazze dai quindici ai diciott'anni, ma fin dal primo istante si accorsero che quello che era stato dipinto da suor Teresa come una specie di paese dei balocchi a vederlo da vicino si rivelava per quel che era: una specie di albergo fatiscente, con l'intonaco che si scrostava e i rubinetti gocciolanti, pieno zeppo di bambini e bambine poverissimi, vestiti tutti uguali come miseri soldatini, rapati a zero, affamati, che venivano portati per elemosina a passare quindici giorni in una spiaggetta delimitata con una rete da pollaio. Venivano dai quartieri operai e popolari di tutta Italia, erano centinaia, li facevano dormire stipati in camerate di letti a castello sgangherati, li facevano mangiare poco e male ed erano talmente tanti da rendere impossibile l'organizzazione di qualunque attivit, a parte controllare che non affogassero quando facevano il bagno. Ogni tanto, quando pioveva, venivano due tipi loschi da Livorno a fare lo spettacolo dei burattini.
Ben presto le ragazze capirono che erano state reclutate da quella furba di suor Teresa non certo per un'esperienza di tirocinio ma piuttosto per lavorare a costo zero come guardiane. A ciascuna di loro, cos come a un'altra decina di loro compagne, vennero assegnati trenta bambini, che dovevano essere seguiti e accuditi dalla sveglia del mattino fino alla buonanotte, senza neppure mezz'ora di tregua per far due chiacchiere. In spiaggia si guardavano sgomente da sopra le spalle ossute dei ragazzini in costume da bagno, maledicendo il giorno che - chiss per quale motivo - avevano deciso di passare dalla canonica.
Non ci metter piede mai pi diceva la Baldi ogni sera, prima di crollare sfinita dentro alla sua brandina. Il periodo alla colonia finalmente fin, le ragazze erano cos stanche e denutrite che ebbero bisogno di un mese intero per tornare in forma come prima. Ma la notte avanti di partire avevano avuto il loro battesimo rivoluzionario: avevano trovato chiss come un barattolo di vernice e, dopo aver messo di guardia una livornese molto sveglia con cui avevano fatto amicizia e che si chiamava Marina, avevano scritto sul muro del salone a grandi lettere celesti "LA VITA  ALTROVE". Il blitz era stato suggerito a una di loro da Gianni, il fidanzato del momento, durante una telefonata disperata dove lei aveva pianto di rabbia fino alla caduta dell'ultimo gettone; Gianni aveva detto che quella frase l'avevano scritta sui muri di Parigi gli studenti del maggio e le ragazze avevano passato le ultime tre notti di permanenza al mare a organizzare in ogni pi piccolo dettaglio il blitz contro le aguzzine di bambini poveri. Per fortuna la mattina partirono presto e non seppero mai che le suore della colonia, ormai sole, avevano fatto ingresso tutte in fila nel salone e alla vista della grande scritta celeste si erano guardate negli occhi un po' perplesse, senza capire un accidenti del messaggio sovversivo che aveva entusiasmato le intrepide autrici. Infine suor Albina, ispirata nel profondo, si fece il segno della croce e disse che meraviglioso regalo ci hanno fatto le ragazze prima di partire! Quanta saggezza, che luce divina in queste parole: ci ricordano che la vita vera  altrove, nel Regno Santo dei Cieli, nel Sacro Paradiso del Signore. Preghiamo sorelle, e ringraziamo Dio per queste giovani menti votate alla misericordia. E cos la scritta rimase l sul muro, inoffensiva, ancora per alcuni anni, ignorata da centinaia e centinaia di bambini dalla testa rasata, finch la colonia non fu dismessa e pian piano l'intonaco si sbriciol in polvere.
Ma nel frattempo le ragazze avevano preso coscienza di una faccenda fondamentale: che nel mondo c' chi subisce delle ingiustizie e dall'altra parte della barricata c' qualcun altro che le provoca. Inoltre avevano preso coscienza che dalla parte di chi subisce le ingiustizie spesso ci stanno i pi poveri, mentre dall'altra parte spesso ci sono quelli che comandano, i ricchi, i potenti, i capitalisti. Tornarono a casa alla fine di luglio, decise dopo l'esperienza della colonia a occuparsi della povert e dei poveri, e non soltanto di quelli della loro citt o delle citt vicine, ma dei poveri di tutto il mondo, soprattutto dei poveri di quei Paesi oppressi e diseredati che tutti cominciavano a chiamare Terzo mondo. Parlavano di partire per qualche Paese dell'Africa o dell'America Latina, ma nel frattempo si iscrissero a Magistero e si prepararono con una certa emozione -prime fra tutti i giovani delle loro famiglie - a frequentare l'universit.
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7.
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Cominciai a far politica col Vietnam, come molti in quegli anni. Ho ancora davanti agli occhi le fotografie della nostra Oriana mentre scappa dalle fucilate sul ponte di Kien Hoa o in mezzo ai soldati, con le trecce al vento e la camicia dalle maniche rimboccate: ricordo che pensavo con orgoglio che quella donna incredibile era nata a poco pi di un'ora da casa mia, che aveva respirato la mia stessa aria. Cominciai a fare politica con i reportage di Oriana Fallaci, col Vietnam e con Luc: Luc e il Vietnam sono sempre stati una cosa sola e ancora oggi, se alla radio passa una canzone di Bob Dylan o di Lennon,  sempre il sorriso di Luc che mi compare di fronte. Il Vietnam per noi era il simbolo dell'eroismo dei piccoli contro i grandi, Davide contro Golia. Per la prima volta gli americani che vent'anni prima ci avevano liberato dai nazisti e dai fascisti e che erano stati un modello da seguire, per la prima volta si dovevano dividere in buoni e cattivi. Noi stavamo con i buoni: i richiamati alla leva che disertavano, gli studenti che scendevano in piazza con i loro slogan contro la guerra - "Ehi, ehi, LBJ, quanti bambini hai ucciso oggi?" - gli scrittori e gli intellettuali che si esponevano per dire che non erano d'accordo. I cattivi invece erano quelli che facevano dei film come Berretti verdi, contro i quali in tutte le
citt d'Italia si facevano manifestazioni di protesta, schierandosi di fronte alle sale per non far entrare gli spettatori.
Conobbi Luc proprio durante una di queste manifestazioni, la mia prima manifestazione, a ottobre del 1968. Ti ricordi di Luc, non  vero Arthur? Un giorno ti tenne un bel po' fra le mani, girandoti e rigirandoti, mentre nonno Cesare gli raccontava la tua storia, di come fosse amico dell'uomo che ti aveva intagliato e di quella triste notte dell'imboscata, dove Giulio venne colpito al polmone da una pallottola e mor cos, senza prete n funerale, lasciandogli per ricordo soltanto quel bellissimo bastone per funghi. Luc disse che non aveva mai visto un bastone cos bello e ti ripose nel tuo vecchio coppo di coccio dietro l'uscio di casa, quasi attento a non farti male. Mi fece ridere per quella cautela, ma Luc apprezzava il valore dei simboli.
Si chiamava Luc Batisti, era francese ma di lontane origini toscane, faceva il giornalista e il fotografo per certi giornali di lass, nati dopo le manifestazioni studentesche del maggio. Quella sera mi guard e disse che mi ero messa delle scarpe sbagliatissime per una manifestazione, se ci fosse stato bisogno di scappare mi avrebbero acchiappato subito. Mi innamorai di lui nell'esatto momento in cui mi guard i piedi e seppi subito che quell'amore mi avrebbe marchiato come una stimmate, anche se ci vollero molti mesi, dopo quel giorno, perch mi invitasse a uscire e pi di due anni prima che decidesse di essere abbastanza innamorato di me da propormi di vivere con lui. Io, se fosse stato per me, gli avrei
detto di s subito.
A volte penso che se non ci fosse stata la guerra del Vietnam forse molti di noi non avrebbero mai preso la strada dell'impegno. Il Vietnam lo abbiamo anche utilizzato, in fin dei conti, perch era una guerra di popolo e questa cosa ci faceva impazzire. Ci sembrava che se un popolo cos piccolo aveva avuto il coraggio di sfidare la pi grande potenza del mondo, allora forse anche in altri posti i deboli potevano provare ad alzare la testa e combattere per la giustizia, l'eguaglianza e i diritti. Vedevo Nora, che ogni mattina si alzava prima delle cinque per andare a farsi sfruttare in fabbrica per una paga misera, che faceva arricchire il padrone e che faceva invecchiare prima del tempo lei e le sue compagne, e pensavo che non era giusto e che il Vietnam ci insegnava la consapevolezza, ci insegnava che le ingiustizie si devono sempre combattere, anche a costo di alzare un po' la voce. A casa nostra ci avevano sempre insegnato, soprattutto le nostre mamme, che non  il caso di alzare la voce: le ragazze per bene non lo fanno. Luc invece alzava la voce, gridava nel suo megafono "il Vietnam vince perch spara". Fotografava la gente che gridava, e pi gridava pi lui la fotografava.
E cos in quell'ottobre ebbe inizio il nostro maggio: un lungo periodo che di l in poi ho sempre chiamato fra me e me "gli anni belli", esplosi in un turbine di cose da fare e da dire, dove i colori erano pi nitidi e il ritmo del cuore pi veloce, fra l'inizio dell'universit e le infinite riunioni in quelle stanze che l'anno successivo sarebbero diventate la sede di Lotta Continua. Non ho mai
chiarito bene con me stessa se cominciai a frequentare il gruppo perch condividevo le cose che proponevano oppure perch mi piaceva Luc. Forse un po' di tutte e due le cose insieme.
A gennaio mi chiamarono per la sostituzione di una maternit in una prima elementare di una scuola di campagna, ci andavo con l'autobus e poi mi comprai un motorino di seconda mano. Ricordo ancora il terrore che provai entrando per la prima volta in classe di fronte a tutti quei piccolini in grembiule nero che mi guardavano in silenzio, dietro ai banchi pi grandi di loro. Molti banchi avevano ancora il buco per la boccettina dell'inchiostro, anche se ormai si scriveva con la penna biro. A casa non tornavo quasi mai, soltanto per dormire, ma i miei erano contenti perch riuscivo a lavorare e a studiare. Delle riunioni non sapevano niente, credevano che passassi il mio tempo in biblioteca. Ai loro occhi ero diventata brava quasi come Nora. Dopo un po' cominciai a indossare le gonne corte fin sopra al ginocchio e i pantaloni aderenti sui fianchi e a godet dal ginocchio in gi, e mi misi a parlare di proletariato e di lotta di classe. Cos loro cominciarono a guardarmi come una straniera e cambiarono idea. Anche il babbo cambi idea, che pure era stato partigiano e anche lui era andato alla macchia dopo l'otto di settembre insieme allo zio e al babbo di Chira. Ma dopo la guerra per far piacere a mamma aveva smesso di occuparsi di politica e leggeva soltanto la Gazzetta dello sport. A differenza di nonno Cesare e di nonna Fiammetta, che quando salivamo al Poggio Lustro mi
guardavano con un sorrisino e non dicevano nulla. Ma io lo sapevo che erano fieri di me, loro che nella Resistenza c'avevano creduto davvero.
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8.
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Gi in citt, ottobre 1968.
La mattina del quattro di ottobre le ragazze si diedero appuntamento al bar di fronte al cinema per andare tutte insieme all'Ufficio di collocamento. Intanto che iniziavano l'universit volevano farsi il libretto, contavano di trovare una piccola occupazione per avere qualche soldo in tasca e non dover chiedere in casa. Proprio l davanti trovarono due compagni che avevano fatto con loro le superiori e adesso si erano iscritti a Magistero. Erano impegnati in una discussione accesa con alcuni ragazzi un po' pi giovani, uno di loro teneva in mano un lenzuolo ripiegato, l'altro quattro o cinque aste da bandiera. Chira, che era la pi ardita, si avvicin per salutare e cinque minuti pi tardi erano tutti quanti con la tazzina in mano, i ragazzi avevano offerto il caff alle signorine. Vennero a sapere che si stava preparando una manifestazione di protesta perch al cinema l di fronte quel giorno si proiettava un film americano intitolato Berretti verdi. Dissero che il film era propaganda americana per la maledetta guerra nel Vietnam, spiegarono che bisognava in tutti i modi impedire ai borghesi della citt di entrare in sala e dissero infine che c'erano proprio in quel momento dei compagni che stavano
organizzando la protesta, poi ci sarebbe stato un passaparola per
darsi appuntamento di fronte al cinema e sabotare lo spettacolo. Le ragazze erano invitate, naturalmente. Anzi, dovevano dirlo a quante pi persone possibile: bisognava far numero.
Si guardarono l'una con l'altra, lo sguardo era titubante ma dentro di loro avevano gi deciso: quella sera avrebbero partecipato alla loro prima manifestazione. Si accordarono per raccontare a casa che avrebbero passato la serata ospiti di un'amica, un'amica immaginaria appena arrivata in citt (impiegarono quasi un'ora per sceglierne il nome): dopotutto si trattava di un'opera di misericordia per farla sentire ben accetta. La scusa funzion, non era la prima volta che le amiche passavano la serata tutte insieme, e puntuali alle nove le ragazze si presentarono al punto stabilito. Gi nel pomeriggio c'era stata una prima manifestazione, in parte fallita perch il film alla fine era stato proiettato, ma il passaparola era partito e i ragazzi avevano detto che per la proiezione della sera si attendevano migliaia di persone. E infatti verso le otto e mezzo i manifestanti cominciarono ad arrivare, occupando tutto lo spazio nelle strade di fronte e di lato al cinema, tanto che il traffico dovette essere deviato nelle strade secondarie. Le ragazze cercavano di stare un po' di lato, senza farsi troppo notare, ma dopo poco si rilassarono perch erano arrivate molte persone che conoscevano, ex compagni di scuola soprattutto, e si ritrovarono anche loro a parlare ad alta voce e a distribuire i volantini che, non si sa come, qualcuno dei maschi gli aveva messo in mano. Diana e Chira erano eccitatissime, la situazione
era coinvolgente, tutti le trattavano come se le conoscessero da sempre, ed era la prima volta che sperimentavano quella sensazione di euforia che produce fare una cosa giusta tutti insieme. Conobbero decine di giovani e ragazze come loro che senza dir nulla ai genitori erano andate alla manifestazione invitate dai fratelli pi grandi o dai fidanzati. E cos come fu per loro, per molti giovani della citt quella manifestazione segn l'inizio di un impegno politico che sarebbe durato per molti anni a venire.
Nel frattempo la calca si era trasformata in una vera e propria folla e la polizia si era schierata ai lati della strada pronta a intervenire. Tutti gridavano slogan contro l'imperialismo e anche le ragazze, soprattutto la Baldi (che fra l'altro aveva il grande dono di saper fischiare ficcandosi due dita in bocca come un pastore), si erano unite agli altri nel cercare di far pi chiasso possibile. Gli spettatori erano arrivati alla spicciolata, ma erano stati bloccati nei paraggi dell'ingresso e si era formato un gruppo abbastanza nutrito, composto da una ventina di persone che volevano entrare a vedere il film, ma c'erano parecchi giovani che si erano schierati di fronte alle porte e continuavano a impedire l'accesso alla sala, cos iniziarono i primi tafferugli: part qualche spintone, vol qualche parola grossa. A un tratto le ragazze sentirono un rumore di vetro infranto ma non riuscirono a vedere nulla, perch erano tutte e tre piuttosto piccoline e di fronte a loro c'era un muro di corpi e di teste che occupava tutto l'orizzonte. Sentirono per i rumori di un tafferuglio, una saracinesca che veniva divelta e subito
dopo i megafoni della polizia che ordinavano di sgomberare e i fischi e gli insulti dei manifestanti come risposta.
A un tratto, nella calca, mentre cercava di tenere a distanza con il gomito un grosso tipo che si era quasi appoggiato contro di lei, Diana sent una voce che le sussurrava all'orecchio sinistro sei graziosa con questo vestito, ma forse avresti dovuto mettere scarpe pi adatte per camminare veloce.
La voce le aveva parlato con l'accento un po' arrotolato dei francesi, un accento ruvido ma dolce, che le provoc un brivido lungo la schiena. Per un attimo la folla scomparve e i rumori si fecero lontani, ma fu soltanto un istante, come un breve giramento di testa, una fugace perdita d'equilibrio. Si gir verso la voce e di fronte a lei c'era un tipo con la macchina fotografica in mano. Si chiamava Luc, ma Diana ne avrebbe scoperto il nome soltanto qualche giorno dopo, quando si rincontrarono per caso in citt. Fiss per un istante quegli occhi indimenticabili e tutto fin l, perch proprio in quel momento inizi la prima carica della polizia e Diana e Luc scappando si persero di vista. Le tre amiche vennero trascinate dalla folla fino in fondo alla strada, e quello fu un momento di paura perfetta come non avevano mai provato fino ad allora. Pi della polizia temevano i genitori, che sarebbero andati su tutte le furie se per caso le avessero arrestate, o peggio ferite, e avessero scoperto quella bravata. Avrebbero rimediato di sicuro un paio di scapaccioni. Ma per fortuna se la cavarono con poco, Diana aveva soltanto
perso una scarpa che per venne presto recuperata da un ragazzo che l'aveva acchiappata prima che la calpestassero e l'aveva rincorsa per restituirgliela. Aveva ragione quel francese, dovevo mettermi delle scarpe pi comode disse Diana, cercando di sistemare alla meglio sotto il piede un grosso buco nella calza. Che francese? chiese Chira, indispettita di essersi persa un evento fondamentale della serata. Boh, uno che mi ha guardato i piedi e mi ha detto che queste scarpe non andavano bene. E aveva ragione infatti ridacchi Diana appoggiata al muro, mentre si rinfilava la scarpa facendo ben attenzione che il buco andasse a finire sotto la pianta del piede, che la sua mamma era peggio di un radar: quando rientrava in casa passava al controllo la figlia da cima a fondo in un millesimo di secondo, non le sfuggiva un pelo di gatto sul cappotto. Era bello? chiese Chira.
Mi pare di s... Anzi s, parecchio rispose Diana. Chira tir uno scappellotto all'amica e la rimprover di non averglielo fatto vedere, che non si ripetesse mai pi una cosa del genere. Riunitesi con la Baldi, le ragazze presero velocemente la via di casa: erano gi le undici e il coprifuoco ben presto sarebbe suonato. L'appuntamento era per il giorno dopo, nel pomeriggio, alla Casa del popolo dove si sarebbero incontrate con i compagni - da quella sera, senza che nessuno glielo avesse insegnato, cominciarono anche loro a chiamarli cos - che le avevano invitate alla manifestazione. E infatti il pomeriggio del giorno seguente alla Casa del popolo si form una
riunione spontanea di moltissimi studenti, parte degli istituti superiori e parte universitari. Il barista, che non sapeva pi dove metterli, sistem due o tre tavoli nel cortile sul retro e li sped tutti quanti fuori, tazzine e bicchieri e tutto. Senn va a finire che mi fate scappare i clienti li rimprover mentre si affannava con sedie e vassoi. Per i Berretti verdi tafferugli al cinema Lux inizi a leggere Gianni, con La Nazione aperta di fronte a s sul tavolino. La piccola folla di studenti ascoltava senza perdere una sillaba. Gremita la sala alla proiezione pomeridiana, i "contestatari" sono tornati all'attacco la sera. Vetri rotti e un'inferriata divelta. Fortunatamente nessun ferito.
A parte il Gaggini che ha inciampato da s e s' sbucciato il ginocchio. E ha pure strappato i pantaloni della domenica! interruppe uno dell'Istituto Tecnico, accolto dalle risate generali. Erano tutti ancora in fibrillazione per il successo della sera prima, la mattina a scuola non si parlava d'altro.
Ieri al cinema Lux  stato programmato il film Berretti verdi. La programmazione per  stata sospesa e rinviata, in quanto si sono avute da parte dei soliti "contestatari" violente dimostrazioni. La storia del film, interpretato da John Wayne,  ormai nota: parla della guerra nel Vietnam e di come tale guerra viene condotta sia da parte degli americani che dei vietcong. Per i "contestatari" per tal film  altamente lesivo e contrario alle loro idee e poich evidentemente non ammettono che qualcuno possa pensarla diversamente da loro, ricorrono, in omaggio al concetto della libert, alla violenza per
imporre il loro punto di vista.
 proprio vero! salt su un altro, infatti siamo stati noi a caricare in tenuta antisommossa, mica quei fascisti di celerini!.
Zitti, fatelo finire, intervenne Silvano, che stava nelle retrovie, appoggiato al muro con le braccia incrociate. Era all'ultimo anno del liceo scientifico ma aveva la loro et perch le magistrali duravano un anno di meno. Le ragazze stavano zitte, si vergognavano a intervenire, ma erano molto attente e capirono subito che Silvano era il pi autorevole di tutti, gli altri lo ascoltavano e quando parlava lui immediatamente si zittivano. Gianni riprese: Fin dal primo pomeriggio infatti un gruppo di giovani, composto in massima parte da barbuti e capelloni, ha tentato di impedire l'ingresso del pubblico in sala. La presenza della polizia ha valso a mantenere l'ordine e la pellicola  stata proiettata regolarmente. Naturalmente la sala si  riempita di spettatori. Fuori dal cinema intanto alcuni giovani, con cartelli inneggianti a Che Guevara e a Lenin, si sono seduti al canto di "Bandiera rossa" e distribuendo manifestini di ogni genere contro l'imperialismo americano. Questo evidentemente non deve aver soddisfatto i "contestatari" che alle 21,30 si sono ripresentati in forze davanti al cinema Lux decisi a riscattare lo smacco subito nel pomeriggio. E stato cos che il marciapiede antistante il cinema  stato bloccato dai dimostranti (circa un migliaio), e si sono registrati alcuni tafferugli fra i "contestatari" e le persone che volevano entrare in sala. Le forze dell'ordine sono intervenute pi
volte per sedare il tumulto. Ad un certo punto le vetrate del locale sono state frantumate dai pi facinorosi e anche una saracinesca  stata divelta.
Grande potenza dei muscoli del compagno Corsini! comment un altro, e tutti scattarono in un applauso per festeggiare lo scardinamento della saracinesca. Verso le ventitr infine il sindaco ha annunciato con un megafono che la direzione del locale aveva deciso di sospendere per oggi la programmazione del film. Cos tutto  finito e i "contestatari", fra i quali  stata notata la presenza di quasi tutti i dirigenti locali del partito comunista, sono ritornati alle loro case. Non si registrano fortunatamente feriti.
La lettura dell'articolo fu accolta da cori e slogan e il successo della manifestazione venne celebrato con le bevute. Si cominci a discutere di organizzare un'assemblea, si sapeva che c'erano stati dei fermi, delle denunce. Occorreva organizzarsi, trovare un avvocato che si prestasse a fare una difesa comune dei denunciati, fare una colletta, mettersi in contatto con i partiti oppure individuare dei delegati, ci voleva una sede, e poi magari occuparsi anche di altre cose: il Paese era allo sfascio, la scuola faceva schifo, il paternalismo dei presidi e dei governanti andava scardinato. Anche le ragazze vennero coinvolte: si trattava di ciclostilare i volantini, era semplice e sarebbero state di sicuro in grado di imparare subito, non c'era da preoccuparsi. Diana e le sue amiche tornarono a casa al settimo cielo, con una luce nuova negli occhi.
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Sono stata mille anni dietro a un bancone e non mi sono mai rassegnata a quelli che ordinano il cappuccino dopo pranzo. Anche quando lavoravo a Firenze - e dire che l ne capitavano di turisti - il cappuccino dopo la pastasciutta non l'ho mai tollerato.
Ho la macchina rotta, non mi scalda il latte m'inventavo. Valter era d'accordo, aveva le sue idee sull'oltraggio al buon gusto.
Il cappuccino dopo mangiato se l'inventano solo i tedeschi diceva. A volte lo ordinavano anche gli americani, raramente gli inglesi. Ma i tedeschi e gli olandesi arrivavano con questa pretesa del cappuccino dopo pranzo e noi eravamo inflessibili, tenevamo il punto. Per fortuna qui al paese il cappuccino non  mai andato di moda, neppure per i paesani. Il caff corretto s, con la Sambuca o con la grappa, o addirittura un paio di paesani lo bevevano corretto a vino. Il caff corretto a vino puzza come l'inferno ma dai retta a me: sar sempre meglio del cappuccino dopo pranzo. Uno dei pensieri che mi tormentavano appena tornata al Poggio Lustro riguardava proprio Firenze: credevo che mi sarebbe mancata. Dopotutto Firenze  la citt pi bella del mondo e in fin dei conti avevo trascorso met della mia vita da adulta circondata da quella bellezza
ultraterrena, dentro e fuori i superbi palazzi, fra musei e capolavori, ogni angolo di strada intento a raccontare una storia antica. Anche di pi, se si calcolano gli anni in cui avevo provato a frequentare l'universit. Ricordo ancora la gioia che mi tolse il respiro quando Valter mi port via dalla provincia, mi pareva di essere entrata in un'opera d'arte: ogni pietra che calpestavo, ogni graffio sui muri, ogni angolo nascosto mi riportavano alla mente pagine di libro studiate a scuola, opere di artisti delle cui vite avevo parlato ai miei alunni, le poesie che mi ostinavo a fargli imparare a memoria per farli innamorare delle parole. Invece dopo qualche giorno che abitavo di nuovo al Poggio Lustro mi accorsi che da Firenze ero venuta via con sollievo. Non cambiava mai quella citt, era soffocata dal suo stesso passato. Certe volte, camminando per strada, se le insegne al neon dei negozi erano spente e lungo il mio orizzonte in quel momento non c'erano persone, mi pareva di essere in una macchina del tempo e mi aspettavo da un momento all'altro di scorgere qualcuno dei Medici intento a discorrere di arte o letteratura con qualche cortigiano. Troppa bellezza abitua male, rende i luoghi ostili al cambiamento, rende superbi. E se negli ultimi anni qualche cambiamento c'era stato, si trattava di un cambiamento malato: l'internazionalismo per cui avevamo sempre lottato era stato sconfitto dalla globalizzazione, i bottegai fiorentini, gretti e arrivisti, s'eran venduti agli americani e poi ai cinesi, avevano messo in piedi una filza di botteghe tutte uguali, le stesse vetrine luccicanti con le stesse insegne scritte in americano che si possono trovare ormai in ogni capitale d'Europa, con la guardia del corpo per scacciare gli zingheri e certe commesse eleganti dalle chiappe secche, un lusso sguaiato per i nuovi ricchi. Oggi la maggior parte della gente che visita Firenze  alla ricerca di qualcosa da comprare: giovani che comprano hamburger e gelati, vecchi che comprano souvenir, giapponesi che comprano sciarpe. E per il resto tutto uguale all'uguale di sempre, come se un gigante bambino avesse ritagliato con cura tutto quanto il Rinascimento e l'avesse chiuso in un grande barattolo di vetro. Anche Poggio Lustro non cambiava mai, ma almeno qui non c'era nessuno che si dava tante arie da salotto buono, e alla fine a Firenze non ci sono pi tornata.
Ero tutta intenta in questi pensieri quando entrarono gli albanesi. Ormai siamo in un mondo meticcio, mi dispiace tanto che la gente da fuori sia arrivata soltanto ora che sono vecchia. Quando a tutti noi avrebbero fatto comodo un po' di immigrati per essere davvero terzomondisti e non soltanto a parole, neppure l'ombra di un immigrato. Giusto un paio di greci scappati dai colonnelli o qualche cileno, spremuti come limoni nelle cento assemblee o nelle riunioni fumose dei nostri vent'anni. Grazie al cielo molti nostri compagni venivano da famiglie emigrate dal Sud, dalla Calabria o dal salernitano, dalla Sicilia, dalla Sardegna. Ci insegnarono a essere aperti e tolleranti con le differenze. Non mi scorder mai di quella volta che ci fecero un fermo di polizia alla manifestazione dopo Piazza Fontana. Il babbo mi dette l'unico ceffone della sua vita perch tornai a casa alle sette del mattino, credevano che fossi morta
o ricoverata in ospedale. Ci portarono tutti in Questura e ci identificarono, poi arriv il questurino che stava in guardiola a restituirci i documenti, urlava il nostro nome e noi dovevamo avvicinarci per recuperare la carta d'identit. Quando grid signorina Cucciniello Giuseppa Immacolatina la compagna Tina si lasci scappare un vaffanculo che le cost una denuncia. Si vergognava del nome, come darle torto?
Comunque gli albanesi che vennero a stare in paese -ormai sono qui da trent'anni anche loro - arrivarono accompagnati dal sindaco e dunque furono accolti con tutti gli onori. Erano giovani a quei tempi, scappavano dalla dittatura e li piazzarono provvisoriamente in una casa vuota. Presero in mano il vivaio di abeti di Natale del vecchio Poldo, che non aveva eredi, e lui quando mor lo lasci a loro due. Da una vita corrono avanti e indietro per crescere gli abeti di Natale che le famiglie di citt tengono un mese in salotto e dopo la befana buttano nel cassonetto della spazzatura. Da qualche anno, visto che ora vanno di moda gli alberi di Natale di plastica, si sono messi a coltivare piante officinali per un'azienda erboristica, erba cavallina e altre cose che hanno bisogno di climi un po' freddi. Pare che se la cavino bene, anche se non sono riusciti a farsi spedire una moglie perch sperdute fra i monti le ragazze albanesi non ci vogliono venire, ne hanno abbastanza dei monti a casa loro. Ogni sera dopo il lavoro i nostri paesani albanesi vengono in bottega per un po' di spesa e per un caff con il grappino. Se lo meritano, lavorano sodo. Mi piace tanto ascoltarli mentre raccontano della loro terra,
oppure di quel che hanno sentito alla televisione, con quell'accento un po' rude, da gente di poche parole e grande onore. Siamo diventati amici negli anni, e quando ho avuto bisogno di una mano per aggiustare una tegola del tetto o per cambiare il tubo alla stufa si sono subito offerti il Basso e l'Ervino, che come si chiamano davvero nessuno l'ha mai saputo. Sanno fare un po' di tutto, come se le mamme aquile gli avessero trasmesso insieme al latte la capacit innata di accomodare le cose.
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10.
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Gi in citt, ottobre 1968.
Il bilancio della manifestazione "dei Berretti verdi" fu di diciotto persone denunciate, fra studenti e dirigenti locali dei partiti di sinistra. Le imputazioni furono adunata sediziosa, oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, violenza privata e danneggiamento doloso. I repubblicani scrissero una lettera al giornale locale dove definivano "cervelli sottosviluppati" gli esponenti del "Pei, Psiup e gruppi associati" che si erano mescolati alla protesta contro il film.
In citt si consolid il clima di fermento che gi da diversi mesi covava sotto la cenere, soprattutto fra gli studenti, che avrebbe portato nei mesi successivi all'occupazione dell'Istituto Tecnico e all'organizzazione di decine di manifestazioni.
Diana incontr Luc qualche giorno dopo, proprio alla fine di Corso Gramsci. Lo salut con un sorriso e gli disse avevi ragione delle scarpe. Rimasero in piedi come due stoccafissi a chiacchierare quasi per un'ora. Lui era in Italia da poche settimane. Faceva il giornalista e anche il fotografo, lavorava per il movimento. I compagni avevano deciso che sarebbe sceso in Toscana. Era d'origine italiana perch il nonno di suo nonno era scappato dall'Italia a met dell'Ottocento pi o meno, era
espatriato per motivi politici. Era anarchiste, anarchico le disse con aria fiera. I compagni avevano deciso che Luc sarebbe sceso in Italia per documentare quello che stava succedendo, perch in Italia c'era il partito comunista pi importante d'Europa e si aspettavano che potesse partire una lotta interessante. Diana all'inizio lo guardava un po' perplessa ma lui era talmente convinto che a poco a poco si scopr incantata dalle sue parole. Lui le raccont di quel che accadeva in Francia, di quel che aveva visto a maggio nelle vie di Parigi. La port per mano lungo le dolci e impetuose onde di quella marea che da Strasburgo, da Nanterre, via via per villaggi piccoli e grandi aveva sommerso Caen, tante altre citt, e soprattutto Parigi. Il Movimento del ventidue marzo aveva promosso riunioni con studenti tedeschi, belgi, italiani. Lui era stato chiamato a fare l'interprete, in famiglia avevano sempre conservato un po' di italiano e suo padre aveva preteso che lo imparasse anche lui, fin da bambino. Aveva cominciato a fotografare, a scrivere pezzi. Gli articoli e le fotografie erano piaciuti, li avevano stampati su volantini e giornali universitari. Il tre di maggio c'era stato uno scontro enorme con la polizia, chiamata a sgomberare la Sorbona, aveva fatto fotografie al Quartiere Latino blindato, alle barricate, ai feriti. Le sue foto erano state utilizzate anche dagli avvocati per le denunce ai poliziotti, che per purtroppo erano state archiviate. Ma niente sar pi come prima disse Luc stringendole il braccio. Qualche giorno dopo Luc era entrato a far parte di un comitato di giornalisti contro la
repressione che aveva il compito di accertare la verit sul comportamento delle forze dell'ordine. Le parl delle fotografie alle scritte sui muri, quelle che lui preferiva. "Siate realisti: chiedete l'impossibile" era stata trasformata nel manifesto del movimento. La rivoluzione le disse  l'estasi della storia, quando la realt sociale si fonde con il sogno. Le spieg che la loro rivoluzione proseguiva quella che avevano fatto i maquis, i partigiani, contro i nazisti e i fascisti: i partigiani avevano combattuto per la libert e per il pane, ora toccava a loro combattere per le rose e per la luna, per rompere le grigie regole della storia, per conquistare la bellezza e raggiungere la felicit. A Diana il discorso di Luc ricordava un po' le novelle che le raccontava nonna Fiammetta mentre pelava le patate, ma nonostante questo, per la prima volta, parlando con lui, si sent tutto a un tratto consapevole che anche lei, vivendo in quel tempo di eventi meravigliosi, aveva l'occasione di partecipare a fare la Storia.
Mio nonno Cesare, anche se era gi un po' vecchio,  stato con i partigiani e mia nonna Fiammetta portava i messaggi da una brigata all'altra, li nascondeva dentro ai rami di sambuco disse Diana con gli occhi lucidi dall'emozione. Il sambuco a casa di nonna Fiammetta si usava per le tisane, per lo sciroppo col miele, per fare cerbottane e i pifferi che con il loro fischio magico fanno scappare gli spiriti ridarelli, e in quel tremendo inverno della Linea Gotica la nonna svuotava i rami e li riempiva con i messaggi che le squadre partigiane si mandavano da un rifugio all'altro, per coordinare le azioni di guerriglia, o
addirittura qualche volta li riempiva di pallottole, una in fila all'altra come le perle di una collana. Li chiudeva con un po' di midolla di pane e li mescolava con altri rami secchi: una massaia gi un po' avanti con gli anni che se ne andava tranquilla per il bosco a far legna per il focolare della famiglia.
Stai gi partecipando a fare la Storia le disse lui con un sorriso che le parve infinito: alla manifestazione hai urlato insieme a tutti noi che l'imperialismo deve finire. La tua presenza in quel posto, in quel momento, a dire le cose che hai detto,  fare la Storia. Ognuno di noi ha il proprio inizio. Salutandola le scompigli i capelli. Non le chiese il numero di telefono, tanto sapeva che l'avrebbe trovata da quelle parti.
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Avevamo cominciato a frequentare Magistero in un clima di effervescenza totale: ogni giorno c'erano assemblee e mobilitazioni, spesso le lezioni venivano interrotte, alcuni insegnanti meno intransigenti accettavano di discutere alla pari con noi, anche loro risucchiati in quello stesso vortice che aveva catturato la nostra generazione. Il professore di letteratura mi prest un libro, Memorie di una ragazza perbene, di una scrittrice francese che non conoscevo. Cominciai ad appassionarmi alla lettura. Mi dividevo fra universit, lavoro, riunioni con i compagni, ero sempre stanca ma incredibilmente felice. Pi di tutto, quello che ci affascinava era ci che accadeva all'esterno delle aule, gli incontri, le discussioni, la condivisione di tutto, dalle sigarette ai primi amori, un inizio di promiscuit che ci avrebbe portato negli anni successivi a un vero e proprio rifiuto delle regole tramandate dalla generazione precedente. E fu soprattutto la nostra Chira ad approfittarne, con la spontaneit e l'allegria con cui acchiappava al volo tutte le novit. Tutte noi facevamo formazione di libert: libert di comportarci senza restrizioni, in una citt pi grande dove nessuno ci giudicava; libert di ribellarci contro la cultura borghese che ci opprimeva; libert contro l'autoritarismo, le divisioni di classe. L'incantesimo di stare
tutti insieme ci faceva sentire forti nei confronti delle generazioni precedenti, che secondo noi avevano sbagliato tutto.
Di tutte le cose perdute quella che pi mi manca  proprio quella leggerezza, quell'aspettativa, la sensazione che presto sarebbe accaduto qualcosa e che subito dopo saremmo stati tutti pi felici e pi liberi. Ma non tutti i nostri coetanei erano coinvolti in questo turbine di cose nuove. Venivamo da una citt provinciale e molti dei giovani che conoscevamo non avevano scelto di frequentare l'universit. Parecchi lavoravano, molte ragazze della nostra et erano fidanzate e si accorgevano di questa ondata di rinnovamento soltanto perch i tempi cambiavano per tutti, perch anche loro cominciavano a indossare le gonne corte e a uscire senza la sorella pi grande a fare la guardia. Non si interessavano di politica e non sapevano un bel nulla della lotta di classe. Andavano pazze per le canzonette e il massimo della loro rivoluzione era passeggiare canticchiando per le vie del centro,
...amo la vita pi che mai appartiene solo a me
voglio viverla per questo scende la pioggia ma che fa...
Non avevamo il permesso di trattenerci a Firenze anche la sera. Correvamo avanti e indietro con il treno e quando tornavamo in citt partecipavamo al gruppo che si era formato dopo i Berretti verdi. Ma
la provincia spiava, controllava: c'era sempre qualcuno che conosceva i nostri genitori, che riferiva, che sussurrava. Cominciammo a rivendicare maggiore libert e i litigi erano all'ordine del giorno. A casa mia era soprattutto la mamma che si preoccupava. Ogni giorno dovevo sopportare il confronto con Nora, che al contrario di me lavorava sodo, lasciava met della paga alla zia, riuscendo anche a farsi un po' di dote per quando si sarebbe sistemata, e nel tempo libero ricamava il suo corredo. Ogni sera dovevo affrontare discussioni per uscire e quando tornavo a casa spesso mi accoglievano il muso lungo della mamma e la malattia del babbo, che piano piano peggiorava e lo lasciava sempre un po' pi stanco. Ogni volta che uscivo e chiudevo dietro di me il portone del condominio sentivo una fitta di senso di colpa, ma tuttavia uscivo.
Fuori accadeva una cosa nuova ogni giorno. L'ultimo dell'anno alcuni compagni avevano organizzato, insieme a molti altri studenti toscani, un lancio di uova e verdure alle signore che andavano al veglione alla Bussola di Viareggio. Non portarono le compagne perch alle manifestazioni pi pericolose andavano solo i maschi. I carabinieri spararono e ferirono gravemente un ragazzo, si chiamava Soriano Ceccanti. Il 1969 per me inizi nel fragore di quel colpo di pistola e prosegu in un susseguirsi di eventi che ballano e si mescolano come marionette nella mia memoria, senza che io riesca a dar loro un ordine dentro alla mia testa invecchiata. Dopo aprile si cominci a sentir parlare di bombe: avevano messo bombe sui treni, ai tralicci dell'alta
tensione, qua e l nelle citt, soprattutto al nord. All'inizio non si fece male nessuno, ma il clima cominciava a farsi pesante. Le scuole superiori della nostra citt erano in fermento. Cominciammo a prendere contatti con gli operai di una cartiera in montagna, furono organizzate alcune manifestazioni congiunte. I metalmeccanici scioperavano a Torino e a Milano, le loro rivendicazioni si diffondevano anche in provincia, i nostri operai iniziarono un periodo di rivendicazioni per il salario, per la sicurezza sul lavoro, per l'abolizione del cottimo, per le pause. Noi studenti ci sentivamo coinvolti in questa mobilitazione perch pensavamo che la rivoluzione dovesse partire da loro, dalla classe operaia. Ebbi un breve periodo di fidanzamento con Francesco, un compagno che lavorava alla San Giorgio, alla verniciatura, e faceva parte del sindacato. A luglio ci furono le condanne agli studenti che avevano occupato Lettere e anche noi di Magistero partecipammo alla manifestazione di protesta, che fu imponente. Avevo una gonna a quadretti, dovetti andare nel bagno di un bar e nella fretta di ricongiungermi al corteo non feci attenzione che la gonna era rimasta impigliata nella cintura dalla parte di dietro: camminai per mezzo chilometro con le mutande all'aria, Chira non smise di ridere per una settimana. L'autunno cominci con quindicimila operai della Fiat sospesi e con un infinito numero di scioperi. Noi ragazze partecipammo a manifestazioni non solo nella nostra citt, ma anche a Pisa e a Firenze. Chira aveva un ragazzo in quel periodo, Carlino: parlavano di andarsene di casa, volevano prendere qualche
stanza in affitto e creare una Comune come facevano in Francia e negli Stati Uniti. Ma da noi era una cosa proprio fuori di testa, perch una ragazza dalle nostre parti se ne andava di casa soltanto se si sposava. Non sapevamo ancora che a breve
lo avremmo fatto davvero: il mondo si era messo in moto all'improvviso e le abitudini, le consuetudini, le cose che si potevano o non potevano fare, nell'arco di pochi mesi erano talmente cambiate che mamme e figlie si guardavano in faccia, l'una di fronte all'altra, e non si riconoscevano pi. I nostri mondi si erano allontanati di scatto, come due cariche elettriche dello stesso segno.
Luc si divideva fra diversi gruppi, soprattutto bazzicava Lotta Continua, ma come fotografo frequentava un po' tutti, girava per la Toscana con le sue macchine al collo: tutti lo conoscevano, parlava in tutte le assemblee dell'importanza di quella che si chiamava allora la controinformazione, ma soprattutto fotografava e documentava, non pensava ad altro. Le sue fotografie cominciavano a diffondersi, ne aveva vendute alcune anche ai quotidiani.
Il dodici dicembre scoppi la bomba a Milano e dopo qualche giorno arrestarono Valpreda e Giuseppe Pinelli "vol" gi dalla finestra.
Oggi forse i giovani non si rendono conto di cosa furono quei giorni, di cosa fu quella bomba. Dopo ce ne sono state tante altre e si tratta ormai di fatti vecchi, non pi interessanti. Ormai tutti sanno che quello era il periodo della strategia della tensione, che c'erano i terroristi - non importa se rossi o neri - e su quelle vicende mandano i documentari alle undici di sera, cos non
li guarda nessuno. Ma per noi Piazza Fontana fu l'inizio di un incubo e la morte di Pinelli un colpo al cuore. La perdita dell'innocenza, disse qualcuno. La bomba sventr l'edificio della Banca Nazionale dell'Agricoltura a Milano, fece diciassette morti e pi di ottanta feriti. La polizia politica e il Sid si concentrarono subito sulla pista anarchica, ma Luc aveva capito fin dall'inizio che gli anarchici non c'entravano nulla: gli anarchici ammazzano il re, non toccano la povera gente. Credo che in quei giorni pensasse spesso al suo avo italiano, che aveva preso la via dell'esilio perch non voleva partire soldato nella terza guerra d'Indipendenza. Ci pensi Arthur, cosa fu per lui? L'anarchia era nel suo cuore e l'arresto di Valpreda e poi la morte di Pinelli lo ridussero in uno stato di agitazione incontenibile. Non stavamo ancora insieme ma una sera, dopo una riunione, si avvicin e mi strinse forte a s, come se volesse proteggermi dalla tempesta. Il profumo di quell'abbraccio, un misto fra fumo di sigaretta e lana di un maglione che certo da qualche giorno non era stato lavato, torna di tanto in tanto nei miei sogni, anche oggi che sono vecchia, e sai, quando accade, dormire mi consola e non vorrei svegliarmi mai pi.
Qualche giorno dopo lo incontrai in Piazza del Duomo, lui mi prese per mano e mi condusse dietro il Battistero, dove oggi si apre la corte di un ristorantino tipico toscano ma allora c'erano soltanto cartacce e piscia di cane, e mi baci a lungo e teneramente. E a differenza di tutto il resto questo me lo ricordo molto bene. La morte di Pinelli divise l'opinione pubblica.
Leggevamo tutti gli articoli di Camilla Cederna sull'Espresso: lei era accorsa in Piazza Fontana subito dopo l'esplosione e fu una delle prime a mettere in dubbio la tesi del suicidio di Pinelli, mentre dall'altra parte c'erano i giornali che additavano anarchici e comunisti come i responsabili di tutto il disordine che era scoppiato in Italia.
Intanto le manifestazioni dell'estrema destra si facevano sempre pi sfacciate e la sinistra rispondeva, i vari gruppi organizzavano un proprio servizio d'ordine per difendersi sia dai fascisti che dalla polizia. Lo scontro era quotidiano. Molti compagni erano convinti che in tutto questo sommovimento ci fossero di mezzo i servizi segreti e certi apparati conservatori dello Stato, impegnati insieme per frenare la spinta verso il nuovo che veniva fuori da tutti noi, dalla societ, dopo il Sessantotto e dopo l'autunno di mobilitazioni. Ma erano sensazioni vaghe, intuizioni disciolte in un brodo di incertezze. "Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi" avrebbe scritto Pasolini qualche anno dopo a proposito di tutte queste cose. Ma anche noi avevamo capito che la situazione stava diventando seria, sentivamo nell'aria che stava per scatenarsi una guerra. Il giornale Lotta Continua, che noi leggevamo dalla prima all'ultima riga, punt il dito fin da subito sul commissario Calabresi e anche quando il commissario venne ammazzato titol "Ucciso Calabresi, il maggior responsabile della morte di Pinelli". Cominciarono degli anni strani e difficili e non a caso fu proprio dopo Piazza Fontana che Chira inaugur la sua
collezione di catastrofi.
Era rimasta sconvolta da quell'evento e anche negli anni successivi non smise mai di seguire le indagini, a casa sua c' uno scaffale pieno zeppo di libri che ne parlano. Per tutti noi quella fu "la bomba", la prima, la pi terribile. Si cominci a parlare di strage di Stato e i magistrati che hanno indagato - come dice Chira - si sono trovati nell'imbarazzo di combattere dalla parte dello Stato contro altri pezzi di Stato, quello autoritario e occulto, che fa finta di difendere i cittadini e invece trama nell'ombra per sottometterli. Di recente ci ha intrattenute con un libro sull'ultima sentenza della Cassazione, che dice chiaro e tondo che la strage di Piazza Fontana fu organizzata e eseguita da Ordine Nuovo e che i responsabili furono i neonazisti Freda e Ventura, con soldi che arrivavano da complicate trame internazionali, difficili da ricostruire. Per Freda e Ventura non potranno mai essere condannati perch sono gi stati assolti per il medesimo reato, una roba kafkiana al massimo livello. Ventura ormai  morto, speriamo che ci pensi il diavolo ha detto Chira. Ha ritagliato una grande foto di un certo Gurin-Srac e l'ha attaccata nell'ingresso di casa, fra Licio Gelli e Andreotti; sotto ha scritto "Capo di Aginter Press, sospetto ispiratore della strage del dodici dicembre". Ogni volta che entro in casa sua mi giro dall'altra parte, dove fanno mostra di s un giovane Pasolini e l'orologio della stazione di Bologna. Li preferisco, perch quello sguardo insolente in divisa militare che sembra seguirmi mentre cammino mi mette ansia. Da Piazza Fontana fino ad oggi, Chira si  dedicata con
costanza alla ricerca di pezzi nuovi per la sua collezione: cominci a ritagliare fotografie e articoli dai quotidiani o dai settimanali e ogni volta che per caso trovava altri documenti che riguardavano un fatto interessante ritagliava e incollava. Incollava tutto quanto in un grande registro marrone, di quelli che si usavano nelle aziende per le prime note, e chiosava a margine delle pagine con brevi commenti o invettive del tipo "pezzi di merda" o "andate tutti a fare in culo". Dentro i quaderni di Chira  possibile ricostruire tutta la lunga parabola della faccenda di Pinelli, compreso il famoso articolo della Cederna "Colpi di scena e colpi di karat" - che ogni tanto le chiedo di farmi rileggere - dove si riferiva un'indiscrezione venuta fuori negli ambienti di Lotta Continua, che parlava appunto di un colpo di karat inferto a Pinelli durante l'interrogatorio, prima che qualcuno lo "aiutasse" a cadere dalla finestra. Chira strappava e incollava anche dalla parrucchiera, in casa di amici, ovunque venissero lasciati riviste o giornali esposti alla pubblica fede. Se trovava fotografie in buono stato, o manifesti, o volantini, se ne appropriava e ne faceva quadri, con tanto di cornice e vetro e tutto quanto, che poi attaccava in giro per la casa. And a finire che i registri delle catastrofi diventarono una trentina, gonfi di ritagli incollati, e i quadri una quantit indefinita, tutta roba che la seguiva avanti e indietro per gli innumerevoli traslochi, con buona pace dei vari compagni, mariti e figli costretti a pranzare sotto al cadavere di Pecorelli nella sua Citron verde, attaccare il cappotto fra Cossiga e tutte quante le vittime del mostro di
Firenze, percorrere il corridoio da Pasolini fino alla gigantografia dei resti del Dc9 inghiottito dal mare di Ustica.
Per molte delle sue catastrofi Chira aveva una sua personale spiegazione logica. Il mostro di Firenze, per esempio, secondo lei non era altro che una congrega di bigotti, assai ricchi e annoiati, i quali s'erano messi in mente di raddrizzare i malcostumati che s'azzardavano a fare le sconcerie in macchina, invece di rispettare i dettami della Chiesa e farle in casa propria e benedetti dal matrimonio. In un modo o in un altro per Chira era sempre colpa o della Chiesa, o dei carabinieri, o del capitalismo.
Con gli anni, non si accontent pi dei misteri della vita reale ma si appassion anche a quelli della fantasia: divenne una lettrice vorace di romanzi gialli e noir, prediligendo quelli ispirati a fatti di cronaca che conosceva e di cui aveva i ritagli incollati nei suoi quaderni, oppure che si svolgevano in posti dove lei era passata almeno una volta.
Cos me l'immagino meglio diceva. Quando decise di tornare al Poggio Lustro, nella stessa casa non lontana dal Toccio che aveva abitato da bambina, ci vollero due viaggi con la macchina del figlio soltanto per traslocare tutti i pezzi della collezione. Ogni volta che ci invita a prendere il t a casa sua, io mi siedo sempre all'angolo di Emanuela Orlandi. Mi piace quell'immagine in bianco e nero, quel sorriso fresco di ragazza con tutta la vita davanti, la fascetta sulla fronte che mi fa pensare alla giovane dama con l'ermellino di
Leonardo. Quando successe lo ricordo molto bene: mi ero trasferita da poco a casa di Valter e la sera venivano spesso al bar dei ragazzi romani, studenti di architettura, che conoscevano la sorella pi grande. Ne parlavano, cercavano di darsi una spiegazione. Non ho mai pi dimenticato la sensazione di vivere in un Paese sbagliato, dove accadono cose terribili, dove i colpevoli non si trovano mai e ci si accanisce sempre contro i pi fragili. Chira invece ha le idee molto chiare anche sulla faccenda di Emanuela Orlandi, partendo da due assunti che lei ritiene inattaccabili: la spiegazione pi semplice  quella pi probabile, parecchi preti sono dei grandi maiali. Era convinta che la bimba fosse stata coinvolta in qualche seratina come hostess, ben pagata, da qualcuno del vaticano che conosceva la famiglia e di cui lei si fidava, e che poi fosse finita in un giro di festini andati a finire a schifo.
Perch aveva riconosciuto uno di quei pretoni diceva Chira. E questa storia  il motivo per cui la mia amica non mette piede in chiesa e odia tutti i papi, che sanno la verit e non la dicono. Da parte nostra, le catastrofi di Chira sono un argomento di conversazione che ci intrattiene nelle serate d'inverno, meglio che andare al cinema o guardare uno sceneggiato in televisione.
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Poggio Lustro, estate 2019.
Quell'estate, osservando Luminita e Elio, Diana si sentiva di nuovo circondata dalla mala dell'amore, anche se stavolta si trattava di un amore che non era il suo. Ma proprio per questo, per concatenazione, capitava che in quei giorni Diana pensasse spesso a Luc, perch gli amori sono tutti diversi ma per l'appunto sono anche tutti un po' uguali e si fanno eco l'uno con l'altro, come un grido da una parte all'altra della valle. E pensando a Luc, come per sortilegio, si trovava di nuovo per qualche momento con lui.
S, di sicuro erano stati la giovane Lumi e il suo Elio, questo loro amore cos strano per lei, che era stata innamorata tanto tempo prima e con criteri cos differenti che quello dei ragazzi stentava quasi a pensarlo amore. Aveva scoperto che Luminita si faceva chiamare Lumi, cos non sembra tanto rumeno diceva lei col suo bel sorriso. Ma tanto ormai era in Italia da molti anni, fin da quando era bambina piccola, che non se lo ricordava pi nessuno da dove veniva: parlava toscano con l'accento pi marcato di quello dei ragazzi. E si somigliavano cos tanto i ragazzi di quest'epoca strana, erano tutti molto simili, mica come allora. Dev'essere quella cosa che chiamano gap generazionale, Diana imparava ogni tanto
delle parole nuove. Parlavano di metter su casa, costruire un box per gli attrezzi nel giardino, piantare dei gerani, cercare una roulotte in un campeggio grazioso verso la Versilia, se avessero avuto dei bambini le vacanze al mare erano l'ideale, e il campeggio non  caro, molti amici hanno la roulotte per tre mesi, potremmo andarci ogni fine settimana, dicevano. Potremmo organizzare delle grigliate, con del vino buono, la sera potremmo giocare a carte o a calcetto, oppure fare lunghe passeggiate lungo la battigia. Ragazzi, avete vent'anni diceva Diana certe volte, dovreste pensare a cambiare il mondo e voi pensate al box nel giardino. Lumi e Elio ridevano, dicevano bravi voi, s, che avete cambiato il mondo e si abbracciavano felici, tanto felici che facevano quasi un po' invidia.
Ma c' da capirli - rifletteva Diana - le uniche due cose che la sua generazione era riuscita a consegnare alla loro memoria erano state il "sei politico" e le brigate rosse. Tutto il resto lo avevano soffocato in quarant'anni di informazione gretta e manipolata. Tutte quelle cose che avevano fatto parte della sua giovinezza, loro non le immaginavano neppure. Avrebbe voluto gridare che non era come credevano, che erano stati ingannati, che fra quei sogni bruciati c'erano tutti i loro desideri, la loro bellezza, e non era colpa loro se ormai nessuno voleva ricordare, se qualcuno aveva voluto cancellare la parte migliore. Avrebbe voluto dirgli che avevano perso, ma avevano avuto ragione.
Si era innamorata di Luc perch era giovane e bello, 
vero, ma anche perch tutti loro andavano, sotto la pressione di quel vento, verso la politica, e proprio l da quelle parti s'erano incontrati e riconosciuti. Ripensava alle lunghissime discussioni, alle notti insonni e a quel loro desiderio di essere felici subito e completamente, quel loro aver messo al bando i compromessi. Ricordava di aver cominciato proprio insieme a Luc a criticare tutto: la famiglia, la trascendenza, il sapere che le avevano insegnato a scuola, le antiche regole. Avevano scelto come modello Sartre e Simone de Beauvoir, perch facevano le cose che avrebbero voluto fare loro, facevano la vita che avrebbero voluto fare loro, e Diana e Luc passavano giornate intere a parlare di Parigi, di rompere con il perbenismo, di combattere l'imperialismo, di affittare due mansarde al quinto piano e poi darsi appuntamento per fare all'amore, come amanti clandestini. E ridevano sempre Diana e Luc, perch allora non c'erano grandi amori infelici e dunque quello fra Diana e Luc era stato un grande bellissimo amore felice. Naturalmente era stato per quello, per quello si era rimessa a pensare: quell'anno erano successe molte cose infatti. Intanto era arrivata Lumi, e questo l'aveva fatta sentire molto vecchia perch finora era stata lei - soltanto lei - la barista della bottega, quasi autorevole come la stessa Stella, addirittura, se non ancora di pi, almeno per qualche vecchio scanzonato che temeva la sua lingua tagliente. Anselmo del Chiassetto, che alle quattro del pomeriggio era gi brillo e se ne tornava verso casa barcollando, non sentiva ragioni quando si metteva in testa che voleva un altro quartino; solo Diana lo spaventava:
lo guardava dritto negli occhi e poi lo tartassava ben bene come avrebbe fatto una mamma, anche se Anselmo aveva dieci anni pi di lei, e lui se ne andava con la coda fra le gambe borbottando accidenti alle femmine birbone e a quella costola mal creata, accidenti alle femmine birbone e a quella costola mal creata.... Poi con Lumi era arrivato Elio e con loro altri amici innamorati della bicicletta, e quell'anno la piazza, specialmente il fine settimana, era diventata un parcheggio per le biciclette, e con quelle tutto un chiasso di risate e lattine stappate e blin blin di telefoni cellulari, oddio che rabbia quel blin blin dei telefoni cellulari. Per loro la bicicletta era libert, andare gi a ruota libera nelle discese, pedalare senza pensare ad altro che alla strada che si percorre, andare incontro al mondo accarezzati dal vento, "cuori lievi, simili a palloncini, che solo il caso muove eternamente". Una libert formato mignon, se ne accontentano, buon per loro; mentre per la generazione di Diana la libert o era assoluta o non era per nulla. Poi, dopo tutti questi pensieri, c'era stata la faccenda di San Fatucchio.
San Fatucchio non era una chiesa ma piuttosto una casa, una grande colonica abbandonata con accanto una cappella dove un tempo si faceva messa, o meglio: molti anni prima, addirittura verso met Ottocento, lass c'era davvero una chiesa, ma dopo il paese di sopra s'era spopolato per via della strada impervia e invece la parte pi in basso si era ripopolata grazie alle rimesse degli emigranti - quanta gente che era emigrata in Francia e poi era tornata, l'estate, a sistemare la casa dei vecchi - e
soprattutto pi tardi, nel dopoguerra, grazie alla costruzione di una fabbrichetta qualche chilometro pi sotto, dove c'era una sorgente che era stata imbrigliata per produrre acqua minerale. Insomma alla fine la vecchia chiesa era stata abbandonata, tanto c'era la chiesa in paese, pi che sufficiente per le sei o sette vecchie che in fin dei conti erano le uniche a partecipare alle funzioni. Bene: da un paio di settimane a San Fatucchio c'era di nuovo qualcuno, due misteriosi inquilini. Nessuno li aveva visti ancora, perch in paese non erano scesi, andavano via in macchina ogni tanto, a fare la spesa chiss dove. Anzi era sceso il pi giovane dei due una volta soltanto, a comprare due o tre generi alimentari, ma aveva avuto l'onore di conoscerlo soltanto Stella perch erano addirittura le sei del mattino e a quell'ora aveva sorpreso soltanto lei intenta a pulire le latrine. Aveva comprato due buste di latte e un pacco di fette biscottate e se n'era andato senza neppure prendere un caff. E un giornalista disse Stella, e poi, alle insistenze -perch lei non era affatto pettegola -  francese disse il caff nostro gli fa male, ha detto che gli fa venire il mal di cuore. E questo fatto del francese di sicuro aveva fatto un click nella mente di Diana, facendola pensare dopo tanto tempo a Luc. Ecco com'erano andate le cose, meglio metterci un punto e lasciar perdere. A Valter invece non ci pensava quasi pi ormai. Non ci pensava pi da un'infinit di tempo, non lo aveva perdonato. Morire cos, all'improvviso, come un fesso, e senza mantenere le promesse; perch le promesse del barista son peggio di quelle del marinaio. Luc
era sparito ormai da qualche anno quando Diana aveva conosciuto Valter. Lei aveva trent'anni e lui quasi quaranta, i loro mondi erano lontanissimi - lui padrone di un bar, lei maestra di scuola in una citt di provincia - ma si erano piaciuti subito. Valter era l'esatto opposto di Luc, come il negativo di una fotografia: con Luc era sempre necessario condividere tutto, era sempre necessario trovare delle spiegazioni; Valter era completamente assorbito dal proprio lavoro e non si interessava di nulla che non avesse a che fare con il suo bar, i clienti del suo bar, gli amici che venivano al bar, le cose che si facevano al bar.
Con Valter era stato facile. Con Luc era stata spesso costretta a litigare, perch criticava l'uno o l'altro aspetto del suo carattere, oppure perch non era stata in grado di trovare una spiegazione interessante a quel che aveva fatto o al perch aveva letto un libro, per esempio. Perch hai letto quel libro? chiedeva Luc. Ma non lo so rispondeva lei, perch mi piaceva la storia, mi son divertita.
S, ma cosa ti ha dato, cosa ha cambiato dentro di te? Come pensi che possa aiutarti a incidere nella societ che ti circonda?, e cos cominciavano a prendersi a brutte parole, lui cominciava a bestemmiare in francese, il faut s'engager, il faut s'engager, non abbiamo tempo, perch erano gli anni dell'impegno, della militanza, bisognava sapere cos'era il capitale, il plusvalore, Lenin, la critica a Togliatti. Poi Luc teneva il broncio per un'ora o due, finch non arrivava qualche compagno con qualche nuovo discorso, un volantino da
fare, una manifestazione da organizzare, e Diana non stava pi al centro dei suoi pensieri. Pi tardi non si ricordava ormai della litigata, entrava nella stanza con una margherita, abbracciava Diana e cantava
...elle cour, elle court, la maladie d'amour...
perch si teneva sempre al corrente sulle novit della musica francese, un modo come un altro per non confessare la sua nostalgia. E lei era innamorata perdutamente di Luc.
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13.
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Imparai a usare il ciclostile. Magistero era occupata, cos come Lettere e molti altri atenei in giro per la citt. Facevo i salti mortali per conciliare il mio lavoro di maestra e l'universit, cercavo di frequentare il pi possibile le lezioni, quelle che erano rimaste in piedi durante le occupazioni, e le assemblee. I compagni del movimento producevano una quantit inimmaginabile di documenti, che andavano dattiloscritti sulla matrice e poi si tiravano i volantini col vecchio ciclostile che era stato piazzato nell'atrio dell'ateneo. Correggevo i quaderni dei bambini in treno e poi correvo a Magistero. Avevo imparato a dattiloscrivere le matrici ed ero diventata bravissima, mi cercavano per affidarmi i volantini pi difficili, bisognava togliere il nastro alla macchina e dattiloscrivere la matrice n con violenza n troppo delicatamente: l'inchiostro doveva passare ma la matrice non doveva bucarsi. Giravo con un mozzicone di candela nella borsa, se la matrice si bucava avevo imparato a rattopparla con la cera. Tutte noi ragazze avevamo imparato a battere a macchina con la sigaretta fra mignolo e anulare, per non perdere neanche un minuto di tempo e consegnare il lavoro a chi sarebbe andato a volantinare la mattina successiva.
Erano i tempi dei mille "cio" in ogni frase, delle citazioni di Marcuse, dell'esercizio dialettico e della critica alle strutture sociali del mondo precedente, che sentivamo ormai scaduto. Quello che imparavamo non ci bastava mai, volevamo capire tutto e farlo con strumenti nuovi, la cultura tradizionale e bigotta che era stata scelta per noi ci riempiva di sospetto. A dire il vero le ragazze pi che altro osservavano, i compagni non ci davano molto spazio per parlare. Credo che, a forza di osservare, molte di noi - soprattutto noi ragazze - avessimo gi capito allora che la nostra rivolta era pi nutrita di utopia che di progetto, che i sistemi di potere avrebbero avuto la meglio. Lasciavano che ci agitassimo un po', ma ci tenevano d'occhio, pronti a intervenire se fossimo passati a fare sul serio. Ma eravamo la generazione che non aveva fatto la guerra, eravamo tanti, tutti giovani, informati e consapevoli, e ci sentivamo invincibili. E noi donne, anche se ci sentivamo un po' relegate al ruolo che poi fu chiamato dai giornalisti "gli angeli del ciclostile", pi che altro lottavamo per noi stesse, per salvarci dall'unica cosa in tutto questo sommovimento che ci terrorizzava davvero: la possibilit di diventare come le nostre mamme e le nostre nonne. Molte delle nostre mamme avevano smesso di lavorare appena sposate, o al massimo al primo bambino. Non guidavano l'automobile, si occupavano soltanto della casa e dei figli, cucivano orli e bottoni, si preoccupavano che la domenica i loro mariti fossero in ordine e ben pettinati quando uscivano per andare al bar con gli amici. Ci pareva che non facessero nulla eppure erano sempre stanche, spesso un po' tristi. Quando ci
guardavano senza parlare noi ci sentivamo incomprese e giudicate, ma ripensandoci oggi pu darsi che invece ci salutassero con la mano da dietro le tende, senza che le vedesse nessuno, sperando che riuscissimo a ottenere quello che loro non avevano avuto mai. E mi piace immaginare che molte di loro ci aiutassero come potevano, nell'intimit delle notti matrimoniali, convincendo i nostri babbi gelosi a lasciarci andare libere nel mondo.  vero che ripensando oggi a quegli anni tutto mi si presenta come modificato, lo specchio che mi pareva limpido si  frantumato in tanti pezzi sparpagliati e ognuno di essi mi rimanda un ricordo difforme o contraddittorio. Tutto si confonde in un tempo dilatato, come se quei pochi mesi si fossero gonfiati in un'enorme bolla di sapone, dalla superficie cangiante e luminosa. Noi attraversavamo quel tempo come in un sogno, godendo di ogni momento come se fosse fondamentale per prepararsi a un qualcosa di incredibile che doveva arrivare, che sentivamo prossimo ad arrivare. Con Luc le cose erano quasi perfette, la scuola mi dava grandi soddisfazioni. La mia scuola accoglieva molti bambini dei quartieri popolari e partecipava a un progetto di applicazione del tempo pieno, in collaborazione con la giunta comunista della nostra citt e con il territorio. Il nostro obiettivo principale era l'inclusione dei bambini delle classi sociali subalterne, degli immigrati - nella nostra citt ce n'erano moltissimi, arrivati alla fine degli anni Sessanta dalle regioni del Sud Italia - coinvolgendo la comunit secondo un progetto di scuola aperta. Lavoravo come una pazza e lasciai da parte l'universit,
anche se ogni tanto trovavo il tempo di sostenere qualche esame.
Furono anni speciali mio caro Arthur, dissi ad Arthur, che se ne stava poggiato accanto a me sulla panchina di pietra, nella penombra di un'altra notte di luna piena. Nell'estate del 1971 la malattia si port via il mio giovanissimo babbo, fu un lutto grande: era stato l'unico vero motivo che mi aveva tenuta legata alla casa. Negli ultimi giorni avevo cercato di passare con lui un po' pi di tempo, ma il tempo ben presto fin e dovemmo salutarlo. Non passarono pi di tre mesi che me ne andai. Avevo litigato con la mamma, povera donna, e non andavo d'accordo con la mia nonna materna, che nel frattempo era venuta a stare con noi. Avrei voluto poterle spiegare, farle capire che non ero diventata cattiva o improvvisamente impazzita. Non eravamo noi. Erano i tempi che stavano cambiando, e noi ragazze, inesorabilmente, con loro. Ma in quei pochi mesi per la mamma ero diventata una sconosciuta che faceva una vita che lei disapprovava. Luc e altri compagni avevano preso in affitto un appartamento al quarto piano, in centro -quasi come quella Comune di cui avevamo tanto parlato con Chira pochi anni prima - e non dovetti che riempire una valigia e attraversare quattro strade. L'appartamento era un vero caos, c'erano dappertutto una gran massa di giubbotti, giornali buttati per ogni dove, pile di volantini, posacenere che traboccavano e piatti con gli avanzi della cena poggiati sul lavandino del bagno o in camera sul com. Ogni tanto qualcuno si prendeva la briga di pulire e di solito ero io, tu
sai bene da dove vengo Arthur: figurati se potevo sopportare tutto quel casino. Quasi sempre ero io, al massimo con una delle ragazze, o con qualche compagna che veniva a casa per la prima volta e per rompere il ghiaccio mi aiutava con straccio e sapone. Attorno al tavolino di salotto c'era sempre una riunione su qualcosa, Luc stava seduto di lato senza dire quasi nulla, poi a un certo punto si alzava, riassumeva, tirava le fila, e alla fine si faceva sempre quel che suggeriva lui. Lo amavo con tutto l'amore con cui si ama a vent'anni. Quando mi stringeva fra le braccia, in quel letto zoppo fatto con due reti di fortuna, ero sicura che non sarei morta mai. Di tanto in tanto venivano dei compagni da Roma, uno era un pezzo grosso del Movimento Studentesco, non mi ricordo neanche come si chiamava. Si dondolava sulle due gambe di dietro della sedia, mi sembra di vederlo. A un certo punto diceva compagni, se famo du spini?, e dopo una mezz'ora compagni, se famo du spaghi?, e la serata finiva con la spaghettata di mezzanotte, aglio, peperoncino e cacio pecorino del babbo di Gastone. Si era appena aperto il processo per Piazza Fontana e poco dopo ammazzarono Feltrinelli. Ho davanti agli occhi l'Espresso di quel giorno, con la grande foto in prima pagina di lui che si accende la sigaretta: fiamma, esplosione, morte, paura. Cominciammo a guardarci le spalle: anche nelle piccole citt come la nostra stava per aprirsi la caccia, nell'aria c'era quell'eccitazione che fa da preludio allo scontro. Io - me lo diceva Luc ridendo e scompigliandomi i capelli - non ci capivo nulla in queste trame, ero troppo pura, immacolata, limpida per
farmi toccare dal marcio del mondo. A maggio facemmo una macchinata e andammo tutti quanti a Pisa per Serantini, l'avevano pestato dopo il comizio del fascista Niccolai. Io non lo conoscevo personalmente ma alcuni compagni conoscevano Luciano Della Mea, che lo aveva adottato in punto di morte per potersi costituire parte civile come parente. Ci furono dei presdi, venne fatto uno striscione. Non riuscivamo a star dietro agli eventi, la pellicola di un film impazzito si era messa a correre come nei film di Ridolini. Nel trasmettersi le notizie, nell'impegno politico quotidiano, la provincia era diventata citt metropolitana, la citt metropolitana era diventata nazione, la nazione era diventata mondo, molto pi velocemente di quando da ragazzina - soltanto pochi anni prima - mi ero emozionata fino a piangere di fronte ai bambini affamati del Biafra. Il fuori era entrato prepotente dentro di noi e c'incantava.
Tutte le sere eravamo fuori fino a notte per attaccare manifesti o volantini sui muri. Con i vari gruppi era tutto un litigare, ci coprivamo i manifesti a vicenda per farci dispetto, e i fascisti ci venivano dietro: noi si attaccava e loro aspettavano che si girasse l'angolo e subito strappavano ogni cosa. I questurini idem, ci seguivano sempre, ma anche quelli li conoscevamo uno per uno e sapevamo cosa aspettarci. Una sera eravamo ad attacchinare con altre due compagne e ci eravamo accorte che un tipo ci osservava da lontano, gli andammo incontro con i nostri spazzoloni pieni di colla e lo minacciammo: Guarda che ti s'appiccica al muro anche te!, ma
quello tir fuori il tesserino. Era arrivato il giorno stesso e ancora non lo avevamo inquadrato; pass un'ora e non riuscivamo ancora a smettere di ridere. Alla fine di novembre vennero a farci la prima perquisizione a casa. La sera prima eravamo stati fino alle tre di notte a una riunione e ci sequestrarono appunti e volantini. Quando se ne andarono compresi in qualche modo che Luc era sollevato: c'era qualcosa in casa che non dovevano trovare e che per fortuna non avevano trovato? Provai a chiedere, ma nulla. Mi arrabbiai moltissimo, ci credi? Gi da tempo molte di noi ragazze erano insofferenti. I compagni ci trattavano in un modo che ci faceva irritare: mentre da un lato ci assegnavano svariati compiti di manovalanza, dall'altro ogni volta che intervenivamo in assemblea oppure che prendevamo una nostra iniziativa senza consultarli venivamo ripagate con una sorta di ironia che ogni volta ci lasciava pi indispettite. Qual  il confine fra l'ironia e il disprezzo? Si tratta di una traccia labile, segnata sulla sabbia, come quei confini fra gli Stati africani tracciati dai colonizzatori che hanno un senso soltanto se li guardi sulla carta geografica.
Dissi che era ora di finirla con questa storia che andavo bene per volantinare, per lavare i gabinetti o cucinare, ma poi non mi mettevano al corrente di quel che succedeva e dissi che erano dei maschilisti del cazzo e tutte quelle cose che gi avevo in testa e che poi mi portarono, passo dopo passo, al collettivo. Compresi finalmente che esisteva, anche nei gruppi di sinistra, una specie di regola del silenzio che escludeva
le femmine pettegole da certe cose. Le cose che era meglio non dire.
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14.
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Da Firenze a Poggio Lustro, sola andata. Quando Diana lo conobbe, Valter era gi un po' in crisi con la moglie e aveva una figlia piccola. Si innamor di lei con semplicit, cos come affrontava tutte le cose della vita, e dall'oggi al domani lasci la moglie. Trovarono un appartamento nei pressi del bar che lui gestiva gi da anni, in Santa Croce. Diana fece le valigie e si trasfer a Firenze. Molto spesso Valter passava la domenica con la bambina e Diana era libera di vedere le amiche, anzi per la verit aveva tutto il tempo per fare quel che le pareva perch lui era molto impegnato con la sua attivit.
La legge sul divorzio era in vigore ormai da dieci anni. Diana e Luc avevano partecipato alle manifestazioni per il no al referendum proprio all'inizio della loro storia. Diana ricordava un manifesto con la scritta "No delle donne a chi vuole negare un diritto di libert", Luc l'aveva fotografata al corteo col cartello in mano. Tuttavia, anche se c'era la legge, Valter e la ex moglie non lo avevano mai formalizzato: la moglie era cattolica e temeva che la bambina si vergognasse a dire che aveva i genitori divorziati. Decisero di aspettare che fosse un po' pi grande. Diana si irritava sempre ripensando al sollievo che manifestarono la mamma e la nonna quando
vennero a sapere che Luc era scomparso. Si precipitarono alla chiesa della Madonna per accendere un cero, pregando Dio che quel capellone vagabondo non si facesse vedere mai pi. Ma quando Diana si fidanz ufficialmente con Valter, che per lei aveva mollato moglie e figlia piccolina, non ebbero nulla da ridire: anche se neppure questo era perfetto, almeno si presentava decentemente ed era un lavoratore senza tanti grilli per il capo. Alla ex moglie e alla bambina non ci avevano pensato molto, non le conoscevano e poi si sa che la ragione non  mai da una parte sola. L'importante era che questo Valter aveva spazzato via dalla testa a Diana il pensiero di quell'altro, e pazienza tutto il resto. E infine, anche se loro avevano votato secondo i dettami della chiesa, ormai quella legge c'era e avevano sperato che Valter prima o poi divorziasse e sposasse Diana, rendendola pi o meno una donna rispettabile.
Ma gli anni passarono, il bar andava alla grande, arrivavano i soldi, Valter e Diana cominciarono a fare spesso dei bei viaggi per l'Europa. Non come quelli che aveva fatto con le ragazze e poi con Luc e i compagni, sacco a pelo e autostop fino in Portogallo per vedere la piazza della rivoluzione dei garofani o le lunghe settimane d'estate a respirare il mistral marsigliese. Valter era anche lui di sinistra, aveva sempre votato il partito comunista. Quando Pio La Torre fece la proposta di legge per confiscare i beni dei mafiosi trov una sua fotografia e l'attacc dietro il bancone del bar, i fiorentini entravano e chiedevano O chi l' quello, il tu' babbo?. Per anche
se era comunista i viaggi con Valter prevedevano albergo e colazione in camera, diceva lavoro tutto il tempo come un mulo, almeno in ferie voglio stare comodo. Diana era contenta, lo trascinava a vedere mostre e musei e lui si divertiva come un matto a immaginare quel quadro o quell'oggetto a Firenze nel suo bar. A un mercatino delle pulci in rue Charenton trov una poltrona di cuoio intagliato e spese una fortuna per farla trasportare fino a Firenze, fece bella mostra nel bar per anni e anni, lui tutto contento diceva a chi si sedeva sul suo acquisto ehi, occhio amico, che quella viene da Parigi.
Ti sposo, prima divorzio e dopo ti sposo cominci a dirle a un certo punto. Diana non aveva nulla di suo, il bar era di Valter, l'appartamento dove abitavano, poco lontano, era di Valter. Cominci a dirle che l'avrebbe sposata come una specie di ricompensa, perch lei, dopo quindici anni di insegnamento, aveva lasciato la scuola per andare a lavorare con lui nel bar. La scuola era cambiata, le grandi battaglie che avevano portato avanti negli anni Settanta erano in gran parte fallite. Durante il ministero Falcucci, Diana decise che non aveva pi abbastanza entusiasmo, non aveva pi voglia. Tutti gli studi appassionati, la didattica popolare, la pedagogia degli oppressi, il movimento delle scuole nuove: tutto finito, lasciato alle spalle in un mondo immaginato e mai realizzato. Non andava d'accordo con le due colleghe pi giovani. Si fece assumere da Valter come cameriera al nero. Passava la giornata in compagnia, il bar era frequentato da tanti amici, spesso c'era tempo per due chiacchiere, un caff, una
sigaretta. Il bar aveva una bella sala grande, Diana organizzava presentazioni di libri, incontri con le ragazze della Libreria delle Donne che era a due passi, intrattenimenti musicali, mostre di fotografie. Non c'erano pi consigli di classe, voti sul registro, colleghi opportunisti, superiori preoccupati pi di compilare i moduli che di offrire un'occasione di riscatto ai ragazzi difficili, sempre pi emarginati, perch aveva vinto la scuola dei Pierini e i Gianni erano stati respinti in un angolo. Aveva cominciato a insegnare quando credeva che la scuola fosse quello che era stata per lei, per le sue compagne, per i tanti studenti con i quali si era appassionata leggendo Lettera a una professoressa di don Milani: un bellissimo viaggio e un luogo misterioso della conoscenza da raggiungere, un'occasione per tutti, anche per i pi poveri, anche per chi aveva troppe volte fallito, un'occasione di impadronirsi delle chiavi del sapere per trovare ciascuno la propria strada felice. Invece pian piano, mentre era china sui quaderni stropicciati dei suoi allievi, la scuola era diventata niente di pi che uno strumento per acquisire competenze spendibili nel mondo del lavoro. Aveva deciso di voltarle le spalle: c'era Valter, sembr normale passare dalla cattedra al bancone del bar, e Valter aveva promesso che presto l'avrebbe sposata e lei lo avrebbe affiancato come socia nella gestione dell'attivit. Invece Valter non la spos mai, non c'era mai tempo per organizzare, per un motivo o l'altro rimandavano sempre. Si sentivano giovani e forti, invece gli anni passavano inesorabili. Una mattina Valter scese di buon ora per l'apertura. Il cuore lo trad proprio nell'istante in
cui stava per caricare la macchina con il primo caff della giornata, Diana lo trov stecchito dietro il bancone un'ora dopo, col portafiltro ruzzolato per terra e tutta la polvere di caff sparpagliata sulla camicia bianca. Non l'aveva sposata.
Ci fu un funerale sbrigativo e la mattina successiva il campanello di casa suon alle otto in punto. Erano la moglie di Valter, insieme alla figlia ormai donna e con tanta rabbia in corpo. Con loro c'era un ufficiale di polizia: le dissero che doveva lasciar libero l'alloggio il giorno stesso, si prospettava una denuncia per occupazione abusiva di immobile. Mentre Diana organizzava il funerale loro avevano mobilitato la loro squadra di avvocati. Diana veniva dai monti, aveva antenati longobardi. Non volle dare soddisfazione a quelle donne maligne: in meno di due ore riemp le valigie, raccolse bancomat e documenti - grazie al cielo aveva almeno un suo conto in banca - e tolse il disturbo. Doveva ricominciare da capo.
Sentiva ancora nelle orecchie il fruscio delle foglie secche nel piazzale del pullman, il benvenuto dei suoi monti.  strano quanto spesso le donne ripensino al passato, le donne sono pi attaccate ai ricordi: la fanciullezza, il ricordo del padre, tutte queste cose che le menti maschili non contemplano. A Diana capitava di ripensare anche alle persone, quelle che non c'erano pi soprattutto, e le ripensava talmente nitide, i contorni del viso, il profilo del naso, il ricamo in rilievo delle vene sul dorso delle mani, cos nitide che a volte si sorprendeva a parlarci. E infatti ora, camminando fino al Toccio,
capitava che di fronte al casone della Fernanda o verso il Trogo si sorprendesse ancora una volta a litigare con Luc, come allora, con quella erre che la irritava a morte, che gli dava un'aria saccente e insopportabile anche ora che non c'era pi.
Ho litigato un'altra volta con Luc disse entrando al povero Arthur, che se ne stava tranquillo nel suo portaombrelli di coccio. Arthur aveva assistito a molte scene di sconforto, sempre silenzioso e discreto nel suo portaombrelli di coccio.
Dopo la morte di Valter, poco dopo il suo ritorno al Toccio, Diana cominci a sentirsi cos sola che qualche volta pens che sarebbe impazzita. In paese, oltre a Stella e alla sua famiglia e a pochi altri giovani o cinquantenni superstiti dell'emigrazione, che si contavano sulle punte delle dita, c'erano soltanto vecchi. La vecchia Luciana, nonna Clara - che non si era mai sposata e non aveva avuto prole e di conseguenza, per premio alla sua veneranda castit, era considerata la nonna di tutti - e la buona Siria: erano le vecchie sagge del paese, nessuno poteva contraddire le deliberazioni di quell'autorevole consesso di befane. Se decretavano che il soggetto esaminato andava bene, allora quella persona non avrebbe avuto mai problemi, sarebbe stata accolta e aiutata nei secoli dei secoli; se il consesso delle befane si metteva di traverso, si poteva star certi che prima o poi quella persona sarebbe stata colpita dall'ostracismo di tutti gli accoliti, sarebbe stata messa ai margini della microscopica vita sociale della trib e prima o poi avrebbe trovato da s un'altra
collocazione. Erano le tre Parche figlie della notte, il loro regno era la piazza del castagno, la loro fonte magica era la fontana del Trogo, attorno alla quale, sedute sul muricciolo adiacente al lavatoio, tessevano i loro fili e compivano i loro sortilegi-
Diana era stata decretata novella paesana fin da subito: era la nipote di Cesare e della Fiammetta, che discorsi, non c'era nemmeno da parlarne, era paesana per diritto di discendenza. Non importava se quell'ambizioso del padre aveva abbandonato i suoi castagni e i suoi vecchi per andare in citt a tirare su e gi le barriere di un passaggio a livello, non importava neanche se lei aveva trascorso l'intera giovinezza, pi di vent'anni, senza mai affacciarsi neppure una volta in paese, senza partecipare ai funerali, senza andare mai neppure una volta alla processione del Ges morto. Il legame di parentela vale molto di pi di mille anni d'abbandono. Le vecchie si prodigarono in aiuti e conforto, portarono stracci da dare in terra e mozziconi di candela, tante volte andasse via la luce per il temporale.
Ma Diana si sentiva molto sola, il letto di notte era freddo e vuoto, la cucina gelida e triste. Le pesava soprattutto il silenzio, il silenzio che la sera s'insinuava fra le crepe del muro, negli spiragli delle finestre, sotto la soglia della porta, e avvolgeva ogni cosa: la poltrona di nonna Fiammetta, la scaletta per salire alla stanza di sopra, lo stanzino del bagno. Potevano sentirsi il lento vibrio delle foglie di quercia dietro casa, il lontano miagolio di un gatto nella notte, il canto stridulo della civetta sul tetto del Toccio. Non c'era
nessuno con cui parlare, nessuno a cui raccontare i grandi eventi del giorno, chi era venuto in trattoria, chi aveva appoggiato i gomiti sul bancone del bar di Stella, le chiacchiere, gli acciacchi e i sospiri dei passanti alla bottega. Diana non possedeva neppure un ombrello, o meglio: possedeva un minuscolo ombrello da borsetta, per giunta nero, che aveva pagato il doppio del suo valore a un venditore ambulante alla stazione il giorno del suo arrivo, perch minacciava temporale. Niente di abbastanza dignitoso da poter ambire al titolo di ombrello da compagnia, e in casa di nonna Fiammetta non c'era neppure uno di quei vecchi ombrelli da pastore, verdi col manico rosso, come si poteva trovare in tante case di contadini. C'era rimasto soltanto un ombrellaccio vecchio con la stecca rotta che non valeva un fico secco. Nel coppo di coccio accanto alla porta c'erano per diversi bastoni da funghi, perch i nonni erano stati fungaioli di grido ai loro tempi, e fra questi c'era un bellissimo bastone intagliato, col punteruolo di ferro, che il nonno Cesare teneva nel coppo da epoche immemorabili e i bambini non lo potevano toccare. Una volta lei e Nora lo presero per giocare al presepe, ci voleva un bastone del pastore. Erano gi in piazza insieme a tutti gli altri bambini della banda - allora il paese era pieno di bambini - lei faceva la Madonna e Nora che era delicata e bionda faceva l'angelo sul tetto della grotta. Videro nonna Fiammetta arrivare di corsa dal Toccio col fiato grosso, riportate subito quel bastone dove l'avete trovato, se vi vede il nonno Cesare vi frusta le gambe con l'ortica. L'aveva intagliato quel partigiano che era morto
in guerra e in cima alla strada per la Cava c'era una lapide che ricordava quella carneficina di partigiani, tutti gli anni il prete andava il giorno dell'anniversario a fare la benedizione. Cos Diana elesse il bastone del nonno a maggiordomo e lo battezz Arthur, come l'ombrello di Mom nel libro di Romain Gary. Luc sarebbe stato contento di quell'idea, e chiss se aveva mai avuto occasione di vedere il film, con Simone Signoret stupenda nel ruolo di madame Rosa... Quando usc il film Luc era gi sparito da un pezzo. Bisogna organizzarsi con quel che abbiamo sottomano,  questione di buon senso, e cos Arthur, sebbene non fosse un ombrello ma soltanto un pi che dignitoso bastone da funghi, divenne il suo confidente: negli anni ascolt pensieri e lamenti e sfoghi di rabbia, vide lacrime e risate e una volta - una volta sola - rischi grosso perch and a finire dentro a una siepe di rovi, Diana l'aveva lanciato dietro al gatto Capitale che andava a pisciare sull'uscio di casa. Dovette andare da Marione a farsi prestare un uncino per tirarlo fuori dal groviglio di spine e poi si prodig in scuse per una settimana.
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15.
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Quando lasciai l'insegnamento per infilarmi dietro il bancone del bar la mamma non la prese bene. A quell'epoca aveva poco pi di cinquant'anni ma sembrava una vecchia: la lunga malattia del babbo l'aveva stremata, l'aveva lasciata rinsecchita e arida come una pianta cotta dal sole d'agosto. Ogni volta che tornavo a casa a visitarle ne uscivo sempre pi intristita, non riuscivo neppure a guardarle, sedute l'una sulla poltrona e l'altra sul divano con l'uncinetto o il ricamo fra le mani. Ricamavano fazzoletti o centrini che nessuno avrebbe mai usato, o bordavano di trina federe di lino che nessuno avrebbe mai messo nel letto. Ne avevo molte anch'io, frutto dei loro regali di Natale o compleanno, ma le mie lenzuola le avevo comprate tutte alla Standa, colorate come l'arcobaleno. La sera mangiavano t e fette biscottate. Mi sedevo vicino alla finestra e mentre mi raccontavano le loro piccole novit - il gatto aveva portato in casa un uccellino, il latte era traboccato per colpa del postino che suonava il campanello proprio all'ora di colazione, il temporale dell'altro giorno aveva fatto saltare quattro volte la corrente - osservavo i tetti rossi e i sassi delle grandi case in centro, le tegole lucide per la pioggia recente, qualche volo di piccione o di storno, le nuvole.
La notizia del mio licenziamento cadde nella loro giornata placida come un masso ruzzolato gi dalla scarpata fin nell'acqua dello stagno. Avevano fatto dei sacrifici per farmi studiare, avevano rinunciato allo stipendio in pi che avrei potuto portare in casa, guarda la Nora come ha aiutato la zia prima di sistemarsi con il suo posto in fabbrica. E poi il lavoro di maestra era un lavoro sicuro, prestigioso, chiss che avrebbe detto la gente, che colpo di testa, come sempre facevo a modo mio senza consigliarmi con nessuno, se Valter aveva bisogno di una banconiera avrei potuto aiutarlo dopo la scuola, in fin dei conti il mio orario era cos comodo e nessun altro lavoro avrebbe potuto darmi delle ferie per l'estate cos lunghe.
Diradai le mie visite a casa, per un certo periodo le eliminai del tutto. Poi ripresi, soprattutto dopo che la nonna venne a mancare e la mamma rimase sola in quella casa silenziosa e scura. Ma ebbi sempre la sensazione che non mi avesse mai perdonato. Anche se non mi sono mai pentita di aver lasciato la scuola - fare la maestra non mi piaceva pi - il senso di colpa per averla delusa mi trafigge ancora oggi che sono vecchia, se mi soffermo di tanto in tanto a pensarci.
La mia sensazione dopo aver lasciato la scuola aveva a che fare con il concetto di libert. Mi dedicavo a questi ricordi nell'intimit del mio orto dietro al Toccio, quello che era stato ai tempi dei tempi l'orto di nonna Fiammetta. Sedevo come sempre al buio sulla panca di sasso, ti portavo con me e ti appoggiavo al muro alla mia sinistra, tanto per sentirmi meno sola, lo faccio ancora qualche volta, spero non ti dispiaccia. Guardavo la brace sbrillentare ad ogni tiro della mia sigaretta, il fumo che si perdeva nell'aria verdescura del bosco. I miei pensieri profondi di solito si interrompevano quando faceva la sua comparsa il gatto Capitale, che usciva chiss da dove puntuale ogni sera, appena si faceva nera la notte. Era un gattaccio nero e grosso, striato di marrone, che nessuno aveva mai visto perch usciva dal bosco soltanto di notte. E io, che avevo smesso da tanto tempo di dormire e passavo le notti a fumare sulla mia panchina di sasso, ero stata eletta come la scema alla quale andare a pisciare sulla soglia dell'uscio. La mattina, se per caso capitava di uscire a portare dietro casa un secchio o un panno da stendere ad asciugare, quell'odore pungente di piscia di gatto mi annodava la colazione fra stomaco e gola. Avevo per quell'enorme gatto un sentimento ondivago fra odio e soggezione. All'improvviso sbucava dalla boscaglia senza far rumore, come il gatto Mammone nato dall'amore fra la gatta e il lupo. Attraversava circospetto l'orto di nonna Fiammetta, stando sulla proda del bosco, e si accucciava fra i ributti del castagno. Non lo vedevo pi, ma sapevo che mi guardava e qualche volta mi sentivo al sicuro, come il perseguitato che si affida alla scorta, ma pi spesso lo temevo e desideravo la sua morte, come si desidera la morte del demonio. Cos lo avevo battezzato Capitale, per sentirmi un po' meno in colpa quando gli lanciavo dietro un ciocco di legno o lo prendevo a sassate. Ma il gatto Capitale non mi considerava neppure, scappava via per un paio di metri poi si girava e mi guardava di sottecchi con gli
occhi di fuoco che rilucevano come due fanali nel buio della notte. Mi pareva di vedergli un'espressione perfida sotto ai baffi, come una specie di sogghigno. Aspettava che mi decidessi a rientrare e correva a lasciare la sua traccia del possesso sulla mia porta.
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16.
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Prato, Anni '60 e seguenti.
Non tutti i giovani del Sessantotto fecero il Sessantotto. Molti di loro, specialmente quelli che vivevano nelle citt di provincia, furono investiti dal vento del cambiamento soltanto di sfuggita, molti sentirono soffiare un po' di brezza, approfittarono di alcune libert per cui altri avevano combattuto al posto loro, come sempre accade, ma non condivisero n in tutto n in parte quell'energia e quell'entusiasmo che port altri della loro stessa et a impegnarsi in prima persona nella politica o nel sindacato. In quel periodo furono soprattutto gli studenti a incamminarsi verso la via della rivoluzione, ma alle superiori e all'universit ci andavano pi che altro i giovani borghesi, quelli che si potevano permettere di campare senza portare soldi a casa. Anche i figli degli operai iniziavano a popolare le aule delle scuole, ma soprattutto nelle citt pi grandi e soprattutto al nord, dove c'erano meno campi da coltivare e pi opportunit di carriera. Per la maggior parte dei figli dei contadini il sogno di emancipazione era rappresentato dalla fabbrica, non dalla scuola.
Diana e le ragazze erano passate dalle elementari all'avviamento professionale ma avevano concluso il ciclo con la media unificata - la riforma era entrata in vigore da
pochissimo - e dunque potevano iscriversi alle superiori. Nora per decise di non continuare. Cominci ad andare come apprendista da una sarta, per un anno intero si consum gli occhi a fare il gigliuccio ai lenzuoli e gli orli alle sottane. Poi ebbe l'occasione ed entr in fabbrica che non aveva ancora compiuto sedici anni. La prima era stata Sandra, che poi aveva chiamato Luisa e Francesca, la quale a sua volta aveva chiamato Nora. Erano ormai in sei del Poggio Lustro e dintorni che lavoravano per l'industria di pantaloni Volmat di Volfango Mattei, a Prato. Si svegliavano ancor prima delle cinque del mattino e scendevano fino alla ferrovia in macchina, Sandra aveva la patente e si era comprata una Seicento di seconda mano, a volte il motore di punto in bianco si spegneva e allora dovevano scendere tutte a spingere con la marcia in folle per farla ripartire. Prendevano il treno fino in citt e da l il cambio per Firenze, due ore di viaggio e altre due al ritorno. La Volmat aveva due settori, uno che produceva pantaloni da donna e l'altra pantaloni da uomo e corredi per i cacciatori. In tutto quasi trecento operaie, concentrate in un capannone enorme come ne erano spuntati tanti in quegli anni di boom. La prima volta che Nora vi mise piede rimase impressionata: lo stanzone del reparto cucitura conteneva pi di cinquanta macchine da cucire, piazzate in due file, ogni macchina separata dall'altra da un cassone in cui le operaie dovevano mettere il lavoro fatto. Ogni operaia pescava il pezzo dal cassone alla propria sinistra e lo lavorava, dopodich lo passava al cassone alla propria destra per la compagna che svolgeva il
lavoro successivo, e cos via, fino in fondo alla fila. Pi di tutto la lasci sgomenta il rumore, un rimbombo insopportabile di cinquanta motori spinti e rilasciati a seconda della pressione sul pedale, che tutti insieme producevano un frastuono che l per l le fece venir voglia di tornare subito al silenzio dei suoi monti. In tre o quattro giorni ti c'abitui la consol Luisa, poi dopo non lo senti pi. Speriamo... disse Nora, ma poi si abitu talmente bene che fra alti e bassi rimase chiusa in fabbrica per molti anni, fino alla pensione. Se la Viviana vede che sei sveglia ti mette subito alla catena la incoraggi Luisa, perch alla catena si guadagnava un po' di pi, anche se bisognava spicciarsi e fare il pezzo cucito a regola d'arte.
Viviana era la caporeparto, una pratese allegra e sboccata, che gridava sempre e aveva cent'occhi per acchiappare subito le operaie che chiacchieravano o si interrompevano per darsi il rossetto o mangiare un pezzo di pane. Era a lei che bisognava riferirsi per ogni domanda ed era sempre lei che faceva da tramite con Pelo-di-topo, il capo dell'ufficio del personale, un omino magro e grigio con i capelli unti appiccicati alla testa e le spalle un po' curve che somigliava come una goccia d'acqua a un brutto topaccio di fogna. La caporeparto accompagn Nora da Pelo-di-topo, e quello la squadr un po' da sopra gli occhialini tondi e disse non ce n'era assai di montanare rompicoglioni?, perch diceva che quelle del Poggio Lustro avevano la testa dura. Per ora ti metto in prova laggi accanto alla Maria,  calabrese e non capisce una parola d'italiano cos non ti
metti a chiacchierare. Poi si vede come vai e la mand via con un gesto della mano.
 andata bene disse Viviana, se gli vai a genio fra tre o quattro mesi vedrai che ti mette in regola. Il peggio erano il freddo in inverno e il caldo in estate. Il capannone aveva le finestre in alto e il tetto di metallo. Fra dicembre e febbraio, dal freddo che faceva, le operaie lavoravano con i guanti con le mezze dita e i calzettoni di lana sopra le calze. In estate non ne parliamo: il sole filtrava dai finestroni sul tetto e quando picchiava sulle macchine da cucire il metallo bruciava, non si poteva toccare. Le pi vecchie e smaliziate si spogliavano e lavoravano in reggipetto e sottoveste, sudate come nella sauna.
Domani porto un'ovo, cos me lo f affrittellato qui sul pianale! scherzava Marcella, che aveva la macchina da cucire subito prima di Nora. Lei dopo un po' di apprendistato l'avevano messa a chiudere la catena, perch era volenterosa e veloce, faceva le punte e gli occhielli e attaccava i bottoni. La catena partiva dalla cucitura del cavallo del pantalone e finiva agli occhielli. In fondo alla catena ci poteva stare solo una lavorante svelta e precisa, perch se la lavorante andava a rilento, o si faceva accumulare il lavoro nel cassone, tutta la linea perdeva il passo e il padrone andava su tutte le furie. Era sempre fra i piedi a controllare, specialmente alla cucitura perch era il reparto pi delicato e c'era da verificare come andava il cottimo. I tagli arrivavano dal reparto taglio, dove c'erano le sarte pi esperte che non potevano sbagliare a maneggiare le
forbici, senn la pezza era da buttar via. Passavano dalla cucitura e poi venivano passati alle presse, per la stiratura e la confezione. Poi venivano sistemati in dei container che andavano alla stazione dei treni.
La maggior parte della merce partiva per l'America, dove le donne, anche quelle di cinquant'anni, portavano ormai quasi tutte i pantaloni. Nora cuciva a testa bassa e immaginava una biondissima ragazza americana che si guardava allo specchio truccata all'ultima moda, poi prendeva la borsetta e correva dal fidanzato. Lui arrivava a prenderla con la cabriolet (altro che la Cinquecento di Giovanni...) e se ne andavano a spasso, senza immaginare che i pantaloni moderni che sfoggiava con tanta spensieratezza li avevano cuciti a prezzo di una gran fatica delle ragazze giovani come lei in una fabbrica italiana. Nora lavor per i primi sei mesi al nero. Quando arrivavano i controlli il padrone lo sapeva sempre con una mezz'ora d'anticipo.
Via, via, tutte le novizie nei campi gridava Viviana, appena arrivava la comunicazione. Dietro la fabbrica non c'era un gran quartiere popolare, con tutti i palazzi che ci sono oggi: il retro della fabbrica si apriva su una spianata di campi d'olivi, poi cominciava un breve terrazzamento che scendeva un po' pi in basso, fino a un fosso protetto da un enorme canneto. Le ragazze filavano via come delle saette, si precipitavano nel campo vicino al fosso, dove non potevano essere viste, e tornavano indietro appena sentivano il fischio di Pelo-di-topo che le richiamava all'ordine. L'ispezione della guardia di finanza era passata.
Ben presto Nora scopr come funzionava il cottimo: ogni due o tre giorni arrivava Pelo-di-topo col cronometro in mano, faceva partire il tempo e tutte le ragazze mettevano gi la testa, gli occhi sul lavoro. Pelo-di-topo calcolava quanti pezzi venivano cuciti in un certo tempo da ciascuna di loro, per vedere chi era pi veloce. Ma allo stesso tempo i pezzi dovevano essere cuciti con precisione, altrimenti il tempo veniva annullato. Se una di loro andava troppo a rilento si poteva star certi che se ne sarebbe accorta al momento della paga, la sua busta sarebbe stata di sicuro pi leggera. Pi producevano, pi venivano pagate: ecco come funzionava il cottimo. L per l a Nora sembr un sistema giusto, del resto era normale che quelle pi brave e pi attente fossero ricompensate.
Dopo un po' per anche Nora, come gi altre operaie prima di lei, cominci ad accorgersi che le regole imposte dalla dirigenza erano troppo dure: non c'era piet n per le donne incinte n per quelle che si sentivano male perch avevano le loro cose. Veniva conteggiato perfino il tempo per andare in bagno e non era consentito alzarsi dalla macchina per pi di due volte nella giornata, c'era un tipo mingherlino che si chiamava Giocondo, un po' suonato, che era stato assunto proprio per quello: doveva calcolare quanto tempo ci mettevano le operaie per andare in bagno e quei minuti venivano detratti dalla paga del mese. Le ragazze lo odiavano e gli facevano ogni tipo di dispetto, ma lui era mezzo scemo e non se ne accorgeva neppure, a parte quella volta che Bruna e Adelaide gli cucirono a macchina le
maniche del giubbotto e lui, quando arriv a infilarselo e si rese conto che le mani non gli uscivano pi, prese a urlare m'hanno tagliato le mani, m'hanno tagliato le mani, e da allora in poi le donne lo chiamavano e gli chiedevano o Giocondo, vieni qua: fammi vedere se hai ritrovato le manine, e poi ridevano come matte a vedere come s'arrabbiava.
Anche con l'orario di ingresso in fabbrica c'era una rigidit pazzesca: alle otto tutte le operaie dovevano essere sedute di fronte alla macchina e il lavoro doveva partire. Per quelle che venivano da pi lontano a volte era dura: se il treno per qualche ragione tardava c'era da correre per arrivare in tempo. La timbratrice segnava di rosso il cartellino a partire dalle sette e cinquantacinque e in quel caso era il signor Volfango in persona che scendeva dagli uffici a brontolare, quando si parte per venire a lavorare bisogna mettere in conto anche gli imprevisti ammoniva.
I primi anni per Nora furono un vero e proprio apprendistato. Il primo giorno era entrata in fabbrica timida e impacciata, ma pian piano aveva imparato dalle pi vecchie a farsi valere sul posto di lavoro e nella vita, mentre nel frattempo anche le cose attorno a lei cambiavano. Alcune operaie si erano iscritte al sindacato, che per molti anni era riuscito a entrare soltanto nelle fabbriche pi grandi, e Nora partecip - un po' schiva come sempre - ad alcune rivendicazioni che riguardavano il salario, la pausa per mangiare e il cottimo. Soprattutto la pausa per mangiare interessava alle ragazze, giovani e affamate, perch non riuscivano mai a finire la minestra
che si erano portate da casa nella gavetta di ferro e certe volte la finivano ormai gelida in treno, durante il viaggio di ritorno. Le calabresi mangiavano in tre nello stesso tegame, chine sul pianale della macchina da cucire, e di solito non partecipavano a nessuna rivendicazione perch si facevano gli affari loro, sapevano benissimo che anche se erano state messe in regola il padrone poteva in qualunque momento chiamare qualcuno e dirgli da domani non venire pi, e loro non se lo potevano permettere. Ma quando iniziarono le proteste per il salario e per il lavoro del sabato - che si usciva s alle due del pomeriggio, ma al prezzo di entrare un'ora prima la mattina - si fecero sentire anche le calabresi, che avevano da pagarsi il corredo.
Voi calabresi vu' siete tutte uguali strillava Viviana, quando arrivate sembrate tutte monache, ma dopo un po' vi si vede con la sottana un po' pi corta e dopo neanche un anno vu' vi fate mettere incinte e vi tocca a sposarvi in quattro e quattr'otto, grulle che un siete altro.
Anche se si erano un po' perse di vista, Nora, Diana e Chira si ritrovarono proprio in occasione di una di queste iniziative del sindacato: un'operaia delle presse si era bruciata abbastanza gravemente a un macchinario vecchio e senza protezioni, era stata ricoverata in ospedale e a causa dell'incidente minacciata di licenziamento, cos i sindacati organizzarono una protesta di fronte ai cancelli e dodici ore di sciopero. Le tre ragazze passarono una giornata memorabile, di nuovo insieme, come una volta. Ma le loro
strade erano destinate a non incrociarsi ancora per molti anni e alla fine dovettero aspettare di diventare vecchie per ritrovarsi davvero.
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17.
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Luc ebbe un primo momento di crisi subito dopo il golpe in Cile. Oggi quando uno dice undici settembre il pensiero corre subito alle torri dell'attentato americano, ma per la nostra generazione  impossibile dimenticare ci che accadde quello stesso giorno del Settantatr in Cile, la morte di Allende e tutto quel che cambi di li in poi nelle nostre vite. A quell'epoca io e Luc abitavamo gi insieme da parecchio, in quell'appartamento che era diventato una via di mezzo fra una comune e un laboratorio politico, dove bazzicavano soprattutto i compagni di Lotta Continua. Una sera, rientrando a casa, contai diciannove persone che sarebbero rimaste a dormire da noi e mi chiesi divertita dove sarebbero entrate, ma alla fine c'era sempre posto da qualche parte per tutti. In quel periodo succedeva ancora pi spesso perch quel che accadde in quel maledetto settembre -le bombe sulla Moneda, il coprifuoco, le notizie che arrivavano sui compagni sequestrati, sulle torture, i rifugiati nella nostra ambasciata a Santiago - tutto questo ci sconvolgeva e avevamo bisogno di stringerci l'un l'altro. Luc non faceva che ripetere questo  il messaggio dei porci americani per l'Italia. Seguivamo notte e giorno le notizie, che arrivavano nei modi pi vari ma soprattutto attraverso compagni
che avevano parlato con altri che a loro volta conoscevano persone che stavano l - artisti, giornalisti, militanti - che scrivevano e raccontavano. Leggevamo tutti gli articoli che comparivano sui giornali. Ci furono manifestazioni e cortei, ai quali partecipavamo in massa, gridando a squarciagola "anche in Cile, come qui, il nemico  la DC". Arrivarono i primi rifugiati e noi ospitammo per un po' uno di loro, Ramon. Era un artista, faceva parte della Brigata Pablo Neruda e con i suoi compagni aveva sostenuto Allende e la Unidad Popular. Per un po' i giovani della Brigata con i loro murales erano riusciti a raccontare il Cile che sognavano: libero, democratico e antifascista. Ma quando la giunta militare prese il potere, tutti i murales vennero cancellati, Ramon e i suoi compagni scapparono, lui riusc a entrare nell'Ambasciata italiana nascosto nel bagagliaio di una macchina. Gli preparavo sempre la mia famosa frittata di patate. Ramon era l'unico che dava qualche soddisfazione alle mie ambizioni culinarie, gli altri mangiavano e parlavano e alla fine non ricordavano neppure cosa era stato servito fino a poco prima nel loro piatto. Non dicevo nulla perch anch'io ero d'accordo che l'attenzione al cibo era un vezzo borghese, ma covavo frustrazione. Ramon cantava, suonava la chitarra e dipingeva enormi meravigliosi murales. Grazie al partito comunista, che si era mobilitato in massa in solidariet con il Cile e aveva raccolto una quantit di soldi, ne dipinse uno enorme sulla parete di una palestra della nostra citt. C' ancora: un enorme murale con i simboli del lavoro e della pace, e le tre lettere maiuscole - BPN -
omaggio alla sua Brigata Pablo Neruda. Le poche volte che scendo a valle e mi capita di passare di l mi commuovo sempre, anche se i ventenni non sanno nulla di quella vecchia storia e sopra al murale si sono sovrapposte scritte pi moderne, tipo "viva la topa" oppure - un po' meglio - "sei un essere speciale e io avr cura di te".
Comunque da allora Luc si fece pi serio, il suo entusiasmo e il suo ottimismo si erano un po' raffreddati. Dai racconti, dagli articoli e dalle continue assemblee dove si discuteva di queste cose credo che Luc fosse arrivato a concludere che i militari cileni avevano cos facilmente preso il potere perch i compagni non si erano preparati. Cominci a parlare di ingenuit delle classi subalterne. Diceva - declamava - come Marx aveva indicato nella Comune di Parigi, malgrado la sconfitta, il punto pi alto raggiunto dal proletariato, cos il Cile ci consegna l'incarico di prendere l'iniziativa per controbilanciare l'impotenza del fronte riformista. Dobbiamo raccogliere questa eredit e svilupparla oltre il punto in cui il Cile ha fallito. Parlava sempre di molte cose di questo genere, ma per me non sempre era facile seguire il filo dei suoi ragionamenti. Diceva che era necessario organizzare un movimento anticapitalista radicale, che al momento giusto fosse in grado di rispondere alle armi con le armi. Quando parlava in questo modo mi spaventava, lui se ne accorse e cominci a tenermi un po' lontana da alcune iniziative. Non mi chiedeva pi di accompagnarlo ogni volta che usciva, anche se mi obblig a frequentare una specie di corso di formazione militante sulle tecniche di autodifesa in caso di golpe e
imparai come lasciare messaggi in codice e come spostarmi nella citt attraverso itinerari "coperti", qualora avessi avuto bisogno di allontanarmi senza farmi seguire. Ci accordammo su una serie di posti segreti in citt, angoli o interstizi nel muro dove avremmo potuto lasciarci dei messaggi se la situazione si fosse aggravata e uno di noi non fosse riuscito a rientrare a casa. Ramon viveva con noi la sua esperienza di rifugiato, ma sperava sempre di tornare. Si sentiva in colpa per aver lasciato i suoi compagni a fronteggiare una delle peggiori dittature di tutti i tempi. Molti di loro sarebbero scomparsi per sempre e Ramon non avrebbe mai potuto piangere sulle loro tombe. Per parecchi mesi, mentre abitava con noi, non mise mai i suoi vestiti nel piccolo armadio che gli avevamo procurato: ogni sera li piegava con cura e li riponeva nella sua valigia, pronto a ripartire da un momento all'altro. Alla fine si rassegn e rimase in Italia per pi di dieci anni, fino alla fine della dittatura. C'era una fotografia: me la fece Luc nei giorni in cui aiutammo Ramon a dipingere il murale. Si vedeva il muro della palestra sullo sfondo, con la bandiera cilena e io in primo piano, con un pennello in mano e una fascia di stoffa attorno ai capelli. Avevo un baffo di vernice sulla guancia e sorridevo felice. Luc stamp la fotografia in bianco e nero, come si usava allora, in un formato un po' pi grande perch gli piaceva molto e aveva intenzione di farne un quadro con una cornice.  rimasta per mesi sul mobile dell'ingresso, fra volantini e riviste, e infine  andata perduta, come molte altre cose di quel tempo in cui tutto correva incalzante, con quell'urlo.
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18.
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Poggio Lustro, pensieri.
Qualche settimana dopo il suo arrivo, preso possesso del Toccio e cominciata una vita tutta nuova nel paese, Diana si ritrov con parecchio tempo libero e cominci a parlare a lungo con se stessa. Come succede quando toccano cambiamenti repentini cominci a riflettere su come aveva fatto ad arrivare fin l. Dedic qualche giorno a rotolarsi nei sensi di colpa, come faceva da bambina gi per il prato dietro alla chiesa, dove la collina saliva ripida fino al bosco e formava un grande pascolo d'erba medica e trifoglio. I ragazzi correvano fino in cima e scendevano in fondo a ruzzoloni, col pastore che gli urlava dietro perch gli schiacciavano il foraggio. A un certo punto, da adolescente, aveva scoperto che non avrebbe voluto diventare una donna come sua mamma o sua zia o le donne adulte che conosceva, questo era per lei assolutamente chiaro. Per dimostrarlo faceva la trasgressiva, fumava di nascosto, fumava alle feste, andava a ballare anche quando non aveva il permesso, usciva la sera anche quando le avevano detto che non poteva, e dunque era tutto un litigare. La mamma e la nonna si vergognavano di lei, per come si vestiva, per come si pettinava, per le cose che diceva, per le parolacce o perch ascoltava
la musica con la radio a volume troppo alto o perch non andava pi a messa la domenica. Quando avevano qualche ospite, se lei si metteva a parlare di politica, di societ, delle cose che accadevano nella scuola o fuori di casa, la nonna e la mamma si imbarazzavano, cercavano di cambiare discorso o si inventavano qualche commissione per farla uscire. Volle iniziare a tutti i costi l'universit ma non la fin mai, come sua madre non mancava di rinfacciarle ogni volta che ne aveva occasione. Nora invece, a ripensarci, era davvero perfetta: a quindici anni gi portava in casa lo stipendio di sartina, a ventitr era gi mamma. Era riuscita a tirar su due figli mentre lei leggeva Freire, aveva trascorso gli anni migliori in fabbrica, china sulla macchina da cucire, mentre lei camminava mano nella mano con Luc, a parlare di lotta di classe e contraddizioni del mondo borghese. Sentiva una specie di malessere che aveva qualcosa a che fare con la sconfitta. Certe volte le pareva di muoversi a tentoni, come quando dalla strada assolata si entra nella casa in penombra e si stenta a mettere a fuoco il profilo delle cose. Si raccont di Luc, si disse di tutto quel parlare e studiare e voler essere felici subito, senza compromessi, senza sacrifici, senza rimorsi. Senza rimorsi nemmeno nel farsi del male. Si ricord di Luc che ogni tanto aveva altre ragazze, e di lei che ogni tanto aveva altri ragazzi, perch la trasgressione pi forte era la pratica della sessualit libera da legami, e per qualche anno c'avevano creduto davvero. Avevano letto tanti di quei proclami sulla sessualit libera da legami... Pourquoi pas? disse Sartre a Simone de Beauvoir quando lei gli comunic che voleva andare
a Chicago con un altro uomo. Pourquoi pas? Perch no? Perch non andare fino in fondo, perch non abolire la connessione fra amore e fedelt, fra noi e la famiglia, fra noi e tutto ci che c'era alle spalle? Il vento di Parigi era arrivato e li aveva presi per mano: "correte giovani, correte ragazze, strappate le carte geografiche, l'aria di questa primavera vola fino alle prigioni di Madrid, di Mosca, di Atene, della Bolivia, fino ai ghetti neri del Kentucky, fino alla tomba di Luther King, fino al cimitero segreto dove riposa il Che. Andate giovani, andate ragazze, non abbiamo genitori, non abbiamo famiglia: i nostri legami di sangue sono stretti soltanto con gli uomini liberi che hanno vissuto prima di noi e che vivono oggi, dappertutto nel mondo" . Poi si ricord di Luc che spariva, da un giorno all'altro spariva, e lei di fronte allo specchio che si chiedeva dove aveva sbagliato, che di nuovo si lasciava scivolare senza combattere nel pi velenoso senso di colpa. Si era convinta che in qualche maniera fosse stata colpa sua. E dopo c'era stato Valter. Lo aveva capito dopo diversi anni che Valter non la ascoltava, che Valter non la prendeva mai sul serio. Valter non voleva problemi, a Valter bastavano un po' di amici per far festa e pi tardi, quando tutti se n'erano andati, fare l'amore con la sua donna e addormentarsi sereno. E dopo, un bel giorno, sparito anche Valter. Aveva guardato le sue mani e aveva visto una manciata di cenere. S'era detta che pi patetica di cos era impossibile, dunque una delle due: o combattere o morire. Decise di morire.
Ebbe di nuovo quel malessere che l'aveva gi colpita, a
volte. Cominci a dormire male. Si coricava stanchissima, certa di piombare subito nel sonno, e invece appena stesa nel letto si girava e si rigirava, finch pi o meno alle quattro del mattino scalciava le coperte, si vestiva di tutto punto e, nel silenzio della notte, andava a sedersi sulla panca dietro casa, al margine del bosco, e fumava fino all'alba. Rientrava in casa con le ossa dolenti per il freddo e si aggomitolava sulla poltrona di nonna Fiammetta, coperta alla meno peggio con il plaid all'uncinetto, e finalmente si addormentava fino al tardo mattino. Cominci a mangiare poco. Fumava tanto e non mangiava nulla, perse alcuni chili. Aveva l'impressione che il tempo si fosse dilatato, non si interessava pi a che giorno fosse, all'orario. Al futuro non ci pensava. Era arrivata al Toccio come la barca arriva al porto dopo la tempesta, con l'idea di riposare, aggiustare le vele strappate, dare una mano di repellente alla chiglia e una passata di vernice allo scafo, per poi riprendere il mare rigenerata e sicura. Ma una volta entrata in casa, svuotate le valigie, una volta pulito l'andito e la sala, rassettata la camera da letto, sistemata la stufa e il focolare, tirate fuori le coperte dall'armadio e lucidate le tre o quattro pentole della cucina, si mise a pensare che non c'era nessun altro posto dove potesse andare. Cos rimase l, disinteressandosi di cosa sarebbe accaduto il giorno dopo e quello dopo ancora. Una bella mattina si alz dalla poltrona, sal al piano di sopra e si butt sul letto, spossata. Non ebbe voglia di alzarsi e rest l sdraiata e sveglia per tutto il giorno a guardare le crepe sottili di muffa che gli anni avevano disegnato sul muro. Non
aveva altro da fare.
Se ne accorsero le vecchie, perch avevano campato tanto e ne avevano viste di tutti i colori. Videro che la Diana della povera Fiammetta non usciva spesso di casa, neppure se era bel tempo e il cielo d'inverno era blu e senza nuvole. Videro che andava a fare la spesa alla bottega con un visino smunto, senza rosso alle guance e senza rossetto, poi tornava al Toccio con un pacco di biscotti. Videro che si fermava a riprendere fiato a met della salita e sentirono che appena entrata in casa girava due mandate alla chiave, come chi vuol chiudere fuori i ladri. Contarono nelle sue ossa i chili perduti, videro nelle sue rughe le notti di veglia, le sigarette fumate. Un bel giorno la vecchia Luciana guard Siria e la nonna Clara e disse  l'ora di farla finita. Si alzarono dal loro trono di sasso sul bordo del lavatoio e andarono tutte e tre in fila a bussare alla porta del Toccio. Cara bambina, devi sapere che le donne ogni tanto hanno un malessere: ti senti stanca, ti pare di non avere pi neanche la forza di respirare disse la vecchia Luciana a Diana, e Diana la guard con gli occhi lucidi e le mani tremanti.
Le donne fanno finta di non avere guai, ma invece ce l'hanno, eccome se ce l'hanno mormor Siria da dietro le spalle.
Ma la peggio cosa  vergognarsi di avere dei guai disse la nonna Clara col dito indice alzato. Nonna Fiammetta ti darebbe un paio di scapaccioni disse la vecchia Luciana con voce severa. Intanto sola non sei, perch ci siamo noi aggiunse la buona Siria, e
vedi che possiamo star qui ad aspettare anche un paio d'anni se ti fa comodo, tanto in questo paese non c' mai nulla da fare.
E detto fatto tutte le mattine, appena il campanile della chiesa finiva di scoccare otto rintocchi, le tre vecchie arrivavano in fila come tre vecchie cornacchie nere. Avevano gi fatto colazione con pane e caffellatte, rivoltato lenzuoli e materasse, aperto il pollaio e messo sulla stufa la verdura per il desinare, spazzato le scale e rigovernato la scodella del gatto. Bussavano alla porta finch Diana non scendeva ad aprire, una la vestiva e l'altra la pettinava, la terza preparava la colazione e poi tutte e tre si piazzavano in piedi al bordo del tavolino e la guardavano mangiare, non muovevano un muscolo finch non aveva mandato gi anche l'ultima briciola in fondo alla tazza. Rigovernavano e la spingevano fuori, all'aria fresca o all'acqua o alla grandine, s'inventavano che c'era da pulire la chiesa, da strappare le erbacce al camposanto, da salire dal pastore che aveva fatto la ricotta. Andavano alla fontana a riempire i fiaschi d'acqua fresca e tornavano al Toccio con pane fresco e un pezzo di pecorino, o di salame del contadino, o un vassoio di pasta fresca spianata dalla Stella per la trattoria. Sopportavano senza battere ciglio le bestemmie che Diana sibilava apposta per farle innervosire, quando era troppo stanca per provare a spiegare che quel giorno di uscire proprio non se la sentiva. Solo Clara piegava un po' la testa di lato e si faceva il segno della croce. Ogni tanto Diana si sentiva piuttosto meglio. Non felice ma piuttosto meglio: tutto quel che
serviva per andare avanti. Si dette una smossa, in fin dei conti, e fu fortunata: la maggior parte delle donne per farlo ha bisogno di qualche medicina. Alla fine, presa per sfinimento, scese alla bottega e chiese a Stella di assumerla come banconiera al bar della bottega, il contratto era a voce e la paga in natura: pranzo e cena, e un paio di caff al giorno, e lei del resto mangiava come un uccellino e non si ammalava mai. I soldi le servivano solo per comprare le sigarette, dunque si sarebbe accontentata di una paga misera. Il lavoro la tenne occupata, la obblig a uscire ogni mattina, a lavarsi, vestirsi, pettinarsi, mettersi le scarpe e uscire, pioggia o sole, grandine o bel tempo. E la salv dall'incubo di dover ingoiare ogni mattina la colazione sotto l'occhio arcigno di tre vecchie streghe ammantate di nero.
Non erano passati neppure sei mesi che Diana finalmente ebbe la prima visita da quando era tornata al Toccio. Un giorno che si gelava verso la fine di marzo e lei non era gi in bottega perch con quel freddo ognuno se ne stava a casa sua, sent rintoccare tre volte il batacchio della porta. Era Nora, non la vedeva da pi di un anno.
Perch non mi hai avvisata? disse appena Diana comparve sulla soglia, l'ho dovuto sapere dalla Stella che Valter  morto e che sei tornata al Toccio, sei proprio cattiva lo sai? Ma io t'ho portato lo stesso un regalo, fammi entrare che fa un freddo cane. Diana si spost da un lato e Nora pass in casa, and subito a scaldarsi le mani alla cucina economica. Era un po' ingrassata, Nora, per era sempre bellina, con quel visetto placido e sorridente, ora un po' segnato da sei o sette rughe sottili attorno agli occhi.
Diana la guard, ripens ai pianti disperati, alle promesse dei grandi: ma tanto torneremo presto, bambine, tutte le domeniche saremo quass, e l'estate la passerete insieme e poi c' il Natale e le vacanze a primavera, non si scappa mica in America. Per quelle due ore di strada dal paese fino in citt ben presto diventarono una voragine. Nora dopo le scuole medie smise di studiare e inizi il tirocinio dalla sarta mentre Diana si iscrisse alle scuole magistrali. Cinque anni dopo Nora cuciva pantaloni in fabbrica e Diana leggeva Il diario del Che in Bolivia in edizione economica Feltrinelli. Si vedevano al pranzo di Natale, si telefonavano per farsi gli auguri ad ogni compleanno, e qualche volta, d'estate, si mettevano d'accordo per andare insieme a fare un bagno al fiume, quando Diana passava qualche giorno di vacanza dalla nonna. Si volevano bene come un tempo ma non sapevano pi di cosa parlare. Nora era fidanzata con Giovanni, un ragazzo che lavorava dall'altra parte dell'Appennino in una falegnameria, e Diana era completamente presa dal terzomondismo perch aveva visto un documentario sulla fame nel mondo e aveva deciso che la sua vita sarebbe stata dedicata alla battaglia contro la denutrizione infantile. Aveva appena iniziato l'universit e meditava se seguire il corso di letteratura o quello di filologia che ricevette la notizia che Nora era rimasta incinta e si sposava. Rimase talmente male che dette fondo ai suoi risparmi, and a comprare una caffettiera di lusso
e un'unica tazzina elegante, la impacchett con un gran fiocco e la
port per regalo di matrimonio alla cugina, con un biglietto d'auguri che diceva "Serve per farti un bel caff quando starai sveglia la notte a meditare sulle stupidaggini che hai fatto". Nora non disse nulla, non disse mai nulla neppure le rare volte che di l in poi le due cugine si incontrarono, ai compleanni, per Natale, ai pranzi dell'estate in paese. Si volevano sempre bene, ma qualcosa si era rotto. Riallacciarono per qualche tempo i loro rapporti soltanto per via della fabbrica, quando un'operaia che lavorava con Nora rimase vittima di un infortunio e per diversi giorni Diana, Chira e Nora si scoprirono di nuovo complici ai picchettaggi davanti al cancello, distribuendo volantini sulla sicurezza sul lavoro. Ma Nora seppe aspettare trent'anni per vendicarsi del regalo di Diana. And a trovarla al Toccio e le port una caffettiera e una tazzina accompagnate dal biglietto che le era stato recapitato quel giorno lontano del suo matrimonio. Porca miseria, Nora, ma  proprio quello? disse Diana esterrefatta, non poteva credere che avesse conservato quel pezzo di carta per tutto quel tempo. Certo rispose, non m' venuto in mente nulla di pi adatto aggiunse, ma un po' titubante perch s'aspettava che la cugina la buttasse fuori di casa. Invece Diana si mise a ridere, abbracciata alla macchinetta del caff ancora avvolta di carta luccicante, si mise a ridere e non smetteva pi, rideva talmente schietta e intensa che a un certo punto si mise a piangere, e cos rideva e piangeva nello stesso tempo, e anche Nora s'era messa a ridere ancora pi forte e mentre rideva di una risata
folle e straordinaria anche lei alla fine si mise a piangere e si ritrovarono cos, una fra le braccia dell'altra a ridere e piangere senza potersi fermare.
Si raccontarono un po' di vita e chiacchierarono fitto per quasi due ore, Nora s'era fatta accompagnare apposta in macchina in paese da suo figlio Gabriele perch lei non si sentiva sicura a guidare con quel ghiaccio su per le strade di montagna. Da quel giorno ripresero a frequentarsi di tanto in tanto, e a telefonarsi, e furono di conforto l'una per l'altra quasi come quando da bimbe si difendevano a vicenda dalle brontolate della nonna.
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19.
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Mi piace questa quiete, questo sentiero coperto di foglie e di muschio, dentro la penombra del bosco, l'odore di fungo e di terra, nel baluginare della luce fra le frasche giovani dei castagni. Il verde lucido dell'agrifoglio, quello polveroso della stipa e il verde chiaro delle felci e dell'erba sul ciglio. Cammino piano, la mattina  chiara e tranquilla, mi godo il passare lento del tempo, il fresco sulla pelle delle mani, il miagolare della ghiandaia. Mi sono riabituata a questo tempo, al ritmo lento delle giornate al passo con le stagioni, quel tempo buio d'inverno che ci si corica con la borsa dell'acqua bollente sui piedi gelati, quando  bello rannicchiarsi sotto le lenzuola di flanella calda e fuori soffia il vento di tramontana o la grandine suona la grancassa sul tetto; oppure la luce del sole estivo che scalda le tavole del soppalco e sento il tepore che accarezza le piante dei piedi nudi sull'impiantito.
Questo  quello che ho, cio non ho niente pensavo e mentre pensavo camminavo e ridevo. Una volta, tanti anni fa, mi capit di vedere le tre vecchie parche -Luciana, Siria e Clara - sedute sul bordo del pozzo lavatoio. Erano vicine l'una all'altra, come sempre vestite di nero, e ridevano, ridevano talmente di gusto che i loro corpi erano
sconquassati, ripiegati in due dal gran ridere, e le lacrime gli solcavano le guance avvizzite. Mi ritirai, come se quelle tre vecchie ridanciane mi paressero sconce. E anche perch ebbi la sensazione che ridessero di me, della mia povera storia triste. Era il periodo in cui ogni mattina, come tre bravi soldatini, le mie tre buone amiche salivano in fila fino al Toccio per costringermi ad alzarmi, a lavarmi e a nutrirmi. Il periodo in cui mi salvarono la vita, probabilmente. Ho diverse persone a cui devo la vita, a ben pensare, e ora che ci penso nessuna di queste  mai stata ringraziata, ma pazienza. Dicevo che ridevano, e che io credetti che ridessero di me: a quei tempi ero ancora molto ripiegata su me stessa, mentre mi sarebbe bastato alzare gli occhi al cielo e guardare le nuvole passare per capire che io non ero nulla, solo una fragile scintilla di vita che passa e si strugge. No, non ridevano di me: ora che sono passati tanti anni capisco che quelle loro grasse risate erano dedicate a loro stesse: ridevano di s, della loro esistenza senza fretta, della loro vecchiaia solitaria, il motivo pi intelligente per cui mettersi a ridere in definitiva, e loro lo sapevano. Le vecchie lo sanno, per questo si appoggiano l'una sull'altra. E stamattina il ricordo di quelle tre vecchie vizze, fragili e piene di rughe mi ha disegnato nella mente un quadro di gioia e potere. Ho pensato a me, a Nora e a Chira, e sono scesa in piazzetta sorridendo. Lumi  gi l ad apparecchiare le tavole per il pranzo,  sabato e la trattoria ha il tutto esaurito. Mi sono messa a preparare saliere e formaggio, a lucidare i bicchieri, che la lavastoviglie li lascia con la camiciola. Il paese si anima, le donne arrivano alla bottega per prendere il pane, oggi
crostini e lasagne, oppure una bella rosticciana. Fra poco i mariti si metteranno a tirare fuori le griglie, a spostare legna e a bestemmiare perch non riescono a preparare una bella brace e la carne ci metter un'ora ad arrostire e le mogli brontoleranno e i nipoti correranno avanti e indietro facendogli girare la testa. La contessa ha mandato a bottega Marisol che oggi non lavora, si  fermata a chiacchierare un po' con me. Parla sempre di Cuba, del mare, del quartiere in cui  cresciuta, ma ne parla sottovoce: la suocera non sopporta che si nomini quel posto di perdizione. Ha detto proprio cos: "perdizione". Mi sono messa a ridere.
Non ti preoccupare le ho detto, la contessa  sempre stata stronza, anche da bambina. Me la ricordo bene, era un po' pi giovane di me ma gi cattiva. Arrivava in paese con quei suoi vestitini immacolati e ci faceva vedere sempre una bambola diversa, da lontano e senza farla toccare a nessuno. Fu la prima a esibire una vera Barbie, con tanto di cappottino colorato e stivali di plastica, mi ricordo che Stella aveva le lacrime agli occhi dall'invidia. E per colpa della contessa che ho sempre odiato le Barbie, anche se qualche compagna diceva che erano l'icona della liberazione femminile. Il bosco, all'orizzonte, si sta completamente vestendo di verde. Tutto a un tratto i nuovi formicai bucano il viottolo, qui sotto al muretto, e sui cardi, sui vilucchi, sulla salvastrella, spuntano gli sputacchi delle lucciole. Si sentono ancora le urla e le corse dei bambini, ma meno: un tempo i bambini in paese erano talmente numerosi che il loro chiasso si sentiva fino a
San Fatucchio, lass in cima. Giocavano a rincorrersi, a acchiappino, allo sculaccione, oppure scendevano alla Lustrola per prendersi a sassate fra bande: quelli del Chiassetto facevano la sassaiola a quelli della chiesa, oppure quelli dell'aia di Gisto tiravano i gavettoni a quelli del Poggio delle fate. Ogni aia una battaglia, ogni cortile un'imboscata, e cos passavano le giornate. Oggi i ragazzi sono meno numerosi e pi tranquilli, hanno paura di sbucciarsi i ginocchi oppure invece di correre all'aria aperta preferiscono giocare alla play station nell'ombra dei salotti. I tempi cambiano, non ci si pu far nulla. E prima o poi anche questo avanzo di villeggiatura sparir, quando i vecchi saranno ormai sotterrati e i bambini cresciuti. Avranno a malapena una settimana di intervallo dal lavoro e la passeranno sdraiati sulle sdraio dei resort di Sharm el Sheikh invece che al Poggio Lustro, vuoi mettere. Ma a quel tempo io sar qui tranquilla, sotto una croce semplice di ferro, nel piccolo cimitero dove riposano i nonni e tutti i nostri cari che prima di loro hanno calpestato questi sassi, e il pensiero mi rasserena in questa mattina di pace, mentre sono concentrata nel riempire di sale fresco le saliere.
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20.
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Gi in citt, Anni Settanta.
Nel Settantatr, dopo il colpo di stato in Cile, Berlinguer fu spinto a proporre il compromesso storico con la DC e questa nuova strategia aliment uno scontento in molte parti della sinistra. Qualche compagno cominci a sostenere azioni dirette, giustificando anche l'uso della violenza. Si avvertivano dei cenni premonitori in alcuni fatti accaduti a Padova, a Roma o a Genova, ma in provincia non era ancora chiaro che il movimento cominciava a frantumarsi in una serie di rivoli, alcuni forse un po' intellettuali ed elitari, altri piccole ma coraggiose avanguardie, e altri infine - una piccolissima minoranza che tuttavia ebbe il destino di essere l'unica a non venire dimenticata - fautori della violenza e della lotta armata.
Diana e Luc avevano inaugurato la loro piccola Comune di provincia a Natale del 1971. Erano in sei, con una stanza da letto ricavata alla fine del corridoio che di volta in volta ospitava numeri variabili di compagni che avevano bisogno di un punto d'appoggio in citt. Ma gi un anno dopo, con la sconfitta elettorale del PSIUP, molti militanti decisero di entrare o rientrare nei partiti pi grandi o nel sindacato. Luc cominci a fare trasferte frequenti a Roma e in altre citt del nord Italia, sempre
con la sua macchina fotografica al fianco, sempre con la sua ansia di documentare un'epoca per i suoi giornali francesi. Aveva cominciato a collaborare anche con qualche testata italiana, il suo nome iniziava ad essere conosciuto come quello di un fotografo estroso, in grado di mettere in luce con un'inquadratura inedita i fatti che succedevano. Fece amicizia con Gianni Ugolini e con Maria Letizia Battaglia, professionisti che pi tardi avrebbero legato il proprio nome alla grande fotografia d'inchiesta in Italia. Fotografava e faceva politica, ma facendo politica la sua critica arrivava fino al litigio violento verso i compagni che erano entrati nel sindacato o peggio nel Partito comunista cittadino e rifiutava il confronto con gli appartenenti agli altri gruppi, diventando sempre pi intransigente. Diana evitava di parlarci quando era di quell'umore. I suoi toni le parevano sempre pi esagerati e perentori. Nelle riunioni parlava spesso di violenza, della violenza di classe. Diceva che tutti quanti erano vittime di quella violenza e che occorreva indignarsi perch la gente, presa dalle piccole incombenze quotidiane, fingeva che quella violenza non ci fosse e continuava a farsi manipolare, continuava a farsi sfruttare, e si rifiutava di prenderne coscienza. Un pomeriggio che non aveva n scuola n riunioni Diana si decise a pulire casa, non ce la faceva pi a dormire avvolta nella polvere e nelle scartoffie, masse di volantini, vecchie scatole e vestiti sparpagliati in ogni angolo. Spostando una massa di oggetti per spazzare sotto al letto si accorse che proprio in corrispondenza della testata c'erano sei o sette bottiglie. L per l pens
a chi poteva aver portato tutto quel vino ma guardando meglio si accorse che erano molotov. Ora te mi devi spiegare da quante notti  che mi fai dormire con le molotov sotto al letto, razza di testa di cazzo grid a Luc un secondo dopo che questi aveva oltrepassato la soglia della porta di casa. Luc si mise a ridere: tranquilla, ma chrie, e le scompigli i capelli. Si tratta di cose che mi sono offerto di tenere qualche giorno per un compagno ma non ti preoccupare, stasera viene a prenderle. Non ci credo neanche per un minuto, mi devi spiegare bene e per filo e per segno tutto quel che stai facendo altrimenti metto le mie cose in una valigia e non mi vedi pi, inutile che mi vieni a cercare rispose Diana. Ma poi alla fine rimase, lo sapevano tutti che avrebbe dormito sopra un arsenale piuttosto che tornare in casa con la madre e con la nonna. Ma le discussioni con Luc erano frequenti, Diana aveva bisogno di capire se Luc fosse entrato in qualche gruppo di quelli di cui si cominciava a parlare anche in provincia, che facevano azioni dimostrative. E cosa avrebbe fatto lei in quel caso? Venne rassicurata: Luc era interessato soltanto a fare il suo lavoro di controinformazione, non era contrario per principio all'uso della violenza rivoluzionaria ma ognuno doveva svolgere il proprio lavoro politico, c'erano altri compagni per questo, poteva dormire tranquilla. Le molotov sotto al letto sparirono.
Fu proprio dopo quella clamorosa litigata con Luc che Diana inizi a frequentare il collettivo. Era rimasta folgorata da una compagna pi grande che aveva ascoltato
discutere su come durante la Resistenza le donne fossero state considerate quasi alla pari dai loro compagni: avevano fatto le staffette, avevano impugnato i fucili e avevano combattuto al loro fianco, certe volte salvandogli perfino la vita. Diana aveva conosciuto una di loro che viveva in citt, dopo la guerra venne riconosciuta partigiana combattente con il grado di sergente maggiore, faceva la professoressa al liceo scientifico. E forse quegli uomini si erano convinti, nonostante la loro mentalit ancora ottocentesca, che le donne avevano le stesse loro capacit, se davvero avevano fatto tutto questo. Ma pi tardi, quando ci furono da prendere le grandi decisioni sulle politiche da mettere in atto nelle citt, le donne furono fin da subito rimesse nei ranghi, respinte di nuovo ai margini, e non entrarono se non in pochi rari casi nei processi decisionali. E anche con la nuova mentalit che stava prendendo piede in quegli anni, dopo il Sessantotto e tutto quel che c'era stato, le donne avevano ottenuto tante nuove opportunit, per esempio nel mondo del lavoro, ma non erano riuscite a guadagnarsi una vera libert.
Quando c' da vestire i bambini e da lavare il culo ai vecchi siamo sempre noi che ci si deve rimboccare le maniche, proprio come prima! aveva gridato una delle donne del collettivo, e le altre avevano applaudito. Diana era d'accordo: anche a casa loro in fin dei conti, sebbene Luc fosse un francese emancipato, quando c'era da pulire toccava sempre a lei o a qualche altra compagna, i maschi ogni tanto stendevano i panni ma li sistemavano talmente aggrovigliati e
sovrammessi che, appena li vedeva, Diana sospirava e ricominciava tutto daccapo.
Cominci a partecipare a un gruppo che si ritrovava a casa di una compagna. All'inizio non facevano nulla, in provincia non avevano ancora sentito parlare dell'autocoscienza o cose di questo genere, erano soltanto contente di ritrovarsi un po' fra di loro e pi che altro si lamentavano di come venivano trattate dai compagni maschi, ciascuna nel proprio gruppo. Molte di loro si erano stufate di essere chiamate soltanto per tirare i volantini e poi di essere messe da parte quando c'erano le decisioni da prendere.
Da noi i volantini li tirano le compagne, ma quel che c' scritto sopra lo decidono sempre loro disse la compagna Tina, che studiava per infermiera e pi tardi avrebbe messo in piedi con altre donne un piccolo ambulatorio dove si facevano gli aborti clandestini. Diana lo seppe soltanto dopo molti anni, perch glielo raccont Chira: lei lo sapeva perch aveva accompagnato una collega che aveva avuto il problema. Al gruppo iniziarono a parlare molto dell'aborto, che era ancora un reato, e Diana un giorno lesse alle altre un lungo articolo su Panorama che si era portata dietro perch l'aveva trovato interessante. Le ragazze ne ricopiarono alcune parti e Diana si sent molto importante, ma la sera a casa non disse nulla a Luc, non seppe trovare le parole giuste e aveva paura di farlo irritare. Lui diceva sempre che i diritti sociali vengono prima dei diritti civili, non avrebbe capito.
Ma Luc si accorse lo stesso che Diana stava frequentando le compagne,
era una piccola citt e tutti sapevano tutto di tutti. La prese un po' in giro, le disse che era la sua bella rivoluzionaria, ma ebbe la sensazione che Diana si stesse un po' allontanando e reag colpendola un po' pi spesso con il suo sarcasmo. Gli uomini hanno un sesto senso per il momento in cui si avvicina la perdita del loro potere e reagiscono aggressivamente.
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21.
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Dopo la scomparsa di Luc, per molte notti non riuscii a dormire bene. Persi qualche chilo perch improvvisamente mi pass la voglia di mangiare, tutto quello che mettevo in bocca aveva il sapore del cartone, mi costava fatica deglutire. Un malessere fisico pi che interiore si impossess del mio corpo e mi rese difficile compiere anche le azioni pi banali. E per parecchi giorni non riuscii a lavorare.
Ricevetti la visita della direttrice nella nostra casa completamente sottosopra, suon alla porta un pomeriggio in cui c'erano come al solito molti compagni. Ricordo la sensazione di disagio e vergogna che mi colp quando la ricevetti, spettinata e malvestita, in una casa sporca e disordinata, piena di fumo, un vero disastro. Mi passai la mano fra i capelli, cercai di rassettarmi un po'. Era venuta a vedere come stavo, se avevo intenzione di rientrare al lavoro. Stavo male, ero stata abbandonata dal mio amore e stavo male. S, avevo intenzione di rientrare, mi servivano soltanto un altro paio di giorni per riposare un po' e poi sarei rientrata. Tagliai corto per l'imbarazzo e lei se ne and quasi subito con un'espressione disgustata, rifiutando il caff che le era stato offerto non ricordo da chi.
Dopo la visita della direttrice cercai di darmi una scossa, mi feci
una doccia, misi dei vestiti puliti. Decisi che sarei andata in questura a sporgere denuncia, tanto per fare qualcosa di utile.
Ma sei scema? mi dissero. Tutti quanti pensavano che non dovevo andarci, perfino Chira lo pensava. Mi disse che secondo lei Luc se ne era andato perch aveva scelto di andare, mi disse che gi da un po' di tempo lo vedeva inquieto, che andava rispettato e che in fondo non mi aveva mai promesso nulla, mica mi aveva promesso che mi avrebbe portata all'altare. Fu la prima volta che io e Chira avemmo uno screzio, la trattai male, le dissi di farsi gli affari suoi. Andai. Ero gi passata pi di una volta da tutti i nostri posti segreti, ma Luc non aveva lasciato nessun messaggio. Avevo telefonato anche a nonno Cesare, lo avevo fatto chiamare alla bottega perch su in paese non avevano ancora messo il telefono. Non lo misero neppure dopo, il nonno diceva che chi ha bisogno di trovarti  meglio che bussi alla porta. Mi disse che Luc non si era visto, ma fu una conversazione breve, non aveva dimestichezza col telefono ed era in soggezione perch in bottega c'era mezzo paese a domandare se era successa una disgrazia, non avevano mai visto nonno Cesare chiamato al telefono, quando c'era bisogno di parlare con i cittadini scendeva sempre la nonna. La questura si trovava nella parte a ovest della citt, verso la strada che andava a Lucca. Era un palazzo anonimo e alto, costruito su un ponte a lato della ferrovia e a quei tempi tutto attorno c'erano ancora molti campi, sebbene la citt si stesse sviluppando da quel
lato e cominciassero a spuntare case e palazzi. Dal centro a piedi era un quarto d'ora di strada e arrivai quasi di corsa, spinta dall'urgenza di fare qualcosa, dopo giorni interi trascorsi nell'inerzia, nel buio affumicato della nostra stanza vuota.
Mi fecero aspettare almeno un paio d'ore, poi mi ricevette un questurino anziano, mi fece sedere di fronte a una scrivania sbreccata all'ufficio denunce. Prese la mia deposizione. Dissi che da quasi tre anni vivevo con il mio compagno Luc Batisti, francese di cittadinanza, ma precisai che la sua famiglia era di origine italiana, e comunque dissi che da circa due settimane era improvvisamente scomparso, era uscito un pomeriggio e non aveva pi fatto ritorno a casa. Non aveva avvisato, non mi aveva fatto sapere nulla. Per quel che ne sapevo, quel pomeriggio doveva vedersi con certi compagni di Firenze, era andato a prenderli alla stazione infatti. Mi pareva. Oppure era stato il giorno prima, non ricordavo bene. No, non conoscevo i loro nomi, avevo cercato di informarmi ma neppure gli altri compagni li conoscevano, ogni tanto lui si vedeva con altri gruppi, a volte veniva a casa qualcuno di Roma, di Firenze, di Milano. No, non mancava nulla, i suoi vestiti erano ancora nell'armadio, la sua attrezzatura fotografica era in camera. No, non sapevo se l'attrezzatura fotografica era completa, Luc possedeva diverse macchine fotografiche, un numero imprecisato di obiettivi, rullini, attrezzatura per la manutenzione, filtri, altre cose di cui non mi intendevo. No, non credo che si vedesse con altre donne, penso che fosse innamorato di
me, o almeno  cos che lui mi diceva. S, me lo diceva spesso, s, i nostri rapporti intimi erano frequenti, piuttosto frequenti, insomma normali, ma non vedevo cosa c'entrassero i nostri rapporti intimi. Luc non mi avrebbe mai lasciata senza dire nulla. Il poliziotto mi guard con un'espressione un po' beffarda, ebbi la sensazione che si divertisse, poi lo guardai meglio ed ebbi la certezza che mi considerasse una poveraccia, la solita cretina piena di corna che viene mollata dal fidanzato. Rimasi seduta su quella sedia guardandomi le mani strette in grembo e non dissi pi nulla, anzi mi chiesi che accidenti ero andata a fare, avevano ragione i compagni: non mi sarei dovuta presentare l con quella mia ridicola denuncia, avevo fatto la figura della stupida.
Vede signorina mi disse il questurino,  noto che i giovani come voi, con tutto il rispetto, tengono una condotta libera, non considerano i legami come una cosa seria. Mi dica un po': ha detto che vivete insieme ormai da un bel pezzo, ma questo Baristi non le ha mai chiesto di sposarlo?. No, non me lo aveva mai chiesto. Luc non  il tipo che si sposa, Luc  il tipo che fa la rivoluzione. Luc mi ama per, e neppure io ho mai pensato al matrimonio, il matrimonio  un'istituzione borghese. Avrei voluto rispondere cos ma invece mi morsi le labbra e restai ancora una volta in silenzio. Infine il poliziotto mi chiese se avevo mai sentito parlare in casa di gruppi sovversivi o comunque se avevo mai ascoltato Luc pronunciare discorsi favorevoli all'uso della violenza politica e infine cosa ne pensavo io. Certo che ne avevo sentito parlare, erano discorsi che in quei
giorni si sentivano ovunque, alle assemblee, al sindacato, al bar, sull'autobus, ma Luc non avrebbe mai fatto male a una mosca, Luc era l'uomo pi dolce e amabile e generoso che avessi mai conosciuto in tutta la mia vita, e quando mi prendeva fra le braccia mi sentivo al sicuro, e felice, e non l'avevo mai visto alzare una mano su una creatura vivente, se trovava un ragno sulle pareti di casa prendeva un foglio e lo trasferiva fuori dalla finestra facendo attenzione a non ferirlo, e io non ne pensavo un bel nulla, io ero un'insegnante, insegnavo ai bambini a leggere e scrivere in modo che quando sarebbero cresciuti avrebbero compreso il mondo attorno a loro e casomai l'avrebbero combattuto, se non fossero stati d'accordo con quello che succedeva. Io faccio la maestra dissi, insegno ai bambini a vivere insieme e a rispettarsi l'un l'altro, non so nulla di violenza e di gruppi sovversivi. Poi mi morsi le labbra e cominciai a rinfilarmi il giubbotto che avevo appoggiato sulla spalliera della sedia. Tutti quei discorsi sui capelloni e i sovversivi e sulle armi, tutte quelle allusioni al fatto che forse Luc si era mischiato con quelle storie, mi fecero capire che la questura lo teneva sotto controllo. Ero stata un'ingenua, mi ero andata a infilare nella tana del lupo e se non stavo attenta rischiavo di andare a finire in cella invece di essere aiutata.
Non firmai la denuncia, me ne andai con le lacrime agli occhi. Mi fermai all'uscita, ricordo che fumai una sigaretta appoggiata al muro, con gli occhi chiusi, il sole che mi scaldava le guance bagnate. Mi domandavo se le grandi donne, le maestre di cui avevo letto gli scritti - Rosa Luxemburg, Simone De Beauvoir... - o le eroine che avevo incontrato e amato nei libri che continuamente Luc mi regalava - Flora Tristan, Louise Michel... - mi chiedevo se anche loro, almeno una volta nella vita, fossero state male come stavo male io a causa di un amore spezzato. Guardai il sole sopra di me, dal lato del piazzale in fondo alla strada, osservai il cielo blu dove qualche nuvola bassa sfiorava l'orizzonte alle colline. C'era una casa molto graziosa con una siepe di gelsomino fiorito, ma ero certa che per me il cielo non sarebbe mai pi stato di quell'azzurro perfetto, n l'aria cos profumata e tiepida sul mio viso.
Le giornate ripresero quasi come prima, ma dentro di me qualcosa si era spezzato. Neppure Chira riusc a consolarmi, ci furono dei litigi fra noi due che mi lasciarono l'amaro in bocca. Sapevo che la felicit della quale avevo fatto esperienza in quegli ultimi anni cos arruffati, cos concitati e densi, non mi avrebbe accompagnata mai pi, e questa consapevolezza mi aveva d'un tratto invecchiata. Mi sentivo menomata, deprivata di un pezzo del mio corpo, come la vittima di un incidente di macchina che perde un braccio o come il soldato che si trova a un tratto la gamba mozzata da una cannonata. Dicono che quando una persona subisce l'amputazione di un arto ogni tanto avverte un forte dolore a quel braccio o a quella gamba mancanti; cos era per me: sentivo male a quell'amore che non c'era pi, esattamente come se fosse l e mi tormentasse. Certe volte il calore della mano di Luc sulla mia schiena mi toglieva il fiato, come un colpo di pugilato alla bocca dello stomaco, e dovevo
appoggiarmi da qualche parte per non cadere. E il non fare l'amore con lui, in quelle notti solitarie e buie, mi disseccava, la pelle delle gambe si aggrinziva, si asciugava, il collo diventava corteccia dura, mi svegliavo gelata e mi alzavo a guardare fuori dalla finestra finch non arrivava il giorno a portarmi via da quella camera di disperazione. Decisi di cambiare casa, trovai un appartamento piccolo in periferia, da sola, e cominciai a frequentare il gruppo delle ragazze lasciando a poco a poco tutte le riunioni alle quali ero abituata ad andare insieme a Luc.
Ebbi qualche storia senza importanza, per il bisogno di fare sesso. Se vado indietro con la memoria incontro diverse facce di compagni, alcuni pi presenti altre pi sfocate, ma si trattava di storie e certamente non di amori. La tristezza non era sempre presente, diciamo che era in agguato: bastava un profumo, una voce, una fotografia in bianco e nero sfogliando una rivista, Luc era l. Mi ero abituata a dormire poco, a mangiare poco e a fumare troppo, lasciai passare un anno, un altro anno. Perch in tutto quel tempo di dolore non sono mai partita per la Francia a cercarlo? Eppure dentro di me lo sapevo bene che se Luc si era davvero allontanato di sua volont, allora era l che avrei potuto trovarlo. Perch non ci sono mai andata? Per molti anni non mi sono data una risposta, poi credo di aver pensato che non l'ho fatto perch ho preferito l'incertezza di una tragedia piuttosto che la certezza di un abbandono. Sono rimasta l, poco lontano da l, ho chiuso il mio strazio in un angolo d'ombra dentro di me. Poi un
giorno mi sono guardata nell'animo e ho capito che Luc non sarebbe tornato, ho capito che non avrei mai pi sentito il calore di quella mano sulla schiena, che non avrei mai pi sentito il suo fiato caldo nell'orecchio mentre mi stringeva a s quando facevamo l'amore. Luc non sarebbe mai tornato, io non sarei mai andata a cercarlo. Piano piano, con il passare degli anni, l'amore si  trasformato in struggimento, lo struggimento in rimpianto, il rimpianto si  trasformato in nulla. Il mio amore si  dissolto nella storia, come l'arcobaleno si consuma nella polvere del sole, e l'aria pulita arriva a far celeste il cielo quando passa il temporale. Mi misi con Valter e andai a stare a Firenze.
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22.
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Poggio Lustro, estate 2019.
Una volta al mese Diana si svegliava per tempo e si preparava di tutto punto. Scendeva gi in piazza e prendeva il pullman delle sei, sempre di mercoled perch era giorno di chiusura della bottega. Arrivata in citt si dirigeva in pasticceria, si sedeva in un tavolo d'angolo oppure fuori, se faceva bello, e ordinava la colazione come una signora, sfogliatella alle mele e tisana di cannella. Mangiava lentamente e fumava due sigarette, non pi di due. Guardava le donne della sua et che andavano al mercato e fra s e s sorrideva, perch le sembravano tutte molto pi vecchie di lei, con le loro sporte a rotelle e i golfini scuri.
Alle nove in punto andava a sistemarsi il taglio e a fare la piega, perch l'unica cosa che le mancava della citt era il parrucchiere. Appena finito correva in biblioteca. Si soffermava per un po' all'imbocco della piazzetta della Sapienza, di fronte a quel portico antico, ripensando al tempo passato a discutere e amoreggiare sotto a quegli archi regolari, davanti a quei portoni decorati con i coltelli che avevano martirizzato San Bartolomeo. Restituiva i tre libri che aveva preso la volta precedente e ne prendeva in prestito altri tre. Si dilungava fra gli espositori a sfogliare libri e giornali, leggeva
tutti i quotidiani, approfittava un paio di volte del bagno. L'ultima volta si sofferm per parecchio tempo a riflettere cosa avrebbe potuto prendere in cambio di Il sogno pi dolce della Lessing, che aveva appena restituito, e alla fine scelse Il dolore perfetto di Riccarelli, l'aveva intrigata il protagonista anarchico.
La scelta dei libri da leggere era fondamentale per Diana, soprattutto in inverno quando il daffare alla bottega era poco e le giornate fredde e scure la costringevano per parecchio tempo in casa, con i piedi appoggiati al panchetto davanti alla stufa che andava a tutta birra e non scaldava mai abbastanza. Nonna Fiammetta aveva un trucco per non patire mai il freddo nei piedi: bisognava scendere al Fosso del Tasso, gi alla Lustrola, sfilarsi calze o calzini e infilare i piedi nell'acqua. Uno, due, tre... contare fino a dieci e poi correre un'altra volta in cima al Toccio, calzini e calze umidi di acqua gelata, strofinare bene i piedi in una pezza e infilarsi le calze asciutte, calde di focolare. Quando Diana aveva il coraggio di darle retta, era certo che il freddo spariva e per tutto il giorno i piedi un tempo gelati conservavano un tepore di nido. Ma non sempre Diana riusciva a trovare in s il coraggio dei vecchi. Pensava a questo sfogliando i libri da scegliere: sovraccoperta, quarta di copertina, biografia dell'autore, niente poteva essere lasciato al caso. Recentemente era rimasta delusa da certe autrici contemporanee, le pareva che la loro scrittura si somigliasse, come se fossero stati scritti tutti dalla stessa mano.
 colpa dei corsi di scrittura in quelle scuole che vanno
di moda ora le spieg la bibliotecaria, va a finire che questi libri si somigliano tutti le disse da sopra gli occhiali.
Allora Diana per non sbagliare pescava indietro nel tempo, e di solito non rimaneva delusa. Tornava al Poggio Lustro col pullman delle due, senza spendere soldi e tempo per mangiare, tanto aveva sempre un avanzo di schiacciata o un pacco di fette biscottate al Toccio e poi con tutte quelle curve era meglio lasciare lo stomaco vuoto. Ogni mese, da vent'anni, Diana si regalava il suo mercoled cittadino. Quando tornava a casa perfino Arthur si accorgeva dell'eccitazione nell'aria: toglieva le scarpe buone, metteva la musica, sfogliava i libri presi in prestito e impiegava almeno mezz'ora per decidere quale avrebbe letto per primo, quale per secondo e quale per ultimo. Lasciava sempre per ultimo quello che immaginava le piacesse di pi, ma a volte sbagliava e allora calcolava i tempi in modo che dopo aver finito l'ultimo potesse rileggere una seconda volta il preferito. Qualche volta sceglieva un giallo o un noir, per avere un nuovo argomento di discussione con Chira: per lei se non c'erano un assassino e almeno un paio di morti ammazzati, un poliziotto o un investigatore privato, non valeva la pena di leggere neppure la quarta di copertina. Ma di solito sceglieva un libro che parlasse delle cose del mondo, meglio se era scritto da una donna con parole in cui si potesse specchiare e riconoscersi. Si accomodava nella poltrona di nonna Fiammetta, accendeva la lampadina sul tavolino basso, sigarette e posacenere, e iniziava la lettura.
Fossati in sottofondo le faceva compagnia senza disturbarla, come il suono familiare dell'acqua che scorre,
...sono un visionario vedo quello che non c' sogno una macchina che riavvolge il tempo...
Valter non lo sopportava, diceva che era talmente triste che tanto valeva spararsi subito. Diana invece lo trovava un poeta e non si stancava mai di ascoltare le sue tre cassette superstiti, che un po' gracchiavano perch avevano cent'anni, ma non valeva certo la pena di comprare uno stereo nuovo per il Toccio. Non ci sarebbe stato neanche bene. Doveva leggere per forza almeno cinque o sei pagine prima di mangiare o prima di scendere alla bottega, a volte Stella aveva bisogno di dare una rinfrescata ai bagni o una spazzata in sala se il giorno dopo arrivava gente in trattoria. Chiudeva il libro e quasi sempre pensava che era stata una buona giornata.
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23.
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L'esperienza del collettivo mi lasci in eredit degli strumenti in pi, oltre ad alcune buone amiche che ho salutato quando mi sono trasferita a Firenze e che negli anni successivi purtroppo ho sentito di rado. Ma questo non rese la mia vita di donna meno complicata. Certo, se ripenso a quel periodo mi rendo conto che se non avessi avuto le compagne e se non avessi avuto il mio lavoro, quando Luc scomparve, forse non ce l'avrei fatta e oggi non sarei qui dietro casa insieme a te, caro Arthur, a strapazzarti la corteccia con i miei ricordi. Le compagne e il mio lavoro. Guarda che bel cielo pieno di stelle c' stasera, Arthur: uno spettacolo infinito. Tuttavia a un certo punto (quando? Nel Settantasei? Nel Settantasette?) ne ebbi abbastanza del gruppo di autocoscienza. C'era stato un episodio che a ripensarci oggi a distanza di pi di quarantanni sembra comico, ma l per l fu una tragedia: si incrinarono delle amicizie che duravano da anni e si innescarono dei veleni che rovinarono anche le cose buone che c'erano state fino a quel momento. Fu colpa del lesbismo, che cominciava a entrare come tematica nelle nostre discussioni, e ragionando di lesbismo - non so come - alcune compagne vennero ai ferri corti per via della libert di andare a letto con chi ci pareva,
uomo o donna che fosse, e nello stesso tempo.
Io per esempio vado a letto con le donne e con gli uomini disse a un certo punto Elisa, sono esperienze. Sono andata a letto anche con Paolo se  per quello. Chiss perch lo disse, forse cercando un esempio non si rese conto che avrebbe fatto meglio a star zitta. Paolo era il compagno di Marta, stavano insieme gi da un paio d'anni.
Ma chi Paolo? disse infatti Marta. Il tuo fidanzato, povera cocca salt su ridendo la Baldi, che nel frattempo era andata a letto con il Ceppa, che per stava da diversi mesi con Adele. Quando venne fuori tutta questa baraonda, non so chi tir fuori una vecchia storia che invece riguardava un'altra compagna che era l e che non mi ricordo come si chiamava. Pare che Elisa fosse andata a letto anche con il fidanzato suo, e lei, che fino a quel momento era stata tranquilla, improvvisamente cominci a urlare troia, puttana, e le altre: finiamola con questi concetti borghesi. Insomma, caro Arthur, and a finire tutto in un gran casino e per molte settimane non ci vedemmo pi. Non eravamo ancora pronte per i rapporti liberi che tanto ammiravamo quando parlavamo di Sartre e di Simone de Beauvoir, e forse non lo saremmo state mai. Era soltanto quello? No, certamente era molto di pi. Non parlavamo soltanto di sesso e neppure sempre di politica. Era piuttosto un ritrovarsi, un sentire - nel confronto con le altre - che esistevamo come donne e come persone. C'era un posto in citt, si era formato un gruppo di donne che se non sbaglio si
chiamava proprio cos, "Centro donna", dove c'erano delle donne anche pi grandi. Non ricordo di preciso, ma rivedo il cerchio delle sedie e noi tutte sedute, l'impiantito fatto di mattoni rossi, dei grandi manifesti appesi al muro. Parlavamo della legge sull'aborto, ma anche di cosa eravamo noi, delle nostre riflessioni sulla vita, dei nostri lavori o delle cose che avevamo letto. Io non parlavo molto, piuttosto ascoltavo, tuttavia per me quegli incontri erano liberatori, ne uscivo con la sensazione di aver condiviso un pezzo di me e di essere stata capita. Poi le cose cambiarono un po', il collettivo si trascin ancora per parecchio tempo, ma senza l'entusiasmo dei primi anni. Oggi ti direi che, nonostante tutto, quel gran lavoro di pensieri e studio e discussioni ci fece bene, perch capimmo almeno che potevamo e dovevamo prendere da sole le decisioni che ci riguardavano, senza lasciarci trascinare dalle idee e dalle scelte altrui. Dai sensi di colpa, soprattutto, per esserci concentrate su di noi anzich su tutto il resto del mondo, come millenni di storia ci avevano insegnato a fare. Ma era pi facile dirlo che metterlo in pratica. L per l, nello scambio fra donne, pareva che tutto fosse possibile, ma non era facile ottenere tutte quelle cose e tutte insieme: il diritto di pensare in autonomia, di scegliere di studiare o di lavorare e se fare entrambe le cose allo stesso tempo, il diritto di scegliere se diventare mamme o non diventare mamme, e tutte le cose che interessano la vita delle donne. Molte di noi scelsero di essere tutto insieme, tirandosi addosso sempre pi compiti: lavorare per avere uno stipendio, lavorare in casa, fare le mamme,
essere carine per il proprio compagno, essere disponibili per i vecchi genitori... Con Chira e Nora ne parliamo a volte: ci chiediamo se  stato davvero un guadagno aver cambiato noi stesse senza essere riuscite a cambiare la societ che ci circonda, e che ancora si aspetta da noi tutta una serie di cose. Le stesse cose in fondo che si aspettava dalle nostre mamme e dalle nostre nonne, con un pezzo in pi per: ora che abbiamo voluto il femminismo e la parit non ci possiamo neppure lamentare se siamo stanche dopo la giornata di lavoro. Le ragazze di oggi devono essersene accorte, io credo, infatti hanno tirato il freno: hanno ridimensionato le loro aspettative, non si offendono se il ragazzo fa le battute sessiste o se paga loro il cinema; prendono un antidolorifico quando hanno le loro cose e mandano il fidanzato a prendere una pizza da asporto se hanno mal di pancia e non ce la fanno a cucinare. Non hanno insegnato ai maschi a stirare, ma almeno hanno imparato a mandarli in lavanderia a riprendersi la camicia. Desiderano una casa con i gerani alle finestre e sembrano felici. Il divorzio, l'aborto, questo brandello di parit: non immaginano quante battaglie sono state necessarie per ottenerli, e forse ne saranno necessarie altrettante per conservarli. Ma pu essere che siamo noi vecchie a crogiolarci nelle nostre sconfitte e a lamentarci che non ci va bene mai nulla, pu essere. In ogni caso, se non avessi avuto loro, stanotte non sarei qui ad ammirare questo cielo infinito e soltanto per questo le ringrazio, tutte quante. Furono loro a spingermi a ricominciare a uscire, ad accettare la presenza accanto a me di altri compagni.
Fu una di loro anche a presentarmi Valter, durante una domenica trascorsa a Firenze. Mi port nel suo bar. Quando entrai mi piacque l'atmosfera e Valter mi fece un'accoglienza speciale. Pi tardi mi disse che si era innamorato di me appena mi aveva vista sulla soglia, con quello sguardo imbronciato e le mani infilate nelle tasche del cappotto.
Un giorno, agli aperitivi, si appoggi al bancone un tipo un po' pi grande di me, con un ciuffo stile Alain Delon. Mi guard fisso per un po' e poi mi disse: c' un compagno a Marsiglia che mi ha consigliato questo bar. Alzai la testa dai bicchieri che stavo infilando in lavastoviglie. Ah s? E chi sarebbe questo compagno?. Non rispose direttamente. Disse che il soggetto in questione aveva un passato da giornalista, che gravitava nell'ambito del Soccorso Rosso, una rete che aiutava i militanti che erano ricercati o che dovevano affrontare processi. Grazie al Soccorso Rosso anche molti italiani erano stati ospitati nelle case di compagni insospettabili. Qualcuno vive ancora da quelle parti disse. Questo soggetto si chiama Luc per caso? domandai. No, je regrette mi rispose, mi pare che si chiami Jean qualcosa, Jean-Michel forse.
La met dei francesi si chiama Jean qualcosa dissi io, rimettendomi a caricare la lavastoviglie. Fin il suo aperitivo e se ne and. Non mi capit pi di vederlo in giro, me ne sarei ricordata.
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24.
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Poggio Lustro, una sera.
Una sera, con i gomiti appoggiati al bancone, Diana si mise a pensare. La vita  assai strana perch lungo le sue strade le persone si perdono e si ritrovano inaspettatamente, e qualcosa rimane ma con stupore ci accorgiamo che non  quasi mai quello che ci saremmo aspettati, mentre qualcosa se ne va e avremmo giurato che non se ne sarebbe andata mai.
I compagni, per esempio. Li conosceva bene Diana quei compagni, molti di loro: compagno qui, compagno l, viva la rivoluzione, viva la libert, e invece poi uno  diventato dirigente di uno di quei partiti borghesi che voleva cancellare dal mondo, anzi di partiti di quella specie ne ha cambiati cinque o sei, sempre dirigendo, mentre un altro  diventato professore di liceo, razzista e reazionario della peggior specie, infine un terzo  stato dirigente della ASL e non gli parlate di quegli anni perch eravamo tutti dei fessi; e qualche compagna lo stesso, una ha fatto carriera in un ente locale, un'altra ha rilevato la boutique della mamma e si  messa a vendere le scarpe a peso d'oro, altro che proletariato. A volte Diana pensava che aveva fatto pi figura Luc, a sparire da un giorno all'altro senza sputtanare i ricordi pi dolci. E poi era ricomparsa Nora, come i
corsi e i ricorsi, come quando erano bimbe e si nascondevano sotto il tavolino di cucina per fare a mezzo della fetta di castagnaccio che Diana aveva rubato dal vassoio degli avanzi. Non era stata una brutta giornata, dopotutto, pens. Qualche giorno prima, come un regalo, era tornata in paese anche Chira. Era arrivata come un terremoto mentre Diana era come al solito dietro il bancone del bar, a sciacquare i bicchieri. La porta si spalanc ed entr lei, come ai vecchi tempi, con un gran chiasso e sbattendo la borsa nella vetrata. Quando ho saputo che stai qui da quasi dieci anni non ci credevo disse Chira senza neanche salutarla. Non si vedevano dagli anni Novanta, s'erano incontrate l'ultima volta in Santa Maria Novella, a quella fiaccolata contro la guerra in Bosnia.
Ero rimasta che avevi un bar a Firenze, Madonnina benedetta, se l'avessi saputo sarei venuta a trovarti, e dire che sono venuta due o tre volte l'anno a far prendere aria alla casa. Certo che sei una stronza numero uno, cara mia, non ho parole, e si mise a sventolarsi con un volantino della gara di pesca. Dice che la menopausa passa in due o tre anni, ma io sono speciale: io rester in menopausa tutta la vita. Vieni fuori da quel bancone e fatti abbracciare, maledetta. Si abbracciarono come ai vecchi tempi. Chira era andata in pensione da poco, l'ultimo marito l'aveva piantata da un paio d'anni, era un noto architetto e gi avanti con gli anni s'era messo con la segretaria, facendosi ridere dietro da tutto il parentado.
Come uno di quei film americani su Italia 1 disse
Chira piegata dalle risate, perch anche lei a suo tempo era stata segretaria, come aveva promesso da ragazzina, e alla fine si era sposata proprio con l'avvocato dello studio. Chi la fa l'aspetti disse, allegra come sempre. Aveva fatto un po' di conti e s'era detta che conveniva andare a stare in paese, che a dire il vero in vecchiaia era arrivata anche un po' di nostalgia, e lasciare l'appartamento al figlio Luca e alla nuora, che fra parentesi le stava pure sui coglioni, quella cretina, capirai: fa la parrucchiera, che vuoi pretendere poverina. Sei la solita snob rise Diana. Era cos contenta di ritrovare la cara vecchia Chira, neppure lei si capacitava di una felicit cos sincera.  vero che qui non succede mai nulla, disse tra s e s per giustificare questo entusiasmo.
Chira collezionava ancora catastrofi. Appena entrata in casa sua Diana si mise a ridere, ma come fai a dormire in mezzo a questa roba? chiese all'amica, indicando il ritratto in bianco e nero di Michele Sindona. Ma lo sapevi te che il babbo di Sindona faceva il fioraio ed era specializzato in corone mortuarie? Non ti pare un fatto su cui riflettere? Senza dubbio disse Diana sorridendo. Questa roba mi rilassa aggiunse Chira, ed  anche un passatempo, mi tiene la mente sveglia. La gente non immagina quanti misteri ci sono in Italia che aspettano ancora una soluzione, a fare il conto c' davvero da mettersi le mani nei capelli e da mettere in dubbio la democrazia, credimi. Chira diventava serissima quando discuteva delle sue catastrofi.
Hai davvero intenzione di restare? domand Diana, e Chira disse che pensava proprio di s, almeno finch questi monti non mi faranno venire la depressione aggiunse.
Durante l'estate sale anche Nora la inform Diana. Chira si volt raggiante: Non mi dire! Alla prima occasione dobbiamo subito andare al fosso del Tasso per un bel tuffo, come ai vecchi tempi, cos ci prende un coccolone e non se ne parla pi. Ma Chira era contenta davvero, non si aspettava di tornare al Poggio Lustro e trovare tutto quel movimento.
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25.
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Ho un altro ricordo che riguarda Luc, molto preciso. Mi trovavo a Firenze, sul Ponte Santa Trinit. Camminavo insieme alla folla, la manifestazione era imponente. D'Alema aveva autorizzato l'uso dello spazio aereo per la guerra della Nato contro Milosevic e anche l'Italia aveva sganciato le sue bombe. Sul ponte le persone si erano avvicinate le une alle altre, il corteo aveva cambiato il passo, rallentando. C'era chi gridava slogan e pi indietro si sentiva il megafono del camioncino dell'Arci che mandava canzoni a tutto volume. Avevano appena messo La guerra di Piero e si era levato un immenso coro.
A un tratto, nella calca, intercettai una voce che mi pareva di conoscere e mi feci attenta. Aveva detto ...si era messo a fotografare i campi paramilitari..., poi qualcos'altro che non ero riuscita a sentire. Dice che aveva fatto il colpaccio rispose proprio dietro di me la voce di un altro, pare che fosse roba forte, pezzi grossi non da poco....
S, ma li beccarono per. Ce la fecero a scappare ma dice che i rullini li fecero sparire.... O hanno fatto sparire anche loro, chi lo sa... riprese l'altro.
Non so perch ma anzich voltarmi, anche se morivo
dalla curiosit di vedere a chi appartenesse la voce che mi era sembrato di riconoscere, decisi di aspettare per sentire se aggiungevano qualcosa. D'un tratto mi convinsi che stessero parlando di Luc. Il cuore mi batteva all'impazzata.
Non ne ho idea rispose il primo, e anche se lo sapessi non lo direi.  meglio non rimestare nel..., ma a questo punto un tipo alla mia destra decise che era venuto il momento per gridare Pace subito! Pace subito! e la conclusione del discorso mi sfugg, l'avrei ammazzato. Mi voltai e lo riconobbi immediatamente, anche se era passato un quarto di secolo. Era Carlo, non ricordo come si chiamava di cognome. Tutti lo chiamavano Granado perch frequentava biologia e aveva una grossa moto, come l'amico di Che Guevara. Frequentava la nostra casa ai tempi di Lotta Continua, veniva insieme a un compagno di Firenze che certe volte andava in giro con Luc a fotografare. Lo avevo frequentato anch'io per un certo periodo, c'era stata una storia amorosa molto fugace un fine settimana che Luc era fuori. Cavolo, era proprio lui, sebbene ingrassato e praticamente quasi calvo, e pensare che aveva un cespuglio di riccioli uguali uguali a quelli di Jimi Hendrix. Sentii che mi montava la rabbia.
Mi voltai e mi avvicinai: Ehi Granado, gli detti una pacca sulla spalla.
Abbass lo sguardo su di me, sgran tanto d'occhi e quasi grid: per la miseria, Diana!. Con un moto di soddisfazione registrai che mi aveva riconosciuta al volo, si vede che non ero cos invecchiata tutto sommato. Poi
ebbi la sensazione che la sorpresa fosse seguita subito dopo da un certo imbarazzo. Scambi uno sguardo con l'amico che lo accompagnava, uno sguardo rapido ma me ne accorsi, o cos mi sembr.
Ci furono alcuni convenevoli, poi gli chiesi scusa, prima ho sentito che parlavate di qualcuno che fotografava qualcosa. Non ho mai pi avuto notizie di Luc, te per caso nei sai nulla? Non  che parlavate di lui?. Si affrett a rispondere Il francese? Macch, ma che vai a pensare, fammi il piacere. Luc  una vita che non lo vedo. Nemmeno mi ricordavo che esisteva,  passata tanta di quell'acqua sotto ai ponti... No, figurati: parlavo di uno che conosco che fa il fotografo, ma che vai a pensare?.
Poi aggiunse: Non s' fatto mai pi vivo neanche con te? Eppure eravate intimi mi pare?. Figurati se non eravamo intimi, stavamo insieme da anni e tutti lo sapevano. Ma guarda che testa di cazzo pensai. Cambiai discorso e lo salutai, augurandogli in cuor mio di cascare dalle scale e spaccarsi quella zucca pelata. La sensazione che invece parlassero proprio di lui non mi abbandonava.
Proseguii nel corteo come un automa, la testa completamente concentrata a ripetere dentro di me ogni frammento delle frasi che avevo ascoltato. Riflettevo. Se avevo ragione e avevo sentito bene, Luc era scomparso o era fuggito a seguito di alcune fotografie compromettenti. Ma che tipo di fotografie? Avevano parlato di campi paramilitari. Ci fu un momento in cui se ne discuteva, me lo ricordavo. Dicevano che i fasci della nostra
zona avevano avuto delle armi da gente di livello nazionale, pezzi grossi, e che andavano a sparare in montagna, una specie di addestramento. Ci fu una volta che ne sentii parlare pi nel dettaglio, un giorno che eravamo al Poggio Lustro da nonna Fiammetta. Luc chiacchierava col nonno Cesare e noi chiudevamo i tortellini per il brodo della domenica. Luc non veniva mai a mangiare a casa mia perch mia madre e mia nonna Pia non lo potevano vedere, ma andavamo ogni tanto da nonna Fiammetta. Nonno Cesare andava molto d'accordo con Luc, spesso si appartavano e facevano lunghe chiacchierate sulla guerra, sui partigiani e cose cos. Noi donne come al solito eravamo un po' escluse e andava a finire che ci spostavamo in cucina a spianare o impastare, nonna Fiammetta era sempre felice se poteva nutrire qualcuno.
Il nonno disse a Luc che aveva sentito degli spari dalla parte del Monte alla Croce, verso ovest. Era molto lontano ma a seconda di dove tirava il vento i rumori arrivavano, se si stava attenti. Dicevano che i fascisti di citt venivano lass ad addestrarsi, avevano fatto un campo paramilitare nei boschi che stavano di faccia al Poggio Lustro, dall'altro lato della valle. Luc gli fece delle domande ma poi non ne parl pi, fino a quel giorno non ci avevo pi pensato.
Poco dopo, mentre il corteo sfilava in Piazza Santa Maria Novella, mi sento chiamare: Puttanaccia, che fai, non mi saluti?. Senza avere il tempo di replicare mi ritrovai mezzo affogata in un abbraccio profumato di sandalo e patchouli, certe passioni non finiscono mai.
Era Chira naturalmente, quanto tempo che non ci vedevamo.
Devi raccontarmi che hai fatto negli ultimi anni, ora appena finito ci defiliamo in un bar, ci prendiamo un caff. Ma lo sai che sono tornata ragazza? Luca studia a Padova e Michele ha trovato lavoro a Londra, pensa a quanto soffre questa mamma abbandonata. Mi parl per un po' dei suoi figli, il suo orgoglio. Non si capisce come abbiano fatto a venir su diligenti e laboriosi in questo modo, pare impossibile con i padri che si ritrovano, uno pi stronzo dell'altro. Ma io nel frattempo sto vivendo una seconda giovinezza, ci credi?. Come sempre era stato, Chira mi rovesciava addosso l'alluvione delle sue chiacchiere senza neppure aspettare che rispondessi alle domande, tanta era la gioia di vedermi e baciarmi e stritolarmi il braccio sinistro mentre camminavamo.
Ci ritrovammo come un tempo, a marciare per una battaglia condivisa. Ci prendemmo sottobraccio e intonammo la canzone che tanti anni prima ci aveva convinte a frequentare il corso di inglese,
...the answer, my friend, is blowin'in the wind The answer is blowin' in the wind...
Ci infilammo in un bar in via della Scala a chiacchierare fino alle dieci di sera, alla fine eravamo quasi brille. Fu una bella serata.
Fai ancora la collezione di catastrofi? le chiesi. Secondo te? mi rispose Chira, e mi intrattenne per
un'ora passando da Ilaria Alpi alla Kater I Rades. Soltanto Chira riusciva ad affrontare quei drammi col cinismo e l'ironia capaci di trasformare la tragedia in teatro e preservarla nelle memorie.
Dovresti farci uno spettacolo come quelli di Celestini le dissi. Ero stata da poco a vedere un'opera di questo giovane artista ispirata a Pasolini e mi aveva entusiasmata.
Quando tornai in Santa Croce, Valter mi disse che quell'amarcord con la mia vecchia amica mi aveva fatto bene, avevo gli occhi luminosi come le stelle. Ma la notte, sotto le coperte, mi giravo e rigiravo senza riuscire a prendere sonno. Per parecchi giorni non riuscii a pensare ad altro, andai anche in biblioteca per fare alcune ricerche ma non arrivai a nulla. Purtroppo i nonni erano morti gi da qualche anno e non potevo pi rivolgermi a loro per svelare i miei misteri.
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26.
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Poggio Lustro, estate 2019.
Era stata una giornata calda, preludio d'estate, e con il caldo come ogni anno Nora aveva fatto la sua comparsa, valigie e tutto, al Poggio Lustro. La sua villeggiatura era cominciata, mentre Giovanni aveva deciso di restare in citt ancora per qualche settimana, come sempre. Era in pensione ma andava lo stesso in falegnameria a dare una mano al figlio pi giovane che l'aveva rilevata, certi uomini non sanno davvero che farsene della libert. Sei fortunata disse Chira, sai che scocciatura averlo fra i piedi tutto il giorno senza neppure un pezzo di legno da piallare o un paio di tavolini rotti da aggiustare. Si misero a ridere, Diana pass dietro al bancone e prese un pacchetto di sigarette, quello che avrebbero condiviso di l a poco. Stella, prendo un pacco di Camel, lo pago pi tardi, si affacci dalla porta della cucina. Stella fece il segno dell'ol con il pollice alzato e le tre amiche si accomodarono al tavolo pi lontano dalla porta, volevano stare in disparte senza che nessuno le disturbasse, meditavano ricordi e confidenze. Si erano appena messe a sedere col loro bicchiere di t freddo -un azzardo, forse era meglio la stessa tisana di sempre, ma era stata una giornata cos calda... - e stavano parlando giustappunto di un piccolo mistero paesano:
ancora non era stato chiarito chi fossero i due forestieri che si erano accampati a San Fatucchio e che gironzolavano per i boschi a cercare chiss che. Dice che fanno ricerche di botanica disse Nora, ci sono dei muschi o dei licheni o roba del genere che nascono soltanto nei nostri boschi. S conferm Diana, l'ho sentito dire anch'io: si sono fermati al vivaio degli albanesi e hanno chiesto anche a loro se conoscono quelle specie di piante. L'Ervino ha detto che il tipo gli ha fatto vedere la fotografia, ma che a lui gli  sembrata borraccina normale, come quella che fa sulle ceppe dei castagni dalla parte di settentrione. Secondo lui sono un po' scombinati, quei due.... Il discorso venne bruscamente interrotto da un certo trambusto, che improvvisamente sentirono provenire dalla parte del parcheggio, grida e voci concitate. L per l pensarono ai ragazzi, non si erano ancora visti ma sarebbero tornati certamente fra poco, erano partiti in pompa magna per il primo bagno, gi al bozzo del Tasso, ed erano passate gi quasi tre ore. Invece, dietro a un rumore di corsa, spunt in piazzetta Marisol a tutta velocit, trafelata e sudata, con la camicetta a fiori penzoloni dalla spalla nuda. La scena sembr talmente irreale, cos inaspettata, proprio da lei con quella camminata da pantera, che Diana, Chira e Nora, quando nei giorni successivi la ripensarono fotogramma dopo fotogramma, ricordarono che non avevano avuto alcuna reazione: erano restate l appoggiate alle sedie, con le sigarette fra le dita e i bicchieri sul tavolino. Marisol, anzich entrare in bottega come si aspettavano,
corse dritta proprio verso di loro, quasi travolse il tavolo, e il bicchiere del t di Chira si rovesci e cadde per terra in mille pezzi.
Ma che ti prende bimba? grid Chira, gi pronta a litigare. Ci mancava una bella litigata su cui ricamare per tutta l'estate e forse pi. Ma dietro a Marisol, anche loro di gran carriera, spuntarono due carabinieri, quello della Stazione e un altro mai visto, e subito dietro due in borghese ma armati: dalla giacchetta leggera che sventolava nella corsa le tre amiche avevano visto benissimo la fondina.
Anche loro si diressero come mastini al tavolo. Diana e Nora, che stavano ai due lati pi vicini, quasi senza pensare si alzarono e si frapposero fra loro e Marisol, come mamme chiocce che difendono il pulcino, e Diana, col mento alzato e le mani sui fianchi, si rivolse al maresciallo: si pu sapere che succede? Ci dev'essere un malinteso, datevi una calmata. Per tutta risposta quello si port la mano alla pistola, neanche fosse lo sceriffo, e gli sibil spostati nonna, dobbiamo prendere l'extracomunitaria.
Non l'avesse mai detto. Diana, Chira e Nora, inviperite, presero a gridare all'unisono: razzista di merda, pezzo di bastardo, levati dalle palle furono le cose pi garbate. E a dire il vero i quattro pistoleri per un attimo rimasero un po' interdetti: non si erano aspettati la rivolta delle settantenni, credevano di essere andati a fare un arresto normale. Ben presto per si riconcentrarono, e, dopo aver spostato con un certo garbo le vecchiette, in quattro e quattr'otto si portarono via Marisol. La portarono via cos, roba da non credere, a testa bassa e ammanettata, di fronte a tutto il paese, compresi i ragazzi che nel frattempo erano tornati ed erano rimasti da un lato della piazza con l'asciugamano sulle spalle e ammutoliti. Chira - presa alla sprovvista dal carabiniere che senza tanti complimenti l'aveva spinta quasi a ridosso del muretto - si mise a urlare verso di loro e voi rincoglioniti che non siete altro, non fate nulla? Se fosse successo ai nostri tempi a quest'ora volavano sassate, siete dei tonti, dei buoni a nulla.
Ma lasciali fare, grid Stella, che nel frattempo si era affacciata sulla porta della bottega e si asciugava le mani nel grembiule, non lo vedi che sono spaventati? Ma che diavolo  successo, si pu sapere?. E fu per questo, per saperne di pi, che tutti quanti in processione andarono dietro ai carabinieri e a Marisol fino al parcheggio. L, proprio accanto alla Yaris di Marisol, c'erano un altro di loro in borghese e il carabiniere pi giovane della Stazione locale, poi c'era Riccardo, il marito di Marisol, pallido come la morte, e infine i suoceri, la contessa tutta agitata con la bambina in braccio che piagnucolava.
Il maresciallo disse che non era necessario tenerla con le manette, ora che si era calmata. Gliele tolsero, mentre Marisol guardava la sua bambina in braccio alla nonna e asciugava con la mano ormai libera le lacrime che avevano cominciato a scorrere sulle guance. Attorno a lei tutto il paese guardava muto. Poi la fecero salire quasi gentilmente in macchina, spingendola con una mano sulla testa. Le macchine se ne
andarono sgommando. Tutto era accaduto in un attimo, in un tempo quasi sospeso. Poco dopo arriv un carro attrezzi a portar via la Yaris di Marisol che era stata posta sotto sequestro. Venne fuori che, a seguito di una telefonata anonima, era stato fatto un controllo alla macchina di Marisol ed era stata trovata piena di droga. I paesani si guardarono l'un l'altro sconcertati, quella non se l'aspettavano proprio, tutti dicevano e chi se l'aspettava? Una ragazza cos perbene....
Ma avete visto Bib e Bib? disse Chira, che anni prima aveva soprannominato cos i due carabinieri della Stazione di Torretta, dopo questo sprint saranno cos stanchi che dovranno domandare la pensione anticipata.
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27.
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Al Poggio Lustro, a stare a sentire le chiacchiere della gente, c'era sempre stato l'orrore per i forestieri. C'era sempre stato l'orrore per i forestieri come in tutti i paesi lontani dalle citt grandi, dove tutti sono un po' parenti, dove il bisnonno di uno ha aiutato a far figliare la vacca del bisnonno di un altro e la bisnonna di una ha lavato i panni al bozzo accanto alla bisnonna dell'altra. C'era sempre qualcuno che entrava al bar per il bicchiere della staffa e aveva da dire col marocchino che arrivava a vendere i calzini, con l'albanese che rubava il lavoro ai nostri operai e con le russe che son tutte un po' puttane. E quando successe la faccenda di Marisol, con tutta quella droga, le chiacchiere scoppiettavano come fuochi d'artificio: quelle ce l'hanno nel sangue la delinquenza, quelli che c'hanno portato la droga in casa son tutti di quei paesi, lo saprei io come fare..., che ti vuoi aspettare da quei comunisti?. E avevi voglia a dire che qui in paese son sempre stati tutti un po' comunisti o un po' anarchici e che quando c'erano ancora i partiti quelli del Pei facevano pi del settanta per cento, e che quelle due famiglie democristiane si sapeva chi erano da generazioni e nessuno aveva mai avuto nulla da ridire perch per l'appunto avevano il mulino, e tutti i boscaioli che battevano la farina di castagne non potevano fare
a meno del mugnaio. Con le chiacchiere non c' nulla da fare, una tira l'altra, e cos tutti parlavano e tutti sapevano: quella cubana si sapeva che prima o poi glielo tirava in tasca a Riccardino, alla fine la contessa tutti i torti non li aveva, mogli e buoi dei paesi tuoi... Mi ricordo che anche quando arrivarono gli albanesi mezzo paese salt per aria per una settimana, quante ne dissero!, talmente tante che se ne conserva ancora la memoria e ora tutti ci scherzano, compresi gli albanesi in questione, che anche loro, siccome sono arrivati da tanti anni e ormai sono paesani fatti e vestiti, anche loro ora ce l'hanno a morte con i forestieri e quando il prete ha proposto di prendere due o tre profughi in parrocchia sono saltati per aria peggio degli altri. Ma per fortuna in questo paese la storia ha lasciato degli anticorpi all'odio e va sempre a finire che questi grandi roghi per le streghe si spengono da s, alla prima folata di vento. Prima di tutto la maggior parte delle nostre famiglie ha dei parenti in Francia, che sono i figli o i figli dei figli di tutti quelli - e furono davvero tanti - che, prima per la miseria e poi per Mussolini, scapparono da questi monti per finire nelle miniere del Nord o davanti agli altiforni nelle grandi industrie metallurgiche, lass fra l'Alsazia e la Savoia, oppure a sgobbare come manovali a Marsiglia, con a far peggio tutta la paura del mare che i vecchi montanari gli avevano istillato in mille anni di novelle di mostri e di sirene. Inoltre siamo proprio a sedere sulla Linea Gotica, il paese da una parte e i monti sopra a San Fatucchio da quell'altra, e negli inverni duri della Resistenza, quando ad ogni anfratto fra due
burroni, ad ogni piega della montagna, ad ogni vecchio seccatoio abbandonato nei boschi c'era il nascondiglio di una banda di partigiani, ne abbiamo conosciuti tanti di sbandati di tutti i paesi del mondo, jugoslavi, spagnoli e inglesi, che s'erano uniti ai nostri per la guerriglia contro repubblichini e nazisti, e infatti la capanna dell'inglese, lass a mezza costa, si chiama cos proprio per quello, per quel John che avevano aggregato alla brigata Puxeddu. E cos, in fin dei conti, i forestieri, a parte lo scossone iniziale, si digeriscono meglio qui da noi che laggi in citt, dove ne ho viste tante di famiglie vivere per vent'anni dentro un casermone alle case popolari senza rivolgersi la parola col vicino di pianerottolo e senza fare amicizia con anima vivente fino alla pensione. E infatti dopo una settimana, cos come sono iniziate, le chiacchiere si sono spente. Qualcuno ha cominciato a dire che in fin dei conti Marisol  una brava ragazza, che in fin dei conti  una lavoratrice, e poi in fin dei conti non  mica scema da tenere tutta quella droga rimpiattata nella Yaris dove chiunque pu infilare una mano e tirarla fuori. Cubana s, ma scema no, che diamine. Lasciamo fare ai carabinieri che prima o poi troveranno il bandolo della matassa.
E del resto anche loro dovevano pensarla cos perch dopo tre o quattro giorni di custodia cautelare Marisol  tornata a casa, hanno detto che non c' pericolo di fuga perch c' una bimba piccina. Ma in quella casa dice che la tensione s'affetta col coltello, la contessa ha un muso lungo da qui a laggi perch a regola non si fida della
cubana, Riccardino ce l'ha a morte con la mamma perch tiene il broncio alla nuora, il padrone appena gli riesce se la svigna, insomma un gran marasma. L'unica contenta  la bambina, che ha riabbracciato la sua mamma e stamattina l'ho vista correre come una farfalla gi in piazzetta con tutti gli altri bambini, ai quali per fortuna non importa un fico secco se  marroncina, gialla oppure bianca come il latte.
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Poggio Lustro, estate 2019.
Insomma che si fa? Stiamo qui con le mani in mano? Ma che vuoi fare Chira? rispose Nora, non c' nulla da fare, faranno le loro indagini, alla fine vedrai che verr fuori quel che  successo davvero. Sono cos arrabbiata intervenne Diana. Avevano passato la giornata a discutere senza arrivare a nulla, quel che era successo non si spiegava.
Non c' una logica, non torna nulla disse per la centesima volta Diana.
I carabinieri avevano interrogato tutto il paese, perfino la suocera della Stella che era allettata da quasi tre anni e non si spostava neppure per pisciare. Tutti avevano detto che Marisol era una ragazza d'oro e che gli altri stranieri che c'erano in paese, gli albanesi, pensavano soltanto a lavorare e a guardare i quiz in televisione. Marisol era a casa in attesa della conclusione delle indagini. Ma le indagini, dopo una settimana dall'accaduto, erano completamente allo stallo ed era chiaro che i carabinieri non sapevano che pesci prendere. Le cose sarebbero andate per le lunghe e anche i giornalisti, che per due o tre giorni avevano messo le tende in paese curiosando dappertutto, se ne stavano andando alla spicciolata. In tutto questo, l'unica davvero soddisfatta era
Stella, che fra forze dell'ordine e giornalisti in quattro giorni aveva fatto pi incasso che in tutta la stagione. Per me sono stati quei due che stanno a San Fatucchio disse tutto a un tratto Chira.
Pensateci. Da quando sono arrivati non si sono fatti vedere quasi mai in paese, neppure in bottega. Il vecchio sta tutto il giorno nel bosco e, se per caso incontra qualcuno, gira al largo a testa bassa, come per non farsi vedere. Nessuno ha parlato con lui, nessuno lo conosce. Il ciccione sta sempre in casa oppure sparisce a giornata intera e nessuno sa nulla. Nessuno sa cosa fanno lass in cima, che ci son venuti a fare, chi li campa, dove vanno a fare la spesa, nulla. Quella storia dei muschi e licheni puzza di balla lontano un chilometro. Vi pare normale? Non era una stupidaggine, a pensarci bene. Nora e Diana si guardarono, fin da bambine capivano se erano d'accordo oppure no senza bisogno di parlare: il ragionamento filava.
Come accade quando un'idea nasce nella testa di qualcuno soltanto abbozzata, come un labile punto di luce, e poi comincia a costruirsi piano piano, finch tutti i pezzi del ragionamento non si incastrano l'uno nell'altro come in un puzzle, e infine prende forma compiuta nel momento stesso in cui viene espressa ad alta voce, assumendo la qualit di verit accertata, cos le tre amiche -di chiacchiera in chiacchiera - da supposizione passarono a convinzione, e verso la fine del pomeriggio avevano raggiunto ormai la perfetta certezza che gli spacciatori stavano a San Fatucchio, che lass avevano fatto la loro base appartata e sicura e che da l gestivano uno smercio
internazionale di cocaina purissima, la quale, partendo dall'Appennino, prendeva la direzione del sud della Toscana da un lato e di Bologna dall'altro. Tutto tornava: il vecchio si occupava di trovare dei nascondigli sicuri, forse seppellendo la droga in punti precisi del bosco; il ciccione si occupava della parte pi pericolosa: il trasbordo della cocaina verso le piazze dello smercio. I rifornimenti probabilmente arrivavano attraverso dei corrieri che, zaino in spalla, scendevano fino a San Fatucchio dal bosco, con il favore della notte. Bastava conoscere i sentieri.
 chiaro: una sera  successo qualcosa che li ha preoccupati, avevano la droga in casa, chiss che avevano sentito, un rumore o una macchina che passava.... Uno dei due ha preso la droga,  sceso in piazza, guarda caso, e ha infilato il pacchetto nel primo posto che gli  capitato....
Ma certo! L'ho sentita pi di una volta Marisol dire a Riccardino che al Poggio Lustro si sta cos tranquilli che non c' neanche bisogno di chiudere la macchina... hanno trovato la portiera aperta e zacchete! Tutto torna.
A questo punto bisogna andare a dare un'occhiata a San Fatucchio concluse Chira.
Ma sei matta? disse Diana, metti che quelli ci sparano.
Macch, vuoi che sparino a tre vecchie? rispose Chira, e stava per argomentare le sue intenzioni, con il progetto di convincere le amiche a passare dalle ipotesi all'azione, quando Nora si sporse al centro del tavolino, con
i gomiti appoggiati, e sottovoce, col tono e lo sguardo del boss che impartisce l'ordine, disse: Facciamo dei turni di guardia e quando vediamo che il ciccione  partito in macchina e il vecchio  nel bosco proviamo a entrare in casa. Poi, soddisfatta del suo piano, si appoggi alla spalliera della seggiola, aspettando di vedere l'effetto della sua entrata in scena del tutto inaspettata.
Le altre due, abituate a una Nora spesso timorosa e reticente, restarono talmente stupefatte da non sapere bene che dire. Ma ormai la decisione era presa. I turni di guardia cominciarono la mattina successiva. Qualche giorno dopo, mentre si riposavano sedute al loro solito tavolino sotto il castagno, Chira si gir verso le altre due, un gran sorriso sulla faccia. Ma ve la ricordate l'ultima volta che abbiamo fatto una cosa del genere tutte e tre insieme? Cosa sar stato, il '73? Al picchettaggio per quell'infortunio in fabbrica da te, Nora, quando si fece male quella ragazza alla stireria.
Ma s,  vero ricord Nora si era bruciata completamente la mano perch l'avevano messa a una macchina che andava maneggiata da quelle pi esperte. Era arrivata da poco dalla Bassitalia, come si chiamava? Non me lo ricordo, accidenti alla memoria che se ne va. Anche ora stiamo lottando per una lavoratrice immigrata, non vi pare? intervenne Diana, e di nuovo, come una volta, per un attimo furono di nuovo ragazze e di nuovo respirarono quel profumo di vita che si respira soltanto nell'incanto del fare insieme ad altri le battaglie
che crediamo giuste.
Dopo quasi una settimana di turni finalmente arriv l'occasione perfetta, da cogliere al volo: nell'appostamento del primo pomeriggio Chira dalla finestra di casa sua aveva visto la Jeep del ciccione scendere senza fretta la provinciale e sparire dietro alla curva del Tasso, verso la citt. Diana e Nora, dalla finestra di camera di Nora, avevano visto il vecchio partire per il bosco dietro la casa, su a San Fatucchio, zaino in spalla e bastone in mano. L'avevano seguito scambiandosi il vecchio binocolo di nonno Cesare fin dentro alla boscaglia e avevano aspettato almeno un quarto d'ora prima di essere sicure che non sarebbe tornato indietro per un bel po'. Nora mand un messaggio sul cellulare di Chira, com'erano rimaste d'accordo: "via libera", e dopo cinque minuti erano gi su per la salita.
Si arrampicarono su per il sentiero vecchio, dalla parte della fontana, per non dare nell'occhio, e arrivarono col fiato grosso quasi fino alla capanna dell'inglese. Qui ci vorrebbe il commissario Bordelli, che ha pratica di camminate su per le salite disse Chira, che aveva la libreria piena di romanzi di Marco Vichi. Oddio,  vero, sono in un bagno di sudore fece eco Nora, non siamo abituate a certe rampicate nei boschi. A parte te, Diana, che non si capisce come fai, con tutto quel che fumi, a scarpinare su per questi sassi come una capra.
 l'abitudine disse Diana, che era gi salita un po' pi sopra e si era voltata verso le compagne con l'aria un po' ansiosa, era
preoccupata che uno dei due tornasse anzitempo e le sorprendesse a scassinare la porta, si vedeva gi con un buco di pallottola nella fronte. Dietro l'aia di casa si fermarono, nascoste da un castagno. Cominciavano a sentire l'adrenalina e aver fatto la salita di gran carriera aveva tolto loro il fiato, cos decisero di riposarsi cinque minuti e raccogliere le idee. Occorreva studiare un piano per entrare in casa. Non  che possiamo sfondare la porta disse Diana, pensierosa.
No, per possiamo fare il giro della casa e vedere se possiamo entrare da qualche altra parte sugger Chira. E cos fecero. Dopo aver fatto un mezzo giro si accorsero che una delle finestre del primo piano era stata lasciata aperta, con le persiane accostate a bocca di lupo. Erano fermate soltanto con un gancio. Ci vuole una scala disse Nora. Ma sei matta? gli si rivolse Diana, e chi ci monta lass in cima?.
Te! decise Chira, non andavi a fare roccia con il povero Valter?.
S rispose Diana con un mezzo sorriso impacciato, ma  stato pi di trent'anni fa e siamo andati solo tre o quattro volte.
Va bene ma che ci vuole? Te comunque sei la pi magra di tutte noi e sei agile come un gatto, ha ragione Nora: non si capisce come fai con tutto quel che fumi. Sali su, apri le persiane, entri dentro e scendi a aprire la porta mentre noi nascondiamo la scala, che ci vuole?. S, ma la scala dove la troviamo? prov a tergiversare Diana.
Vuoi che non ci sia una scala da qualche parte? Fino a una ventina d'anni fa c'era il contadino qui a San Fatucchio, non ve lo ricordate come ragliava quel ciuco, a volte anche tutta la notte?.
E come no? risero le altre due, che gi si incamminavano verso il portico per vedere se, fra tutti gli arnesi buttati in qua e l, da qualche parte ci fosse anche una scala.
La scala c'era, e bella lunga anche, di legno e ferro che pesava un quintale. Fra tutte e tre riuscirono a tirarla fuori dal portico e a portarla dall'altra parte della casa, un po' sollevata e un po' trascinata. Speriamo che non sia marcia disse Diana un po' dubbiosa. Se caschi di sotto e muori ti facciamo una fotografia col telefonino, cos Chira ti attacca sulla porta del bagno disse Nora per sdrammatizzare.
Ma che stronze! disse Diana col piede sul primo piolo.
Ci mise un po' a salire fino in cima, e quando arriv alla finestra dovette tornare in fondo perch non s'era portata nulla per alzare il gancio della persiana, ma porca troia, si comincia bene! imprec. Tieni questo rametto sugger Chira con un legnetto in mano. Funzion: la persiana si apr con un cigolo talmente stridulo che per un attimo le tre amiche pensarono che il vecchio sarebbe corso fuori dal bosco e le avrebbe assalite alla gola col pennato. Invece non successe nulla, Diana con un po' di equilibrismi che fecero trattenere il fiato alle altre due, che la guardavano preoccupatissime da quattro
metri pi in basso, riusc a entrare in casa. Richiuse le persiane cos come le aveva trovate e scese dabbasso cercando di non ruzzolare per la scala buia. Nora e Chira tirarono gi la scala e la lasciarono per terra appoggiata contro il muro. Chi se ne frega disse Chira, tanto quando quelli tornano non se ne accorgono neppure che qua dietro c' una scala fuori posto, non vanno mica a raccogliere le ciliegie.
Fecero il giro sul davanti proprio mentre Diana apriva uno spiraglio dell'uscio.
Forza, dentro, sbrigatevi! sussurr alle altre due. Si misero a parlare sottovoce come se ci fosse un bambino che dormiva nella stanza accanto: cosa cerchiamo? bisbigli Nora.
La droga, oppure qualche traccia di quegli attrezzi per pesare la droga, non lo so: quelle bilancine che fanno vedere al telegiornale quando fanno i sequestri, roba di questo genere spieg Chira, che seguiva tutte le trasmissioni di cronaca nera.
Cominciarono dal piano di sopra, perlustrarono le due camere e una stanza che per era completamente vuota. Non trovarono un bel nulla, soltanto due valigie piene di vestiti e i letti sfatti. C'erano mucchi di polvere e ragnatele dappertutto.
Ma come fanno quei due a dormire in questo schifo? Non hanno nemmeno spazzato, guardate le matasse di polvere che ci sono sotto al letto disse Nora disgustata, che aveva l'occhio della massaia. Intanto i minuti passavano, cominciarono a preoccuparsi, bisognava accelerare perch era un peccato aver corso tutti quei rischi e
dover tornare gi in paese senza neppure un mezzo grammo di cocaina.
Ma se troviamo qualcosa che si fa? chiese Diana, si telefona a Bib e Bib?.
Prima troviamo qualcosa, poi si decide il da farsi rispose Chira.
Decisero di dividersi, Nora e Chira in cucina, Diana nel salotto che era stato trasformato in una specie di cantina o di ripostiglio, dove erano state ammassate damigiane vecchie, sedie impagliate mangiate dai topi, piatti rotti, un armadio tarlato. Diana inizi a perlustrare l'armadio, nella penombra della stanza che dava sul dietro, ma aveva appena iniziato a controllare il primo scaffale che sent Chira che la chiamava, questa volta dimenticando di far piano: Diana, tesoro, devi venire un attimo in cucina.
S,  il caso che tu venga subito grid Nora, subito magari!.
Diana sent un brivido, si disse che finalmente era venuto fuori qualcosa, si ripul le mani polverose sulle natiche dei pantaloni e corse in cucina, ma quando entr nella stanza vide qualcosa che non si aspettava: in piedi, di fronte alla cappa della cucina, immobili l'una accanto all'altra, Nora e Chira guardavano col naso per aria una fotografia piuttosto grande, in bianco e nero, incorniciata in una bella cornice di legno intagliato. La fotografia era poggiata sulla cappa della cucina, fra un barattolo di sale e la scatolina dell'origano secco. Dalla fotografia le guardava una Diana poco pi che ventenne, sorridente nei jeans e nella camicia a quadri
un po' stretta sui fianchi come la portava allora. Aveva un pennello in mano e i capelli raccolti sulla sommit del capo, annodati con un foulard le cui punte scendevano sulla spalla. L'espressione era l'espressione birichina della Diana di un tempo, un baffo di vernice sulla guancia, i denti bianchi fra le labbra appena dischiuse. Sullo sfondo tre o quattro ragazzi indaffarati e di lato si riconosceva Ramon, di spalle. Si vedeva una parte del murale per il Cile, dipinto a met, l'uomo con la fiaccola in mano e la bandiera che nell'originale era dipinta di bianco, di rosso e di blu. Diana dovette appoggiarsi al bordo del tavolino perch la testa aveva iniziato a girare come una trottola, ogni tanto la pressione le giocava dei brutti scherzi.
Mentre cercava di far smettere alla sua testa di girare, Diana pensava all'effetto farfalla: quella famosa questione se possa il batter d'ali d'una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas, o qualcosa del genere. Pensava che l'effetto farfalla si pu applicare anche alla storia, infatti basta un piccolo accadimento, una piccolissima modifica all'ordine delle cose, un evento insignificante, ed ecco che i fatti nel futuro prossimo e perfino nel futuro lontanissimo subiscono un completo stravolgimento. Come in un film proiettato a velocit doppia, Diana vide passare davanti a s i piccoli fatti insignificanti della sua vita che l'avevano portata ad essere proprio l dov'era in quel momento, a reggersi con tutte e due le mani sul bordo di un tavolo per non svenire sull'impiantito della cucina della colonica abbandonata di San Fatucchio.
Vide il nonno Cesare insieme al suo amico partigiano: era notte, si trovavano nel bosco del Pruno, pochi passi dietro la casa, e stavano scavando una buca per nascondere le armi che non avevano riconsegnato dopo la liberazione. Poi la scena cambi all'improvviso: ora c'era lei da bambina, indossava il vestitino rosa antico che aveva lavorato ai ferri la nonna Fiammetta, punto pavone; il nonno Cesare la teneva per mano, raccontava una storia di giustizia e di libert, di uomini coraggiosi che avevano combattuto per sconfiggere i cattivi vestiti di nero, ne avevano ammazzati tre e li avevano seppelliti sotto il castagno grande, e dopo avevano fatto una grande festa e si erano ubriacati con dieci fiaschi di vino. E poi improvvisamente c'era Luc, seduto sul muretto davanti casa, gi al Toccio: l'aveva portato lei, quella mattina di sole dopo che avevano fatto l'amore tutta la notte; voleva che conoscesse il nonno Cesare, sapeva che sarebbero andati d'accordo, avevano le stesse idee, anche se il nonno Cesare ormai non sperava pi di vedere un mondo nuovo, quello per cui lui e i suoi amici avevano tanto lottato, e il suo amico pi caro era stato assassinato e aveva lasciato in eredit a nonno Cesare un bastone intagliato per cercare i funghi nelle mattine umide di settembre. Poi un'accelerata di qualche anno e lei che piangeva, seduta con le ginocchia strette fra le braccia su quello stesso muretto, e il nonno Cesare che a modo suo la consolava, le diceva che Luc prima o poi sarebbe tornato, che certo prima o poi sarebbe tornato, e a ripensarci ora, dopo tanti anni, pareva proprio che il nonno Cesare fosse tranquillo, sembrava sicuro che a Luc non
fosse successo nulla di male. Sicuro come uno che la sapeva lunga. Aveva detto che un uomo a volte doveva fare qualcosa che andava fatto e che non sempre quando si fa qualcosa  possibile prevedere che conseguenze potr avere quella cosa, ma comunque ci sono delle cose che vanno fatte, perch sono cose buone, e gli uomini giusti sanno sempre quali sono le cose buone e lei pensando a questo doveva per forza smettere di piangere e continuare la sua vita come meglio riusciva. Ma dietro di lui nonna Fiammetta aveva le spalle curve e scuoteva la testa, senza dire una parola e a ripensarci ora era molto strano che nonna Fiammetta avesse le spalle curve, lei che camminava sempre impettita come un soldato, e scuotesse la testa senza dire nulla. E a ripensarci ora, dopo tanti anni, quel discorso di nonno Cesare non c'entrava proprio niente con Luc che se n'era andato, ma lui lo aveva fatto lo stesso, perch voleva in qualche modo farla stare meglio, anche se poi non c'era riuscito. E dunque Luc dopotutto, se si fosse cacciato in qualche guaio, forse sarebbe andato a cercare il nonno Cesare, perch no? E forse il nonno Cesare, se Luc si fosse cacciato in qualche guaio, avrebbe potuto nasconderlo per un po' a San Fatucchio, dopotutto era stato per un intero inverno il nascondiglio di una banda di partigiani, San Fatucchio si trovava esattamente sulla Linea Gotica eppure era cos riparato che i tedeschi, neppure con le ricognizioni dall'alto, non l'hanno mai individuato. Oppure avrebbe potuto aiutarlo in qualche altro modo, chiss come, dopotutto che ne sapeva lei di quel che avevano brigato quei due? Ed eccoci qui - vedi
un po' l'effetto farfalla - di fronte alla fotografia che Luc le aveva scattato quel giorno che avevano aiutato Ramon con il murale sul Cile e che Diana era convinta fosse andata perduta, ma invece non era andata perduta a quanto pare, e forse quello stupido vecchio che stava alla larga dal paese come il lupo dal cacciatore non era altri che il suo Luc, occupato da settimane a cercare chiss cosa nei boschi attorno a San Fatucchio. Di certo non cocaina o droghe pesanti di alcun genere, perch Luc diceva che l'eroina era stata introdotta dal sistema dominante per sconfiggere il movimento e disprezzava tutti i compagni che invece di fare la rivoluzione erano finiti a farsi le pere. E dunque lei era l, in quel momento, in procinto di svenire in quella vecchia cucina dal pavimento lurido, soltanto perch tanti anni prima aveva passato la notte d'amore pi bella di tutte le notti d'amore di tutta la storia del mondo, e al risveglio aveva deciso che il nonno Cesare doveva per forza conoscere quel ragazzo speciale, che lei avrebbe amato con tutto il cuore fino alla fine dei secoli dei secoli.
La cucina smise di girare, Diana si tir su e si avvicin alle altre due, guard la fotografia, guard a lungo Chira e Nora - che entrambe tacevano perch per una volta tanto non sapevano che dire - poi sibil: murata fra trave e tetto in camera mia c' ancora la Beretta di nonno Cesare dal tempo di guerra, io l'ho sempre saputo dove la teneva nascosta. Ora vado gi, la tiro via e se funziona ancora vengo qui e lo faccio secco.
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29.
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Ho ripensato spesso alla sintonia che si era creata fra nonno Cesare e Luc. Fu colpa mia, fui io che a un certo punto decisi che era venuto il momento di presentare Luc ai nonni. Non eravamo fidanzati ufficialmente ma in quei giorni chi era che si fidanzava ufficialmente? Tutte le consuetudini erano saltate. I miei genitori odiavano Luc senza averlo neppure mai incontrato. E io non desideravo farglielo incontrare perch sapevo gi che non si sarebbero intesi. Invece con il nonno sfondavo una porta aperta: Luc era entusiasta dei racconti della Resistenza, in Francia aveva intervistato i maquis, i partigiani, li aveva fotografati, aveva raccontato le loro storie nei seminari all'universit. Disse che conoscere il nonno per lui sarebbe stato un onore. Nonno Cesare, mio padre e lo zio erano stati tutti quanti partigiani nella Brigata Puxeddu. Tra febbraio e marzo del 1944 un partigiano di citt venne incaricato dal CLN di venire quass in montagna, dove non c'erano bande organizzate, per riunire i cani sciolti e formare una banda. Era un ragazzo molto giovane ma gi esperto e conosceva bene il nonno Cesare perch si erano incontrati a certe riunioni di comunisti libertari. Su queste riunioni i nonni sono sempre stati molto riservati perch durante il fascismo chi
partecipava a queste cose rischiava la vita e si vede che la paura  rimasta loro addosso per sempre, come una seconda pelle. Con l'aiuto di nonno Cesare venne messa insieme una banda di pi di trenta uomini, quasi tutti giovani renitenti alla leva o gente che dopo l'otto settembre aveva senza indugi disertato e attorno alla banda, in appoggio, si era formato un gruppo di donne cos determinate e coraggiose che, a sentire i racconti di nonna Fiammetta, riuscirono a fare azioni di guerriglia anche pi decisive di quelle degli uomini. Il babbo raccontava, quelle poche volte che riusciva a sottrarsi alla censura di mia madre che detestava i racconti della Resistenza, che in quei pochi mesi conobbe pi americani, inglesi, brasiliani, sudafricani, polacchi di quanti ne avrebbe potuti incontrare girando mezzo mondo. Nell'estate del 1944, fra questi, arriv in montagna un certo John, tenente dell'aviazione inglese che era stato fatto prigioniero ma era riuscito a scappare. Venne nascosto in mezzo al bosco, in un vecchio seccatoio che da l in poi tutti hanno sempre chiamato la capanna dell'inglese. Rimase con la brigata fino alla Liberazione e partecip a tutte le azioni pi rischiose. C'era anche in quell'imboscata dove venne ferito a morte Giulio, l'amico pi caro del nonno che intagli nel legno di castagno un meraviglioso bastone da funghi che io poi, quando sono arrivata al Toccio, ho trasformato nel mio fidato maggiordomo, ti dice qualcosa questa storia, caro Arthur?
Tuttavia, dopo la guerra, il grande entusiasmo e l'ardente fiducia che avevano animato i nonni nel periodo della Resistenza si erano raffreddati ed erano stati rimpiazzati
dalla delusione legata al grigiore degli anni successivi. Il babbo si era dedicato al lavoro e alla famiglia, non parlava volentieri di quegli anni e infatti io non l'ho sentito parlarne quasi mai. La mamma e nonna Pia non avevano piacere che in casa si parlasse di politica, si erano avvicinate alla Parrocchia della Madonna e si vergognavano di provenire da famiglie montanare di tradizione anarchica.
Il nonno Cesare era l'unico che invece ne parlava sempre. S'era accorto che la lotta, l'aver rischiato la morte e l'aver visto l'amico pi caro trivellato dal mitra nemico non erano bastati a null'altro che a far dell'Italia un protettorato americano. Diceva che gli americani avevano comprato l'Italia con un bell'assegno firmato in dollari e che ormai eravamo il loro cane, che non si poteva uscire a pisciare nell'aia se loro non ti aprivano l'uscio. Diceva che non era per quello che era scappato sui monti, e ogni volta che sentiva al telegiornale qualche notizia che glorificava il benessere economico raggiunto - lo chiamavano il boom, ma questo nome non gli piaceva, diceva che gli riportava alla mente il rumore delle bombe -ogni volta che sentiva di queste notizie diceva questa  la figurina della libert.
Luc parlava sempre con lui di queste cose, il nonno amava parlare di fronte a un bicchiere di vino, e per qualche strano motivo - lui che era un po' musone con tutti - aveva preso in simpatia Luc e non faceva che parlargli di tutte queste sue idee e considerazioni, mentre Luc gli rispondeva che il suo era un giudizio troppo severo, che avevamo ottenuto grandi successi, lottato
per il riconoscimento dei nostri diritti nelle universit, nei luoghi di lavoro, che era un movimento internazionale, un'onda che ormai non poteva pi essere fermata. Nonno Cesare rispondeva che era un illuso, un sognatore: il dollaro americano aveva sconfitto Hitler, figurarsi se si impensieriva di quattro o cinque capelloni. Parlava delle sue speranze giovanili e di come non fosse mai riuscito ad accettare che il suo popolo avesse barattato la libert ingannatrice del benessere con la perdita dell'indipendenza del Paese.
A quei tempi ero giovane, quasi una ragazzina, e molte di queste cose non le capivo. Ammiravo Luc che era capace di discutere da pari a pari con il nonno Cesare, e il nonno lo considerava un ingenuo ma in fondo in fondo un po' lo invidiava, perch vedeva nei suoi occhi quell'avanzo di scintilla che era rimasto dal suo vecchio entusiasmo. Lo metteva in guardia, gli diceva di fare attenzione perch un tempo il nemico aveva indosso una divisa e si riconosceva bene, invece dopo la guerra le divise erano state messe nell'armadio e il nemico ora vestiva borghese. A volte ero gelosa di questa confidenza che era nata fra il nonno e il mio compagno, ma per la maggior parte del tempo ero contenta perch quelle trasferte in paese erano per me l'occasione di stare un po' con la nonna e durante il viaggio, da sola in macchina con lui, Luc era tranquillo, pi sereno del solito, e a volte ci fermavamo al fiume a fare il bagno o a mettere i piedi nell'acqua in mezzo ai girini dei rospi. Un respiro trattenuto di pace nella frenesia delle nostre giornate militanti.
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30.
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Poggio Lustro, estate 2019.
Diana attacc la scarpata per scendere gi da San Fatucchio talmente di buona lena che fu forse un miracolo se non si ruppe l'osso del collo, saltellava gi per quegli sciacqui come una capra imbizzarrita. Chira e Nora, appoggiandosi l'una sull'altra, cercavano in qualche modo di stare al passo, e un po' scivolando e un po' appoggiandosi al ciglio erboso riuscirono finalmente a raggiungere il sentiero un po' pi garbato che, fra vari tornanti che giravano largo dentro al castagneto, finalmente si infilava nella discesa lastricata che portava al Toccio. Ma quando arrivarono, Diana si era gi precipitata in casa e aveva sbarrato l'uscio. Dopo aver aspettato un po' l davanti senza sapere se tirare diritto oppure bussare, Chira disse lasciamola stare, vai, ha bisogno di stare un po' da sola, e - visto che non sapevano che pesci prendere per aiutarla - decisero di affogare l'incertezza nell'alcool e andarono alla bottega a bersi una birra fresca, al diavolo la pressione alta, che poi oltretutto, ora che la tensione si era allentata, erano stanche morte e avevano bisogno di un po' di refrigerio. Nel frattempo Diana, in preda a un attacco di palpitazioni che non accennava a rallentare, si trovava seduta sulla panca di sasso dietro casa, al fresco, e fumava.
Aveva buttato le scarpe per l'aria, si era infilata gli zoccoli e aveva acchiappato Arthur dal coppo di coccio. Ora stava fumando come una ciminiera, cercando di far rallentare i battiti del cuore perch a un certo punto aveva creduto che arrivasse un infarto e si era presa una paura matta di morire l da sola come una cretina. Cercava di non pensare a nulla e si era concentrata su una foglia secca ruzzolata nella brezza del pomeriggio. Guardala, si diceva:  la vita che non se ne vuole andare,  cos ostinata e sciocca quella fogliaccia gi morta che si raccomanda perfino al vento. Staccami da questo ramo, portami via, ti rubo un ultimo viaggio prima della polvere, e tu dimmi che sono viva ancora per un po', fino alla prossima folata, fino alla fine della strada, alla pozzanghera piena di fango, al silenzio. Dammi ancora un granello di tempo che te ne sar grata: ecco cosa dice la foglia secca al vento pietoso, che la raccoglie e le regala un ultimo giro di giostra. Magari potessero toccare anche a noi, un volo in regalo e un'ultima tarantella, pensava, mentre la guardava godersi la sua ultima giravolta prima di andare. E poi la foglia rimase l, immobile, in quel rettangolo di luce immerso in un silenzio perfetto, un po' piegata da un lato come una barchetta spiaggiata nell'ora del giorno in cui la marea si ritira.
E cos il vecchio forestiero che aveva preso possesso di San Fatucchio alla fine era proprio Luc, il suo Luc. Non era morto dopotutto, questo era il lato positivo della questione. Che era successo in tutto questo tempo, quello era un altro paio di maniche. Diana ripens al 1974,
ai giorni e alle settimane successive alla scomparsa di Luc, a come si sentiva a disagio quando incontrava i compagni, soprattutto due o tre di loro. Le pareva che la guardassero con una strana espressione, una via di mezzo fra compassione e ironia. Era come quando da bambina entrava nella stalla dei conigli di nonno Cesare e sentiva una strana puzza, sempre quella: sapeva che da qualche parte, dietro le gabbie o in un anfratto nel muro, c'era un topo morto che stava lentamente marcendo e che per questo puzzava. Eppure, anche cercando dietro le gabbie, sopra la greppia del fieno, nelle crepe del muro di sasso, anche guardando dietro le botti, sopra la mensola degli uccelli, dietro la rastrelliera delle falci, anche guardando dappertutto il topo non saltava fuori. Dov'era andato a marcire il maledetto topo? Ripens alla voce di Luc che la canzonava: Diana, Dianina, Nin, la mia piccola ingenua ragazza dei boschi e sentiva la rabbia esplodere in lei come un cataclisma, come la peggiore delle catastrofi incollate nei quaderni di Chira. Riprese Arthur e se lo trascin dietro fino alla camera, sal sul letto, cominci a picchiettare con il pugno la parte di intonaco fra tetto e trave: in un buco, da quelle parti, c'era ancora murata la pistola del nonno. Dopo la Liberazione, quando c'era stato da restituire le armi, i partigiani avevano portato a valle soltanto i fucili mezzi rotti e qualche pezzo di rivoltella trovato per terra nelle perlustrazioni. Le armi vere le avevano nascoste: la brigata Puxeddu, quelli di Pippo, tutte le altre formazioni che avevano combattuto lungo l'Appennino, avevano nascosto con cura i loro arsenali
in posti segreti, talmente ben organizzati che moltissimi non erano stati mai ritrovati e chiss se verranno ritrovati mai. Qualche rivoltella, qualche fucile e pallottole e altre cose un po' pi piccole erano state murate in casa, e Diana avrebbe scommesso che in quasi ogni casa del Poggio Lustro, sotto un trave o in uno sguancio nel muro o sotto il davanzale di uno scalino, in quasi ogni casa c'erano ancora pistole e pallottole ben avvolte in lenzuoli vecchi o chiuse in cassette di ferro e murate con tre o quattro palettate di calcina, pronte a tornare in vita se ce ne fosse stato il bisogno, che fidarsi  bene ma non fidarsi  meglio, come diceva la nonna Fiammetta. Ma mentre se ne stava l in piedi sul letto, a tamburellare lungo la trave per trovare il punto preciso in cui suonava a vuoto, Diana si sent improvvisamente molto stanca. Ebbe bisogno di stendersi qualche minuto. Appena si fu un po' riposata guard Arthur e le sembr di vedergli un'espressione pietosa nei suoi minuscoli occhietti di legno.
Hai proprio ragione gli disse, sarebbe l'ora che la smettessi di scodinzolare dietro a questo Luc come una cagna in calore, che ne dici?.
Si rinfil le scarpe, prese il giubbotto perch cominciava a andare gi il sole e ben presto avrebbe fatto freschino, e scese in bottega proprio mentre Nora e Chira ordinavano il secondo giro di birre.
Una anche per me Stella disse a Stella, che la guard un po' sorpresa e comment che succede oggi donne? Avete in mente una bella sbronza?. L'hai gi ammazzato? chiese Chira.
No, improvvisamente mi sono sentita stanca e non ho pi avuto voglia di cercare la pistola rispose Diana bevendo il primo sorso.
Peccato disse Nora, eravamo gi quasi d'accordo per prepararti l'alibi.
Diana si mise a ridere, ma se non avessi voi due come farei? disse. E alla fine dei giochi si alzarono davvero un po' alticce, con le vecchie teste grige che giravano come le giostre, perch si erano scolate due birre a testa, per giunta digiune, e per loro era gi pi di tanto. Ma del resto quando ci vuole ci vuole, avrebbe detto nonna Fiammetta.
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31.
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Poi alla fine la Beretta di nonno Cesare  rimasta dove si trova da pi di settant'anni, murata fra tetto e trave dalla parte della finestra, al piano di sopra del Toccio. Ho pensato che dopo tutto questo tempo come minimo mi esplode in mano. E poi ho pensato che una vecchia stupida che ammazza per vendetta l'ex fidanzato sarebbe patetica anche in un romanzo d'appendice. Cos ho cambiato idea e ho elaborato un piano pi modesto: salire su a San Fatucchio per dirgliene quattro, almeno per levarmi questa soddisfazione.
Il giorno prima c'era stato un pomeriggio di consultazioni al vertice: io, Chira e Nora a casa mia di fronte a tre tazze di t, abbiamo discusso per ore sulle novit del Poggio Lustro. Tanto per cominciare tutta la nostra indagine sulla faccenda della droga e di Marisol andava a carte quarantotto: una gran faticaccia e non avevamo concluso nulla. Anche se poi, parla che ti parla, ci siamo ricordate della Medea e del verso che diceva cui pro-dest scelus, is fecit e Nora, che era sempre stata la pi pratica di noi tre, appena le abbiamo tradotto il verso di Seneca ha subito commentato: Allora, se si d retta al poeta latino,  stata quella stronza della contessa. L'abbiamo guardata un po' stupite ma poi, a rifletterci, non abbiamo potuto che darle ragione: con l'arresto di
Marisol la contessa otteneva in un colpo solo di recuperare tutto per s l'affetto del povero Riccardino e la custodia della bambina. Forse poteva anche sperare che rispedissero Marisol da dove era venuta, in effetti si fanno le espulsioni alle persone considerate pericolose. Ma non a quelle che hanno figli italiani per, ha detto Chira che se ne intende perch ha lavorato nello studio dell'avvocato.
Ma la suocera non ha mica studiato legge ha suggerito Nora.
Invece il discorso fila ha continuato, la contessa  sempre stata gelosa marcia, ancor di pi visto che -come dice lei - ha dovuto anche sopportare la disgrazia di una nuora negra.
Insomma, grazie a Seneca ci siamo trovate un'altra volta tutte e tre d'accordo e abbiamo stabilito che Chira avrebbe telefonato al brigadiere che aveva arrestato Marisol per suggerirgli la pista giusta. Speriamo in bene, non mi fido per nulla di Bib e Bib ha bisbigliato Chira sorseggiando il t. Non si fida per nulla dei carabinieri perch li ritiene immischiati - se non responsabili - di parecchie delle catastrofi che tiene appese ai muri o ritagliate fra le pagine dei suoi quaderni, ma nonostante questo si  presa l'impegno di telefonare.
Archiviata la faccenda di Marisol, siamo passate a Luc, e qui il discorso si  fatto pi dolente. Certo che  roba da matti, rispuntare in questo modo dopo tutti questi anni, e proprio quass in cima ai monti disse Nora, ma chiss che c' venuto a fare quel
rincoglionito, senza farsi riconoscere, senza venirti a cercare, chi lo capisce  bravo.
Non te l'ho mai detto si inser Chira, non te l'ho mai detto perch stavi gi abbastanza male, ma a quei tempi si vociferava fra i compagni che Luc fosse coinvolto in certe rapine, sai quelle che venivano fatte per finanziare i compagni in clandestinit. Dicevano che gli avevano fatto una soffiata, qualcuno lo stava cercando, e dunque pare che sia scappato per questo. Ho lasciato passare qualche minuto, fingendo di essere concentrata a bere il mio t, ma in realt raccogliendo le energie per non mettermi a piangere. L'ho sempre immaginato ho detto poi, ma credo che ci fosse anche altro, perch se si fosse trattato soltanto delle rapine me lo avrebbe detto. Forse mi avrebbe chiesto di andare con lui. No: ci dev'essere dietro qualcosa di pi grosso.
Ho ripreso la mia tazza per un secondo giro di t, poi ho aggiunto ti ricordi Chira di quel giorno a Firenze che c'era la manifestazione contro la guerra in Jugoslavia?. Chira ha fatto cenno di s, se lo ricordava molto bene, ci eravamo riviste dopo un'infinit di tempo ed era stata una bellissima serata.
Ecco, poco prima di incontrarti, non vi sto a spiegare i dettagli, ho intercettato una conversazione fra due compagni di allora. Stavano parlando fitto fitto e io ero davanti, non mi avevano visto. Ho chiesto e hanno negato, ma io sono sempre stata convinta che parlassero di Luc.
E che dicevano? ha domandato Nora, subito curiosa.
Dicevano che c'erano di mezzo delle fotografie, parlavano di fotografie a pezzi grossi, roba che scottava e che non poteva essere pubblicata. E io so che in quel periodo Luc si era fissato con i campi paramilitari fascisti, voleva fotografarli e diffondere le fotografie perch tutti vedessero come stavano le cose. Credo che si appostasse di notte proprio da queste parti, sono certa che ne aveva parlato con il nonno Cesare. E forse, se tanto mi d tanto, il nonno deve averlo anche aiutato. E allora io credo che dopo tutti questi anni sia venuto a cercare dei rullini, altro che muschi e licheni. S ma allora quello  proprio scemo salt su Chira, te l'immagini dopo cent'anni come saranno i rullini? Come minimo se li sono mangiati i topi. Dipende da dove li ha nascosti disse Nora, che come al solito aveva visto lungo.
Sono salita a San Fatucchio e ho bussato alla porta come faceva la polizia, tanto per fargli prendere un bello spavento, che se lo meritava. E venuto ad aprirmi il grassone, mi ha chiesto cosa volevo e ho scoperto che ancora me la cavo bene con il francese, del resto mi sono tenuta in allenamento con i paesani che ogni estate scendono ancora al Poggio Lustro per visitare i cugini. Deve aver visto che non era aria, perch mi ha fatto passare in cucina e se l' data a gambe con una faccia assai preoccupata.
Ho sorpreso Luc seduto al tavolo con tabacco e cartine, si stava girando una sigaretta.
Fumi ancora quella roba puzzolente? gli ho chiesto. L'ho visto sbiancare, per un pelo non  volato gi dalla
sedia. Per un attimo mi sono rammaricata per le mie scarpe sfondate, per la mia camicia dal taglio maschile, come se lui avesse mai fatto caso agli orpelli. Si  alzato, si  avvicinato, mi ha accarezzato la guancia. Non ricordo con esattezza, il mio cervello  andato in avaria per diversi minuti. Mi pare che si sia scusato, mi pare che abbia detto che ogni giorno della sua vita ha sentito la mia mancanza.
Ha detto tu es encore  goche j'espre? e io ho risposto di s, ero ancora a sinistra, naturalmente, che domanda del cazzo da fare a una che non si vede da quarant'anni. Mi sembra anche che abbia detto che non  mai tornato a cercarmi perch i compagni gli avevano detto che mi ero sposata, che stavo a Firenze e gestivo un bar con mio marito, gli avevano detto che ero felice e lui per tutti questi anni - me lo ha assicurato -  stato felice per me.
Affanculo i compagni, ho pensato. Mi ha detto che  rimasto sorpreso quando ha capito che stavo al Poggio Lustro, mi ha riconosciuta da lontano, mentre si trovava nel castagneto e dall'alto mi ha guardata passeggiare lungo la strada, l al tornante del Brocco. Ha detto che per le palpitazioni si  dovuto fermare appoggiato a una ceppa. Poi per tre o quattro sere  sceso nell'oscurit fino alla porta del Toccio, ma non ha avuto il coraggio di bussare.
 un po' strano gli ho detto, hai avuto il coraggio, a quanto si dice, di andare a fare delle rapine, forse di ammazzare qualcuno, e non hai avuto il coraggio di parlare con una vecchia?.
Mi ha raccontato per sommi capi quello che era successo. Non che me ne importasse molto, ma l'ho ascoltato. In poche parole mi ha detto che s, sapeva di essere tenuto sotto controllo per alcune rapine di autofinanziamento alle quali aveva partecipato. In una di queste c'era scappato il morto, ma non era stato lui a sparare. Mi  venuto in mente il proverbio che diceva sempre nonna Fiammetta, "tanto  ladro chi ruba che chi para il sacco", ma sono stata zitta. Mi ha spiegato che per il motivo per cui era dovuto scappare in fretta e furia riguardava delle fotografie che aveva fatto e che non aveva mai potuto sviluppare.
Mentre Luc mi parlava riflettevo e ricordavo: pare incredibile ma l'ultima volta che l'avevo visto avevo appena compiuto ventiquattro anni, ero una bambina, giovane come la piccola Lumi della bottega. Ci eravamo frequentati per meno di cinque anni. Avevamo vissuto insieme per meno di tre anni. Com'era possibile che avessi consentito a quest'uomo di decidere della mia vita? Com'era possibile che il cuore mi battesse all'impazzata, come allora, dentro a questo vecchio corpo andato a male?
Mentre lo osservavo Luc parlava. Mi ha raccontato di un campo paramilitare fascista, organizzato quass in montagna.
 stato tuo nonno a mostrarmi il posto preciso, mi ha accompagnato e io e Silvano ci siamo tornati di notte. Improvvisamente di fronte ai miei occhi un volto: un ragazzo dagli occhi scuri, poggiato al muro con le braccia conserte, gi in citt, quel pomeriggio di tanti anni
fa nei pressi del cinema Lux, il bar, i tavolini spostati nel cortile sul retro, la voce di Gianni che legge un articolo sulla Nazione e io con le mie amiche sedute l'una accanto all'altra, emozionate per aver partecipato alla nostra prima manifestazione. Le mie belle scarpe di vernice, cos poco adatte per scappare dalla polizia. Il giorno precedente Luc era entrato nella mia vita e, a quanto sembrava, non ne era ancora uscito. Ebbero fortuna: dopo una notte tremenda appollaiati su un castagno con i binocoli in mano a spiare ogni pi piccolo movimento, all'alba della mattina dopo Luc, con le mani che tremavano e con Silvano che lo aiutava a cambiare gli obiettivi, riusc a fotografare una scena incredibile.
Mi fece tre nomi. I primi due erano quelli di un ministro della Repubblica e di un faccendiere massone implicato nei pi terribili misteri d'Italia, entrambi appesi in bella mostra nel corridoio di Chira, fra l'attaccapanni e la porta della cucina. Entrambi ormai morti da diversi anni.
Il terzo lo avevo conosciuto anch'io: era uno studente di architettura che avevo incrociato a Firenze quando frequentavo Magistero. Si era iscritto al Movimento Sociale e poi aveva fondato un movimento ispirato alla Repubblica sociale. Era talmente cattivo che lo avevano soprannominato "caterpillar". Chira diceva che era implicato in non so quanti attentati terroristici, compreso quello a un traliccio dell'Enel nei pressi della nostra citt. Gente pericolosa insomma, e in effetti in quegli anni, quando ancora molte cose non si sapevano,
vederli fotografati tutti insieme una mattina all'alba in una spianata sperduta sull'Appennino, che veniva utilizzata per le esercitazioni paramilitari fasciste, avrebbe fatto scalpore. Gli italiani si sarebbero fatti delle belle domande, su tutto quel che stava succedendo, la strategia della tensione, i colpi di stato mancati e robe impressionanti di questo genere.
Quando lo racconter a Chira quella come minimo mi sviene ho pensato.
Ma i maledetti avevano un cordone di sicurezza ha detto Luc, ci hanno visti, ci hanno sparato addosso. Abbiamo fatto appena in tempo a scendere dal castagno e a scappare a rotta di collo gi per il bosco. Abbiamo avuto fortuna che conoscevamo il posto, abbiamo corso per quasi un'ora sul crinale e forse li abbiamo seminati. Ci siamo rifugiati nella capanna dell'inglese. Ti ricordi la capanna dell'inglese? Una volta ci abbiamo fatto anche all'amore. Me lo ricordavo. Ho annuito, Luc ha continuato: Ho messo il rullino chiuso nella borraccia di tuo nonno, me l'aveva data per la notte, e l'ho seppellita all'interno della capanna, poi siamo scappati.  chiaro che l'unica soluzione era andarsene: ai fasci sarebbero bastate due telefonate per sapere chi erano i fotografi che se ne andavano su per i monti in cerca di emozioni. Luc ha sorriso, si  acceso la sigaretta tenendola fra pollice e indice, come un tempo.
Il resto era prevedibile: appena arrivati in qualche modo in citt, la rete dei compagni che scattava in casi come questo trov subito due macchine per farli sparire. I nomi che Luc mi aveva fatto
giustificavano il terrore di essere catturati e forse uccisi. Gi alle otto di quella sera Luc era in partenza per Marsiglia, con in tasca dei documenti a nome Jean-Jacques Lamarque, il nome che  poi diventato il suo nome per sempre. Di Silvano si diceva allora fra i compagni che era andato a stare a Praga, ma chiss se era vero. Luc non lo sapeva, o almeno cos mi ha detto.
Jean-Jacques ho ripetuto dentro di me, perch mi pareva un nome stonato, non gli stava affatto bene e io ne avrei scelto uno pi corto. Alla stessa ora in cui Luc partiva per la Francia, io passeggiavo avanti e indietro sul marciapiede di fronte a casa in preda al panico. Quella sera non cenai e nei giorni successivi, prima che arrivasse la mia direttrice a richiamarmi all'ordine, persi diversi chili e sperimentai il primo di una lunga serie di periodi di angoscia.
Se non ci fossero state di mezzo quelle fotografie saresti tornato?.
Non lo so Nin, l'Italia mi ha deluso politicamente, mi ha risposto. Per un attimo ho pensato a quanto somigliava al nonno Cesare, come lui triste della tristezza di chi ha creduto per un attimo di aver vinto ma alla fine  stato sconfitto. Diana, Dianina, Nin. Da decenni nessuno mi chiamava pi cos e mi sono sentita di nuovo perduta.
Che c'entra? volevo dirgli, se  per quello ha deluso anche me. Invece sono stata zitta. Ci siamo guardati a lungo negli occhi, come allora.
Sei sempre stato un gran pezzo di merda gli ho detto. Se l' meritato,  arrivato in ritardo di quarantanni.
Insomma, che aspetti? ho aggiunto, mettiti un golf che va sotto il sole e qui in montagna comincia a far fresco. Andiamo a prendere questo tuo famoso rullino. Perch nel frattempo, mentre parlavamo, ho capito all'improvviso che il nonno Cesare sapeva come andavano le cose del mondo, e quel che non sapeva se l'immaginava. La nonna Fiammetta diceva sempre: se non era intelligente non me lo prendevo. Di sicuro, quando Luc era sparito, un'occhiatina alla capanna dell'inglese sar andato a darcela. Luc ha sorriso, si  alzato e mentre si infilava un vecchio giubbotto di jeans mi sono accorta che anche lui era invecchiato, come sono invecchiata io: aveva la schiena un po' curva, i movimenti pi lenti. E sulla testa neppure il ricordo di un antico lungo capello.
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32.
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Poggio Lustro, estate 2019.
Ma l'avete visto Anselmo del Chiassetto? disse Chira con un sorrisino, guardando Anselmo del Chiassetto che se la dormiva beato, seduto un po' storto sulla seggiolina accanto alla porta della bottega, con la bocca mezza aperta e un filo di bava che a tratti gli colava sul colletto della camicia.
Anche oggi non sono ancora le quattro e siamo gi nel mondo dei sogni rise Nora, e che bella pubblicit per la bottega, Stella lo deve aver messo li per fare da richiamo ai clienti.
Sai che c'? aggiunse Diana, io ci farei la firma: fra un po' ha novant'anni e, a parte che ogni giorno alle quattro  gi ubriaco, per il resto  sano come un pesce. Anzi, zeppo di vino com' non si becca nemmeno il raffreddore nell'inverno.
Ma ve la ricordate quella volta della damigiana riprese Chira, che aveva l'istinto della racconta-storie: quando lasci la damigiana stappata e ogni giorno scendeva in cantina a riempire il fiasco, e poi un bel giorno arriv in fondo e s'accorse che era piena di topi morti! Oddio, quando venne in bottega a raccontarlo e c'era pieno di gente - te ne ricordi Diana? - per un pelo Stella non gli tir dietro il coltello del prosciutto, credevo di morire
dal ridere. A ripensarci, tutte e tre si misero a ridere di
gusto e non riuscivano a smettere.
Che avete da ridere? disse Stella, che era uscita per
pulire i tavolini prima che arrivassero i ragazzi per le
merende.
O Stella, ma non lo vedi Anselmo come russa? Si rideva per quella volta della damigiana piena di topi rispose Chira.
Povero Anselmo disse Stella mentre stropicciava una macchia di caff, mi fece talmente arrabbiare che lo volevo strozzare: c'erano dei clienti in bottega e quello mi viene a raccontare che ha bevuto per tre mesi il vino corretto al topo morto! E io svelta a spiegare che la damigiana era nella cantina di Anselmo, lontana pi di un chilometro dalla mia bottega, grazie al cielo. In tutti i paesi ci dev'essere il suo ubriacone,  una specie di legge, concluse da quella donna saggia che era e rientr in bottega per le sue faccende. Fumiamo troppo donne, io ve lo dico! sentenzi Chira cambiando discorso, ormai hanno smesso tutti, bisogna farci un pensierino anche noi perch ho sempre meno fiato. S' fatto la rivoluzione, sta' a vedere che non ci riesce smettere di fumare....
Poi mi spiegherai che rivoluzione abbiamo fatto... mormor Diana, ancora con gli occhi socchiusi verso il sole.
Si persero per un po' tutte e tre nelle proprie riflessioni, e infine Nora esclam:
Un po' di rivoluzione l'abbiamo fatta invece: dopotutto noi non abbiamo mai dovuto domandare i soldi ai
nostri mariti per comprarci un paio di calze.  gi un po' di rivoluzione, non vi pare? Quelle dopo faranno il resto, o dobbiamo fare tutto noi?. Proprio in quel momento fecero il loro ingresso in piazzetta Bib e Bib, ovvero i due carabinieri della Stazione di Torretta che svolgevano - si fa per dire - le indagini sul panetto di droga ritrovato nella macchina di Marisol. Ecco Bib e Bib disse Diana con un mezzo sorrisetto.
Uno dei due si avvicin al tavolo e, con aria circospetta, disse a Chira a mezza voce:
Per quanto riguarda la signora, niente da dichiarare:  pulita, nessun precedente, nemmeno una multa. Per forza, non ha neanche la patente! Si fa portare dall'autista disse Chira. Ecco fatto! Indagini concluse! Ma come lavorano questi? Bisogna fare qualcosa ragazze, fate lavorare i cervelli.
Pensa e ripensa, conclusero che la miglior cosa era rivolgersi al personale di servizio: quelli vedono tutto e stanno sempre zitti. Qui avevano a che fare con una cameriera e un autista che alla bisogna svolgeva anche la funzione di giardiniere. Decisero di puntare sulla cameriera, una giovane filippina alta un metro e mezzo con due occhi svegli come quelli di un topolino. Avevano gi un piano.
Facendo finta di fare la solita passeggiata pomeridiana, si diressero verso il villino della contessa. La filippina per colpo di fortuna era in giardino intenta a raccogliere un mazzo di fiori per la tavola dell'ingresso. Lo sapete voi come si chiama? chiese Chira girata
verso le altre due.
No, la chiamano tutti "la filippina della contessa" disse Diana.
Ecco un'altra cosa che non va bene disse Nora da dietro le loro spalle, e sugger di chiamarla "signorina". Signorina, signorina! chiam Chira. Quella si volt, sorrise, si avvicin. Avevano deciso di parlare chiaro, tanto per risparmiare tempo: spiegarono di essere amiche di Marisol e dissero che stavano cercando di capire che diavolo era successo, visto che i carabinieri brancolavano nel buio.
Cio non hanno trovato ancora nulla spieg Diana, che aveva visto gli occhi stupiti della cameriera. La cameriera le prese alla sprovvista. Alla richiesta di informazioni si illumin e disse, in un italiano perfetto: Finalmente qualcuno mi domanda qualcosa, certe volte mi pare di essere trasparente.
S spieg la cameriera, ho sentito qualcosa: il giorno prima che la polizia venisse a fare la perquisizione alla macchina della signora Marisol, la signora contessa ha fatto una lunga telefonata con telefonino. Questa  una cosa strana perch non telefona mai a nessuno,  sempre il signor Riccardo oppure il padrone a tenere le relazioni con gli esterni alla famiglia. Ha chiamato qualcuno, ma non ho sentito bene cosa diceva, parlava quasi sottovoce anche se in casa c'ero soltanto io perch il signor Riccardo e la signora Marisol erano al lavoro, il padrone fuori a passeggiare e la bambina faceva il riposino pomeridiano.
Riusciresti a controllare nella cronologia del telefonino
a quale numero  stata fatta la chiamata? chiese Chira. Ci posso provare. La signora Marisol  una persona molto brava, sarei contenta di fare qualcosa per aiutarla disse la cameriera, e si volt per tornare verso il villino.
Ehi, parli bene italiano, complimenti le disse Diana, come ti chiami?.
Sono laureata in arti popolari filippine ma la laurea qui in Italia non vale nulla disse la cameriera con un sorrisetto buffo, mi chiamo Clarissa. Vi faccio sapere cosa riesco a fare disse, e scomparve dietro la tenda a fili che era stata messa sulla porta del villino per impedire che le mosche entrassero per dispetto nel salottino della contessa.
Certo che ogni giorno si impara qualcosa su come siamo stronzi noi italiani disse Chira mentre tornavano verso la bottega.
La filippina Clarissa divenne improvvisamente l'eroina delle loro discussioni: se l'immaginavano scendere nottetempo per spiare nel telefonino della contessa, con tutti i rischi connessi a un'impresa del genere. E se fosse stata sorpresa? E se l'avessero fatta sparire? E a chi mai poteva aver telefonato la contessa il giorno prima che scoppiasse tutta la baraonda, proprio lei che non chiamava mai nessuno?
La loro attesa ebbe fine la mattina successiva di buon ora, quando Clarissa scese in bottega per comprare il pane. Aveva in mano un bigliettino ripiegato che fece scivolare sul tavolo della colazione, sotto il piatto del cappuccino di Chira. Fece un occhiolino e se ne and come se nulla fosse in bottega a fare la spesa. Le tre amiche si guardarono eccitatissime: aprirono il bigliettino, c'era un numero di cellulare. E ora che si fa? chiese Diana. Si telefona! disse Nora.
Stabilirono che la telefonata l'avrebbe fatta Diana, perch era quella pi seria delle tre e anche da ragazzina era la pi brava di tutte a fare gli scherzi telefonici, non si metteva mai a ridere anzitempo. Chira sugger di fingere una comunicazione di servizio e stabilirono che si sarebbe trattato della vincita a una gara paesana di torte, come se ne fanno centinaia in tutte le sagre paesane su e gi per l'Appennino.
Buongiorno, sono lieta di comunicarle che ha vinto il primo premio alla gara per la torta pi buona e pi bella di Monterosso annunci allegramente Diana all'uomo dalla voce seria che rispose al terzo squillo. Erano tutte e tre pigiate nella cabina della bottega, come quando da ragazzine si chiudevano l dentro a fare gli scherzi a quelli con i cognomi strani che avevano trovato sull'elenco del telefono.
Ha sbagliato numero disse la voce seria. Ma non  possibile! disse Diana, ecco: ho qui il numero, signora Maria Viola e glielo lesse scandendo numero dopo numero.
Mi dispiace disse la voce, ci dev'essere stato un errore di trascrizione, io sono l'ispettore Ferrari, Polizia di Stato, e non conosco nessuna signora Maria Viola, disse l'ispettore Ferrari della Squadra narcotici della Questura cittadina. Poi riattacc e non pens
pi a quella strana telefonata per i due giorni seguenti, mentre invece - se fosse stato un po' pi furbo - avrebbe dovuto pensarci parecchio.
Chira, Nora e Diana si guardarono negli occhi l'un l'altra a bocca spalancata. Discussero per un po', pigiate com'erano dentro alla cabina del telefono. Ma che c'entra chiamare un poliziotto il giorno prima dei fatti, quando ancora non era successo nulla? si domand Nora.
C' una spiegazione sola disse Chira: qualcosa doveva succedere.
Fuori, insieme a tutti gli altri giovani ciclisti, c'era Elio. Tanto per cambiare avevano tutti il telefono in mano, postavano le foto della trasferta in bicicletta su chiss quale sentiero: uno difficile a quanto pareva, con un dislivello da primato. Marco era perfino ruzzolato, si era fatto male a un polso, da tanto che il sentiero era difficile. Avevano fatto delle foto incredibili, avrebbero ottenuto una marea di like.
Vieni un po' a darci una mano, te e i like disse Diana, vedi se trovi chi  un certo ispettore Ferrari, polizia di Stato.
Guardo subito su Google disse Elio. Stette mezzo minuto a smanettare sul telefonino e poi alz la testa vittorioso: eccolo qua: ispettore Carlo Ferrari, Squadra narcotici, c' un articolo di qualche mese fa che parla di un grosso sequestro. E un pezzo grosso della Questura questo, a che vi serve? Siete in piena indagine delle signore in giallo?. Rideva, il giovanotto. Allora, facciamo il punto disse
Chira, appena si furono accomodate al loro tavolino. Abbiamo la suocera, impazzita dalla gelosia per l'unico figlio maschio, che contatta il poliziotto per farsi aiutare a incastrare la nuora. Tutti danno la colpa alla negra, i giudici affidano la bambina ai nonni, l'amato figlio rientra all'ovile e la negra in galera, oppure, ancora meglio, rispedita da Fidel. Tutto fila.
Che follie fanno le donne per i loro maschi, che siano innamorati o figli non fa differenza... comment amaramente Diana.
Ora per bisogna dimostrarlo disse Nora, pensando a come potevano suggerire a Bib e Bib la strada giusta senza confessare di aver fatto indagini inopportune e soprattutto senza mettere di mezzo la povera Clarissa, che era stata cos brava.
Il commissario Bordelli direbbe che  il momento della classica lettera anonima disse Chira. E infatti, dopo pochi minuti, erano gi con forbici e giornali vecchi nella cucina di Diana ad armeggiare con una lettera anonima che diceva testualmente: "se volete sapere chi ha messo la droga nella macchina, guardate a chi ha telefonato la contessa gioved 16 giugno nel primo pomeriggio".
Se la lettera fosse stata spedita a una Stazione di carabinieri seria, sarebbe stata vagliata al microscopio, sarebbero state rilevate le impronte digitali e almeno un paio di queste sarebbero state messe in relazione con due studentesse che avevano avuto diversi fermi di polizia negli anni Settanta, per manifestazioni non autorizzate e attacchinaggio abusivo di volantini sovversivi. Invece
Bib e Bib, con la lettera anonima in tasca, andarono subito dalla contessa a farsi dare il telefonino, senza mandato n nulla, perch ne avevano abbastanza di quella storia che li aveva fatti gi sudare un bel po', avanti e indietro per i monti a fine giugno, con quel caldo della madonna.
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33.
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Alla fine abbiamo trovato il famoso rullino. Era sempre stato l, davanti al naso di tutti. Entrando al Toccio, appese sulla parete di sinistra che fa angolo col camino, ci sono da sempre due cose: da un lato c' la Madonnina del Ferruzzi, fotografata dai fratelli Alinari di Firenze, che pi o meno si pu trovare in tutte le case del paese; dall'altro c' la borraccia di ferro del nonno, la usava quando era alla macchia e mi pareva di averla sempre vista attaccata a quella parete fin da quando mi arrivano i ricordi, ma si vede che mi sbagliavo. L'avr spolverata mille volte, senza mai staccarla dal chiodo, e non mi ero mai accorta che conteneva qualcosa. Per tirar fuori il rullino ce n' voluta: il diametro era quasi uguale a quello del collo della borraccia e dunque infilarlo a suo tempo era stato un attimo, tirarlo fuori tutta un'altra storia, con Luc terrorizzato che la pellicola si rovinasse. Alla fine siamo riusciti ad acchiapparlo con le molle del focolare e l'abbiamo sfilato piano piano. Mi sono quasi intenerita nel vedere Luc con le lacrime agli occhi per la gioia di tenere fra le mani l'oggetto per il quale aveva rischiato la vita e scelto l'esilio. Ci siamo abbracciati.
Com' possibile che la borraccia seppellita nella capanna dell'inglese sia finita appesa sul tuo muro? mi ha
chiesto Luc appena ci siamo ricomposti. Mi ha raccontato che fu proprio nonno Cesare a consegnargli la borraccia, erano passati da lui per dirgli che andavano in appostamento ma non si erano portati nulla da bere. Ma che testa avete? gli disse il nonno Cesare, pensate di stare una nottata su un castagno senza un goccio d'acqua?. Gli prest la borraccia, gli disse di farne di conto, ne aveva viste tante quella borraccia e lui ci teneva a riaverla.
Da qui in poi si va nel campo delle ipotesi e nessuno potr confermare o smentire quel che penso, ma credo che il nonno Cesare tenesse d'occhio Luc con questa storia dei campi paramilitari molto pi attentamente di quanto gli avesse fatto credere. Sapeva benissimo giorni e orari in cui Luc e gli altri che di volta in volta lo accompagnavano si dirigevano sul crinale per cercare di fotografare i campi, e anche quella volta lo avevano informato.
Quando Luc spar e io telefonai al nonno per sapere se lo aveva visto lui mi rispose di no, ma di certo dovette preoccuparsi. Sar certo andato a vedere, avr fatto tutto un giro largo nel bosco senza dare nell'occhio. Di sicuro avr passato tutti i posti che potevano fornire un rifugio: era stato proprio lui a mostrarli a Luc e dunque sapeva dove cercare. Avr indagato, osservato le tracce lasciate nella boscaglia, e di sicuro avr visto la terra smossa dentro la capanna. In due minuti avr trovato la borraccia e se la sar portata a casa, in attesa che Luc tornasse a reclamare il contenuto. Pens forse che
la cosa pi intelligente era lasciar tutto l dentro e rimettere la borraccia al suo posto, dov'era sempre stata e dove infatti sarebbe rimasta tranquilla ad aspettare per i successivi quarant'anni che qualcuno le svitasse di nuovo il tappo.
Mi chiedo perch nonno Cesare non mi abbia mai raccontato nulla di tutto questo e mi chiedo anche se nonna Fiammetta ne avesse saputo qualcosa, ma sono quasi sicura di no. Anche nonno Cesare in fondo pensava che ci sono certe cose che le donne non devono sapere e ha rispettato la regola del silenzio. Luc ha fatto un cenno con la mano come per passare oltre, ha detto che tutto questo non era importante: ora occorreva soltanto sviluppare in fretta il rullino e verificare se il negativo aveva retto, si trattava di una marca ottima, la pellicola aveva non so quanti ASA e cos via. Ho ritrovato il suo fervore, l'impazienza di un tempo, l'ansia e la concentrazione sul progetto, lasciando da parte tutto il resto. Poi d'un tratto si  girato e mi ha domandato fra capo e collo: Mi avevano detto che ti eri sposata. Che fine ha fatto tuo marito?. Mi ha preso alla sprovvista, ma non ho avuto voglia di raccontargli la mia vita. E morto ho risposto. Mi dispiace, condoglianze ha detto lui. Abbiamo parlato un po'. Alla fine mi ha raccontato che si  sistemato piuttosto bene a Marsiglia. Ha comprato una capanna da un pescatore a Les Goudes, dalla finestra si vede il mare l sotto e di fronte all'orizzonte un cielo che non ha cieli uguali in tutto il mondo. Mi ha chiesto di andare con lui, cos, semplicemente: ti prego, Nin, vieni via con me. Ha detto che non 
passato un giorno in tutta la sua vita senza che lo assalisse il pensiero di me, senza che sentisse il mio profumo, la mia voce che gli sussurrava all'orecchio. Mentre mi parlava mi sono sentita felice, risarcita e ripagata, come se per saldare quel debito fosse bastato un suo sguardo, la sua attenzione.
Anch'io, neppure un giorno della mia vita avrei voluto dirgli; invece sono stata zitta.
 rimasto da me tutta la notte, abbiamo fatto l'amore. Abbiamo fatto l'amore come fanno due vecchi, ma  stato bello. Mi vergogno quasi nel ricordare la sequenza dei vestiti buttati per terra, giocando a risuscitare la passione di un tempo passato. Ci siamo sdraiati nudi nel letto e ci siamo messi a ridere guardando i nostri corpi invecchiati, ma poi lui  venuto sopra di me, ha mosso il suo petto ancora forte sui miei seni avvizziti e mi ha baciato il collo, le orecchie, mi ha leccato come un animale nel bosco. Siamo riusciti pi o meno a fare l'amore per ben due volte e la meraviglia ci ha quasi lasciato sopraffatti. Luc ha acceso due sigarette, una per lui e una per me. Non fumo pi in camera gli ho detto. Ma poi ho fumato.
Vorrei esprimere con le parole quello che ho provato ritrovando la voce di Luc, il suo odore, le sue mani calde sulla mia schiena. Ma non ci riesco, devo arrendermi: ci sono emozioni pi forti di ogni parola che gli uomini siano mai stati capaci di inventare, in qualsiasi lingua. Forse il canto degli uccelli o il rumore dell'acqua che scivola nel torrente potrebbero raccontare meglio delle mie parole il senso di pace e armonia che mi ha accompagnato.
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34.
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Poggio Lustro, estate 2019.
Per la prima volta dopo molto tempo, Diana scese in piazzetta con le spalle dritte e la pelle liscia e rosa come i petali della magnolia. Si sentiva leggera, ringiovanita, e allo stesso tempo si torceva le mani nell'incertezza. Lungo la discesa, scendendo dal Toccio, s'era posta la questione se dirlo subito a Chira e Nora, oppure se tenerlo segreto: un bel dilemma davvero, calcolando che poco prima, al momento di salutarsi e prendere l'una la strada della bottega e l'altro la salita per San Fatucchio, Luc le aveva sussurrato in un orecchio prepara le valigie, ti porto con me a Marsiglia. Marsiglia: da quanti anni non ci tornava? Davanti agli occhi di Diana scattavano le immagini, una dopo l'altra, come un giro di diapositive: la salita riparata dal sole di rue du rfuge, al Panier, fino alla piazzetta un po' in discesa dove i compagni si ritrovavano per una cena veloce, e gli aperitivi profumati d'anice che in Italia non si usavano ancora; il sottotetto rovente alla Belle de Mai, laggi in fondo a quella strada un po' equivoca, il quartiere degli italiani, la vecchia tabaccheria dismessa dove tante donne immigrate avevano trovato sopravvivenza e lavoro; il mare, la vista del golfo appoggiati alla ringhiera di legno lungo la Comiche ritorta che Luc percorreva
a rotta di collo con quella moto presa in prestito, i capelli al vento, la libert. Il profumo della salsedine, il fumo di Gauloises. Tutti questi pensieri tenevano Diana in uno stato di sospensione, come se camminasse senza toccare il suolo, qualche centimetro pi su di coloro che non avevano vissuto quella notte con lei e che erano rimasti normali.
Ma una volta girata la curva ed entrata in piazzetta, Diana si accorse subito che non era cosa: nessuno si sarebbe interessato alla sua avventura senile perch a quanto pareva era appena successo un fatto molto pi eclatante.
Diana, corri: vieni a sentire le grid Nora da lontano, facendole segno di avvicinarsi con la mano. C'era un capannello attorno a Elio che leggeva dal telefonino, e anche Lumi, che pure doveva essere indaffarata perch come al solito la bottega era piena, se ne stava l con l'asciughino in mano e la bocca aperta. Chira le and un po' incontro, la prese per un braccio: stanotte hanno arrestato la contessa le anticip sottovoce, con aria cospiratoria.
Avevamo ragione noi! aggiunse, col sorriso che andava da orecchio a orecchio.
Si avvicinarono ai tavoli sotto il castagno, Elio stava appunto leggendo le notizie da internet, il giornale di carta non era ancora arrivato e poi forse non ci sarebbe stato nulla: la conferenza stampa della Questura era di pochi minuti prima. E che conferenza stampa: si erano mobilitati perfino da Firenze perch fra gli arrestati c'era anche un poliziotto, un ispettore della Narcotici,
niente di meno. Il nome non lo facevano, per la privacy c'era scritto.
Ma noi lo sappiamo canticchi Chira tutta contenta, a braccetto fra Diana e Nora che non perdevano una sillaba. Elio saltellava da un sito all'altro, cercando informazioni pi dettagliate. Alla fine, mettendo insieme tutto, veniva fuori che la droga - qualche grammo di hashish e un etto di cocaina - era stata nascosta nella macchina di Marisol dalla contessa in persona. Ma ve l'immaginate la contessa in giro di notte per il paese con la droga da nascondere in macchina? dicevano le donne con la sporta della spesa al braccio. L'aveva aiutata un suo vecchio amico (forse amante?) poliziotto, che s'era fregato la droga dall'armadio della roba sequestrata.
Il tutto era stato architettato per incolpare la povera Marisol, con l'intento di farla figurare indegna e addirittura pericolosa per l'educazione della figlioletta, che secondo il piano sarebbe stata affidata in via esclusiva al padre. L'articolo riportava le dichiarazioni dell'avvocato della contessa, un avvocatone di citt che doveva essere stato mobilitato in fretta e furia: la signora aveva dichiarato di non sopportare la paura che un giorno la nuora cubana le portasse via la nipotina e s'era messa in testa di farle togliere la patria potest. Aveva confessato inoltre che in tutto questo era stata consigliata da un investigatore privato, anche lui indagato per concorso in reato.
Anche l'investigatore privato! dissero le donne, allora era andata proprio fuori di cervello!.
Tutto era andato come previsto dalla contessa, salvo che poi quando avevano arrestato Marisol i carabinieri Bib e Bib, sebbene non tanto esperti, si erano resi conto subito che la ragazza non aveva nessuna intenzione di lasciare l'Italia e che si trattava di una brava persona, lavoratrice e mamma scrupolosa, senza contare che non era emerso nessun contatto con la criminalit organizzata. Cos Marisol era stata subito rilasciata a piede libero e a quel punto la contessa aveva fatto il primo errore: aveva chiamato in caserma per lamentarsi, dicendo che aveva paura a tenersi una drogata in casa. Aveva talmente insistito che la riportassero in prigione che perfino Bib e Bib avevano iniziato a farsi qualche domanda, sollecitati anche dal suggerimento di Chira che aveva consigliato di controllare gli scheletri nell'armadio della contessa.
Due giorni dopo era arrivata la lettera anonima e a quel punto Bib e Bib non ne potevano gi pi di tutta quella confusione. Senza tanti complimenti erano andati a sequestrarle il cellulare e poi avevano scritto sul verbale che il telefonino era stato fornito spontaneamente alla Stazione dei Carabinieri dal marito della signora. Le altre cose che non c'erano scritte su internet le raccont Clarissa una mezz'ora dopo, quando scese per comprare il pane alla bottega. Durante la notte il marito della contessa aveva riempito in fretta e furia le valigie ed era tornato alla sua villa pratese, premurandosi per prima cosa di chiamare un fabbro per far cambiare la serratura. Clarissa disse che urlava talmente tanto da far tremare le porcellane nella vetrinetta
del salotto e la contessa piangeva seduta sul divano con la testa fra le mani, non l'aveva mai vista cos in disordine e spettinata. Dopo qualche minuto era arrivata la volante a portarla via, l'avvocato aveva detto che l'avrebbero tenuta un po' in custodia cautelare e poi certamente avrebbe ottenuto gli arresti domiciliari in attesa del processo. Al Poggio Lustro, naturalmente, perch a Prato il marito non ce la voleva. Nel frattempo Riccardino e Marisol, con la bambina, erano spariti anche loro, senza chiasso per rispetto alla famiglia. Clarissa disse che Riccardo non aveva voluto salutare la madre, anzi non le aveva neppure voluto rivolgere la parola. E mi pare il minimo! disse Chira. Povera contessa disse Nora scuotendo la testa, era talmente gelosa del figlio da non capire pi nulla e alla fine l'ha combinata talmente grossa che ha perso tutto: marito, figlio e nipotina. Mi fa quasi pena. Macch pena! disse Chira, se l' meritata,  una stronza. Peccato soltanto che non possiamo dire a tutti che  merito nostro, ci pensate? Poggio Lustro un'altra volta pieno di giornalisti a farci l'intervista. Stella sarebbe contenta, che ne dite?
Diana non se la sent di rovinare l'euforia della giornata con la sua notizia, le valigie, la Francia e tutto il resto. Avrebbe lasciato passare un po' di tempo e glielo avrebbe detto il giorno dopo, in fondo che fretta c'era? Luc l'aveva fatta aspettare quarantanni, poteva ben aspettarla un paio di giorni, se davvero diceva la verit e intendeva portarla con s a Marsiglia.
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Caro Arthur, che giugno quest'anno, che strano, sconvolgente, debutto d'estate mi tocca! La frenesia di queste ultime giornate mi ricorda gli anni belli, ci credi? E tutte queste emozioni: ne vogliamo parlare? Troppe, per la mia testa ormai vecchia. Il cuore mi batte a ritmo di tarantella, dentro questa carcassa arrugginita, il respiro non basta a riempire i polmoni.
Ma finalmente stanotte eccomi qui, sulla mia panca di sasso a contemplare il buio del bosco e quello che scende dentro di me. Un momento per riflettere, uno di quei momenti di cui ho bisogno a volte, per decidere se fare o se non fare. Il buio che torna - lo sai che mi succede, a volte - la voglia di restare qui seduta per sempre, e sono cos stanca, cos stanca. Ho quasi finito il mio pacchetto di sigarette. Immagina cosa potrebbe scrivere di me la grande Virginia: "la signora Diana in piena notte si alz dalla sua poltrona di cintz, si avvi stancamente e spalanc la porta, dietro la casa il piccolo rettangolo di terra erbosa era bagnato della guazza notturna; era ormai tardi, le stelle brillavano dietro le frasche del bosco appena illuminate da una luna che muore. Oh che struggimento, oh che desolazione. Qual  la frase per la luna? E la frase per l'amore? Che nome daremo alla morte? Ci vorrebbe la meraviglia di un bambino, la
lingua dimenticata degli amanti, ci vuole un urlo, un grido, anzich il bisbiglio balbettato di una donna vecchia, come un relitto restituito dal mare alla soglia della sua antica casa. Venite pure fantasmi della notte, spiriti buffoni, diavoli del bosco e lupi neri dalle grandi bocche: non potete fare a questa donna nulla che non si sia fatta gi da sola, e abbondantemente. Spiriti buffoni siete rimasti a bocca asciutta, buonanotte". Vedi laggi? Anche il gatto Capitale mi ascolta stasera, anche lui si  preso un momento di tregua e ha deciso di non disturbarmi, i miei pensieri frullano e girano in tondo come nel mezzo dell'uragano. Il fatto  che noi donne ci lasciamo commuovere dagli uomini che amiamo, troviamo sempre qualche scusa per dar loro ragione, ci sentiamo in colpa se deludiamo qualche loro aspettativa.  la dannazione delle madri, delle figlie, delle sorelle. Delle donne, in fondo. Ho scoperto pochi anni fa che perfino Simone de Beauvoir, che pure se ne andava per i fatti suoi con i suoi amanti, lasci in un cassetto il suo romanzo Le inseparabili soltanto perch Sartre aveva storto il naso, geloso di quell'amicizia cos totale, con la scusa che il libro di Simone non era abbastanza politico. E Simone lo ascoltava, lo ascoltava anche quando era chiaro che si trattava di una bizza. Perfino lei, la madre di tutti i nostri femminismi, finiva talvolta in fondo al pozzo e non se ne accorgeva. Perfino l'Oriana, quando scrisse II sesso inutile, ammise che avevamo dato alle donne la gomma da masticare ma non le avevamo avvisate che certe volte a forza di masticare ti viene il mal di stomaco. Perfino Chira - e sai che io non
conosco nessuno pi egoista di Chira - scatta sull'attenti senza un lamento se il suo bambino, che ormai ha pi di trent'anni, la chiama perch ha bisogno di qualcosa. Eccolo l, il gatto Capitale, con i suoi occhi fiammeggianti che mi fulminano nella notte. Non riesco ad arrabbiarmi neppure con lui stasera. Puoi restare, ma per favore, se ci riesci, non pisciarmi sulla porta, gli ho bisbigliato nella notte. Ci sono le stelle, lascio che il mio pensiero mi porti danzando, leggera come un soffio di vento, fra Cassiopea e la cintura di Orione.
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Poggio Lustro, estate 2019.
Ma sei sicura di riprendertelo ora che  vecchio? le disse Chira guardandola col sopracciglio alzato, ci guadagni solo curegge e mutande da lavare. Infatti non sono sicura per niente rispose Diana sorridente, mentre mescolava il miele nella sua tazza di tisana.
Sei un po' troppo tranquilla per una che deve prendere una decisione cos difficile aggiunse Nora dal suo angolo accanto alla finestra.
Nora e Chira erano rimaste senza fiato all'annuncio di Diana e stavano cercando di mantenere un atteggiamento equilibrato, cercando di essere utili all'amica e alla cugina. A dire il vero Diana non aveva chiesto consigli, piuttosto aveva comunicato loro che Luc (o Jean-Jacques o come diavolo si chiamava) due giorni prima le aveva chiesto di andare con lui a Marsiglia. Si era dilungata a parlare di Marsiglia, del golfo e delle piccole spiagge, dei calanchi, di un ristorantino alla Belle de Mai gestito da dei compagni che si chiamava Le Chapiteu (chiss se c' ancora...), dove si beveva buona birra e si poteva anche giocare a bocce nel cortile. Ma sei innamorata di Luc o di Marsiglia? chiese Nora a un certo punto. Diana non rispose, ma cambi
discorso. Raccont che Luc era completamente impazzito, non stava nella pelle, all'idea di sviluppare il rullino ritrovato nella borraccia del nonno. Un settimanale francese d'inchiesta aveva dato la disponibilit alla pubblicazione, sarebbe stato uno scoop, qualcosa di sensazionale. Il ciccione era appunto un giornalista di quel periodico, lo aveva accompagnato per aiutarlo nelle ricerche e dalla redazione stavano cercando degli omologhi italiani per proporre una pubblicazione in tandem. Era preoccupatissimo che le fotografie fossero venute bene e per questo voleva svilupparle lui stesso, aveva gi preso appuntamento per il gioved seguente in uno studio con cui collaborava, rue Vagues, dalle parti di Saint-Julien. Gioved  dopodomani disse Chira con gli occhi sbarrati.
Infatti disse Diana.
A soldi come se la passa? chiese Nora, e improvvisamente ridanciane decisero di buttar gi una lista con i pr e i contro.
Ma cos si fa per comprare una lavatrice nuova, mica per un innamorato protest Diana. La riunione and avanti per un bel pezzo. I favolosi in sottofondo cantavano ...let it be, let it be, whisper words of wisdom, let it be...
e a Diana sembr quasi un presagio. Il giorno prima c'era stata una discussione un po' spiacevole. Aveva rivelato a Luc che secondo lei il
suo articolo non avrebbe fatto alcun scalpore in Italia: i soggetti delle fotografie ormai facevano parte del passato, i giovani di oggi non si interessavano pi a queste cose, nemmeno leggevano pi i settimanali, si informavano sui social. Non si teneva al corrente? Non frequentava giovani lass a Marsiglia? I giovani di oggi pensavano ai gerani in giardino, desideravano una roulotte per passare il fine settimana in Versilia. Un po' titubante, come quando era giovane e temeva il solito rimbrotto che la faceva sentire stupida, gli aveva detto che era meglio ammettere che avevano perso. Non c'era neppure stato bisogno del tanto temuto golpe: erano bastate le Brigate Rosse a spaventare gli elettori, era bastato sacrificare Aldo Moro.
L'hai saputo l dov'eri che hanno ammazzato Moro? gli aveva detto Diana per met sarcastica e per met rassegnata.
In tutta tranquillit la democrazia era stata svuotata dall'interno, piano piano, con la televisione commerciale e il modello americano, cos addio Sessantotto, addio rivoluzione, addio diritti sociali, eguaglianza e libert. Il nostro maggio era finito, avevano vinto loro, se ne facesse una ragione. Perch non lo chiedeva a Chira, che queste storie le sapeva raccontare? Con il suo articolo ci si sarebbero puliti il culo.
Ma s, qualche settantenne avrebbe letto con attenzione, avrebbe gridato di rabbia contro quei manipolatori che tanta parte avevano avuto nei misteri d'Italia, e poi avrebbe acceso la televisione e si sarebbe rimesso a guardare Reazione a catena in attesa che la moglie
lo chiamasse per cena. L'unica davvero contenta sarebbe stata proprio Chira, che avrebbe ritagliato per benino l'articolo e l'avrebbe incollato nel suo quaderno delle catastrofi.
Luc come al solito non l'aveva ascoltata. L'aveva guardata severamente e aveva ripreso a parlare di polvere da sviluppo, temperatura dell'acqua e camere oscure. Diana aveva tutto a un tratto capito che con lui non era mai riuscita ad essere davvero se stessa: aveva sempre dovuto recitare il ruolo di un'altra s, pi preparata, pi all'altezza, pi interessata alle cose importanti. Era andata a letto irritata e il giorno dopo non aveva avuto nessuna fretta di incontrarlo di nuovo, anzi aveva chiamato le amiche come sempre per la loro solita tisana. Nessuno torna indietro disse Nora, e Diana pens che la sua vecchia cugina aveva davvero ragione: nessuno torna indietro, quel che  fatto  fatto e il tempo  galantuomo. Si guard attorno, fra le mani la tazza dove la tisana sgonfia-pancia pian piano si raffreddava, il tavolo di marmo dove il nonno Cesare batteva l'arista da mettere sottolio per l'inverno, il focolare nero di fumo col suo quadro preferito appoggiato da un lato, la poltrona a fiori di nonna Fiammetta, Arthur silenzioso nel suo portaombrelli dietro la porta, una stanza tutta per s. Quella sera Diana cen presto gi in bottega, con un piatto freddo fatto di pecorino, affettati e carciofini sottolio. Si concesse un caff, tanto non avrebbe comunque dormito. Tornata al Toccio, stacc la borraccia di nonno Cesare dal muro, la spolver ben bene, trov un vecchio foglio di carta con le figurine di Natale e la incart con
cura, sigillando i bordi con lo scotch.
Vorrei che la tenessi te disse a Luc quando le apr la
porta.
Il profilo delle sue spalle ancora larghe e forti faceva da schermo al chiarore tenue che proveniva dall'interno, era da tanto che lass avevano staccato la corrente e l'unico modo per far luce erano le candele. C'era odore di frittata di zucchine, forse Luc aveva imparato a cucinare o forse era il suo amico giornalista che si dava da fare attorno al fuoco, non c'era stata l'occasione di parlarne. Erano tante le cose che Diana non sapeva pi di lui. Luc prese la borraccia, tir a s Diana e la strinse fra le braccia. Si abbracciarono forte, a lungo. Stretta fra le sue braccia Diana alz la testa, guarda l'Orsa maggiore diceva dal cielo la voce di nonno Cesare: tira una riga fra le ultime due stelle, allunga di cinque volte e guarda lass. Proprio dove le fronde pi alte del leccio sfioravano le punte del castagno, Diana vide risplendere la stella polare.
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37.
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Stavolta io, Nora e Chira abbiamo deciso di passare il capodanno noi tre insieme.  stato quasi come tornare ragazzine, quando addobbavamo di ghirlande e palline di vetro la vecchia stamberga del Trogo, accanto a casa di nonna Fiammetta, e facevamo festa con un po' di frittelle di farina di castagne e tre sigarette rubate dal pacchetto del babbo. Giovanni ha voluto fare un regalo a Nora:  rimasto da solo con sua mamma, la mia vecchia zia che ormai ha quasi cent'anni, e ha offerto a sua moglie una libera uscita per la sera di San Silvestro e il primo dell'anno. Per smaltire i postumi ha scherzato. Abbiamo deciso di vestirci eleganti: io ho tirato fuori dal cassone i miei vecchi stivali col tacco, che non indossavo pi dai tempi di Valter, e Nora ha osato addirittura una blusa rossa completamente coperta di paillettes, comprata dai cinesi. Chira si  presentata all'uscio del Toccio fasciata in un paio di pantaloni di pelle nera, facendomi urlare di gioia con ben due bottiglie di Chardonnay di Borgogna.
Non ho dimenticato i tuoi gusti ha detto abbracciandomi.
Ormai Stella non riesce pi a far fronte da sola al cenone di capodanno, anche se ha quasi dieci anni meno di noi, e cos quest'anno ha assunto una cuoca a darle manforte. Ha fatto preparare una teglia di lasagne anche per noi tre. Nora ha cucinato i suoi famosi crostini di polenta fritta e io ho fatto un castagnaccio. Nessuna di noi tre va pazza per il panettone.
Abbiamo acceso il camino e apparecchiato la tavola con la tovaglia buona di nonna Fiammetta, quella ricamata a punto Casale. Ho trovato due candele e ho costruito un centrotavola con i rami d'abete e di pungitopo. La cena  stata uno spasso. Eravamo allegre senza sapere perch: soltanto per il fatto straordinario di esserci regalate una festa insperata, una gioia fuori tempo massimo, nel momento in cui le donne anziane non si aspettano pi sorprese n follie e vanno a letto senza aspettare la mezzanotte. Abbiamo fatto finta per una sera di non patire acciacchi e abbiamo mangiato e bevuto come mangiavamo e bevevamo a vent'anni.
Chira ha raccontato tre o quattro catastrofi inedite con diversi morti e una notevole quantit di persone scomparse. Ci ha fatto ridere a crepapelle con l'imitazione della nuora parrucchiera. Siamo state cattive e pettegole ai massimi livelli, dicendo peste e corna di tutte le nostre conoscenze comuni. Non abbiamo risparmiato neppure gli affetti pi cari. Abbiamo scomodato perfino i morti. Ormai gi un po' alticce, abbiamo dato fondo anche alla bottiglia di limoncello. Quella  stata un regalo per me da parte dei fratelli albanesi, credo per ringraziarmi dell'assistenza medica in cui mi sono prodigata a ottobre, quando entrambi hanno preso un'influenza memorabile e sono stati una settimana col febbrone, senza mettere il naso fuori dalle coperte. Con la bottiglia vuota Chira
voleva fare una molotov per togliere di mezzo una volta per tutte il gatto Capitale, ma grazie al cielo quel furbo non si  fatto vedere, lo hanno tenuto alla larga i nostri schiamazzi di streghe.
Abbiamo aspettato la mezzanotte ballando. Il tavolo  stato spostato e addossato al muro, cos come la poltrona di nonna Fiammetta. Il mangianastri  stato spolverato e sistemato sulla mensola del camino. Le mie vecchie cassette sono state accuratamente esaminate e selezionate. Povero Arthur, sono sicura che non dimenticherai mai lo spettacolo che hai avuto l'onore di seguire dal tuo angolo dietro la porta: tre vecchie scalze e ubriache davanti alla fiamma del focolare, bicchieri e sigarette alla mano, intente a dimenare glutei e capelli gridando a squarciagola
...basterebbe una carezza
per un cuore di ragazza forse allora s che t'amerei...
Fra l'una e le due  finita anche la seconda bottiglia di Chardonnay. Siamo crollate nel letto senza spogliarci, strette l'una all'altra sotto la trapunta gialla, e abbiamo chiacchierato di cose stupide fino all'alba, finch senza accorgercene siamo scivolate in un sonno di pietra. La prima ad alzarsi  stata Nora. Ancora con gli occhi chiusi l'ho sentita gi in cucina, armeggiare con tazzine e macchinetta del caff. Mentre la caffettiera era sul fuoco ha chiamato Giovanni per fargli gli auguri di buon anno. Bisbigliava ma l'ho sentita lo stesso, ho perso tante cose ma l'udito  sempre quello di una volta. Lui deve averle chiesto com'era andata e lei ha detto benissimo: ci siamo ubriacate e abbiamo ballato tutta la notte, pensavo che mi venisse un infarto ma invece si vede che ho ancora qualche carta da giocare. Deve aver riso Giovanni, dall'altra parte del telefono, e Nora ha continuato grazie amore mio, per questo regalo. Non ricordo un capodanno pi matto di questo. Credo di aver sorriso. Mi sono girata con la testa sotto le coperte, i capelli arruffati di Chira mi sono entrati in bocca, ho sputacchiato. Incredibilmente, a parte un lieve mal di testa e la bocca impastata, stavo bene. Ho chiuso gli occhi. Dalla cucina, attraverso l'impiantito sconnesso, saliva lento il profumo del caff appena fatto.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Fatti e personaggi di questo romanzo sono immaginari. La cornice storica invece corrisponde al vero, anche se mi sono presa qualche piccola libert nel collocare temporalmente un paio di eventi per esigenze narrative.
Dedico un ringraziamento speciale a Carla Contini, Carla Pagliero, mia sorella Cinzia Beneforti, Daniela Bernardi, Diego Giachetti, Elisabetta Fabbri, Laura Nanni, Valentina Costantini: i vostri consigli sono stati a dir poco preziosi. Un doppio e affettuoso grazie va ad Andrea Ottanelli: il primo per avermi consentito di utilizzare come copertina di questo libro la bella foto che scatt durante una manifestazione a Pistoia nel 1976; il secondo per avermi parlato, ormai molti anni fa, di speranze e aspettative deluse, seminando il primo seme che avrebbe fatto germogliare questo racconto. Grazie ad Anna Martinenghi per avermi consentito di "rubare" l'incipit della sua poesia Di tutte le cose perdute, che pareva scritto apposta per me. A Fabio Angiolini, che mi ha aperto una finestra sul mondo degli appassionati di mountain bike. A Giuditta Merli per le nostre chiacchierate, dalle quali ho carpito qualche spunto prezioso e la considerazione su come i nomi veri a volte si rivelano pi romanzeschi dei nomi di fantasia. Ai miei genitori, Rosa e Alfio, per avermi raccontato cosa significava lavorare in una fabbrica pratese negli anni Sessanta.
Come di consueto, grazie a Roberto Niccolai, per la preziosa consulenza e revisione sugli aspetti storici, e a Caterina e Raniero, perch ci sono sempre.
E infine ringrazio di cuore l'editore Andrea Giannasi per aver accolto
il mio romanzo nel suo progetto di valorizzazione della ricerca storica sul Novecento, laddove affondano le radici del nostro presente.
Gli innumerevoli libri, riviste, quotidiani, musiche e immagini che ho consultato, scartabellato e ascoltato e che mi hanno fornito gli strumenti necessari per raccontare questa storia, sono conservati presso l'Archivio Roberto Marini "Oltre il secolo breve" di Pistoia, mentre la citazione a pag.113  tratta dal libro di Alba de Cespdes Chansons des filles de mai. Questo testo, da inedito e con un altro titolo, si  classificato al terzo posto alla terza edizione (2022) del Premio letterario nazionale Clara Sereni.
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FINE.